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contributi

1977

Dopo aver pubblicato 40 interviste fatte dai nostri ragazzi a uomini, donne, giovani e anziani che l’11 marzo scorso hanno partecipato alla commemorazione della morte dello studente Francesco Lorusso, abbiamo ritenuto utile approfondire la riflessione sul movimento del Settantasette.
Per questo proponiamo un percorso di riflessione che offra a chi si sente coinvolto, abbia partecipato o meno al movimento, l’opportunità di esprimere il proprio pensiero su che cosa ha significato, su cosa ha rappresentato e rappresenta nella storia del nostro Paese.

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11 marzo
40 interviste

L’11 marzo, in occasione del trentennale della morte dell’omicidio di Francesco Lorusso, dei giovani di Nuovamente hanno realizzato, in via Mascarella, 40 interviste a persone presenti alla commemorazione della sua morte. Le interviste, che pubblichiamo integralmente, sono state fatte a giovani, anziani, donne e uomini.

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trent’anni dopo

1977

Per alcuni trenta anni sono solo un soffio, per altri possono essere lunghi più di un secolo.
Era il 1977, ma quello che si percepiva era che si chiudeva un secolo, il Novecento. Si chiudeva con una critica radicale, trasversale, diffusa a quegli elementi culturali che avevano distinto il XX secolo ed erano divenuti elementi di crisi e di ostacolo alle energie che sorgevano dalla società civile.

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bibliografia
un libro

Ali di piombo

Paolo Morando

dal «Corriere delle Alpi»
9 gennaio 2007 

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Speciale 1977
un libro

bibliografia del 1977 Concetto Vecchio, Ali di piombo, Milano, Rizzoli, 2007, pp. 262, € 9.40

Paolo Morando

dal «Corriere delle Alpi», 9 gennaio 2007 

 

È il gennaio dell’86 quando Repubblica, festeggiando il proprio decennale, pubblica una serie di fascicoli allegati al quotidiano, uno per ogni anno. Sulla copertina di quello del 1977, dopo il ’76 dedicato a “L’alba di Craxi”, campeggiano una enorme rivoltella, disegnata da Tullio Pericoli, e il titolo “I giorni delle P38”. E a scorrere la cronaca di quei dodici mesi, si capisce quanto la scelta fosse obbligata.

 Quello che anche Walter Veltroni ricorda come «l’anno più duro della nostra generazione» si chiude infatti con un bilancio di 2.188 attentati terroristici, contro i 1.198 dell’anno prima, con 32 persone gambizzate (tra cui Indro Montanelli e il direttore del Tg1 Emilio Rossi) e una dozzina di morti: avvocati come il presidente dell’ordine del Piemonte Fulvio Croce, giornalisti come il vicedirettore della Stampa Carlo Casalegno, tanti giovani militanti di sinistra (da Francesco Lorusso a Giorgiana Masi, da Walter Rossi a Benedetto Petrone) fino al povero Roberto Crescenzio, studente lavoratore torinese che non aveva mai fatto politica, una fine orribile nel rogo di un bar assaltato perché ritenuto un covo di fascisti. E poi agenti di polizia, da Antonino Custrà a Settimio Passamonti, da Giuseppe Ciotta alla guardia giurata Remo Pietroni. Ma la prima vittima è il brigadiere della polizia stradale Dino Ghedini: è la sera del 19 febbraio quando, nell’hinterland milanese, ferma per un controllo una Simca guidata da Enzo Fontana, allora 25enne e già con un passato nei Gap di Giangiacomo Feltrinelli, ora invece brillante studioso di Dante e trentino d’adozione (è tra gli editorialisti dell’Adige). Sta per perquisire l’auto, Ghedini, quando il giovane estrae una pistola uccidendolo sul colpo e ferendo gravemente l’appuntato Adriano Comizzoli, Arrestato, Fontana si dichiara prigioniero politico: sul sedile posteriore trasportava documenti delle Brigate rosse. Sarà condannato a 26 anni.
 
Di quell’anno tremendo si occupa, meritoriamente, il giornalista del Trentino Concetto Vecchio nel suo “Ali di piombo” (281 pagine, 9,40 euro), che uscirà domani nella collana “Futuro Passato” della Biblioteca Universale Rizzoli. Catanese, 35 anni, Vecchio è al suo secondo libro, dopo quel “Vietato obbedire” dedicato due anni fa alle vicende e ai protagonisti di Sociologia e vincitore dei premi Capalbio e Pannunzio. Ma non aspettatevi uno dei soliti libri sul terrorismo: d’altra parte gli scaffali ormai sono stracarichi di memoriali e interviste di leader e manovali della lotta armata, l’ennesima autoanalisi difficilmente aggiungerebbe qualcosa di rivelatore per capire quella parabola di sangue.
 Vecchio ne è consapevole, e sceglie invece la chiave che gli è più familiare: quella della cronaca. E il suo “Ali di piombo” è così un racconto formidabile e documentatissimo, serrato nei passaggi più tesi (l’uccisione di Lorusso negli scontri di piazza a Bologna, quella di Giorgiana Masi a Roma, la clamorosa contestazione del leader della Cgil Luciano Lama alla Sapienza), ma anche dolente di fronte, e accade spesso, all’insensatezza che pervade quel maledetto 1977. Ed è un libro che, restando saggiamente lontano da sociologismi e politichese (e non era facile, dovendo spiegare ad esempio che cosa fosse Autonomia operaia), scava tanto a fondo da recuperare figure dimenticate o di secondo piano, a tutti i livelli: da Carlo Rivolta, giovane cronista di Repubblica che come pochi raccontò il movimento, morto stroncato dalla droga (un altro lato drammatico di quell’anno), ad Antonio Cocozzello, oscuro consigliere comunale della Dc, impegnato nel sociale e nei quartieri della Torino proletaria, bersaglio di un terrorismo cieco e ostinato.
 
Il metodo di Vecchio è trasparente: lasciar parlare i fatti. E quello che non è recuperabile dalle cronache di allora, le emozioni “di pelle” ma anche il senno di poi, “estrarlo” da decine di testimonianze. E così, a rafforzare una solida ragnatela cronologica di eventi, concorrono i racconti di Gad Lerner, del direttore di Repubblica Ezio Mauro (allora giovane cronista alla Gazzetta del Popolo di Torino), Diego Novelli, Giampaolo Pansa, Gianfranco Bettin, Arrigo Levi, Marco Boato, Enrico Deaglio e tanti altri, 37 in tutto, senza dimenticare il contributo fondamentale del procuratore generale di Torino Giancarlo Caselli, allora in prima linea contro le Br, nel ricostruire gli esiti giudiziari di tanti fatti di sangue. E che il metodo sia quello autentico del cronista, lo dimostrano i “sopralluoghi” compiuti dall’autore in alcuni dei luoghi più tragici di quell’anno: l’abitazione di Casalegno a Torino, ferito a morte nell’androne di casa, e soprattutto il centro storico di Bologna, teatro di guerriglia a marzo ma anche cornice di quel convegno sulla repressione che, in settembre, sarà il canto del cigno dell’ala “creativa” del movimento. Un po’ come l’anno prima quello a Rimini di Lotta continua, un “rompete le righe” che porterà molti a ingrossare le fila del partito armato.
 
Perché non c’è solo piombo, nelle ali del 1977. A Bologna ci sono Andrea Pazienza e Radio Alice, e “Bifo” Berardi ne rievoca peripezie e imprese (tutta da leggere, per chi ancora non la conoscesse, l’irruzione della polizia raccontata in diretta). E c’è un’Italia che cambia, con il femminismo e i “Porci con le ali” di Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice, con la prima Estate Romana di Renato Nicolini (pure tra i testimoni), ma anche con le università dei “baroni” e di migliaia di giovani, soprattutto del Sud, che ne escono inevitabilmente disoccupati. E c’è anche, è vero, un’Italia che in tv passa dal bianco e nero al colore, che si appassiona a Fonzie e Furia cavallo del West, o al duello Torino-Juventus per lo scudetto.
 
È un’Italia che Vecchio pure racconta, ma di passata, quel che serve per contestualizzare una realtà comunque fatta di altro: perché è anche l’anno dell’affare Lockheed in Parlamento, della fuga del criminale nazista Herbert Kappler dall’ospedale militare del Celio, delle polemiche per il “Mistero buffo” in tv di Dario Fo. E soprattutto del ministro degli interni Kossiga, disegnato da Forattini armato e vestito da autonomo dopo la morte di Giorgiana Masi. E di bollettini come quello del 1º luglio, citato non a caso anche da Guido Crainz nel suo “Il Paese mancato”: una guardia giurata uccisa da tre fascisti durante una rapina, due dirigenti della Fiat gambizzati, l’esplosione di tre vagoni ferroviari carichi di elettrodomestici Zanussi, un attentato sventato per caso alla Liquichimica di Augusta dove vengono ritrovati quattro chili di gelignite, altri attentati a Bologna alle sedi dei vigili urbani e dell’Associazione industriali, bottiglie molotov a Roma, bombe delle Br contro il carcere di Spoleto, sparatorie dei Nap contro una caserma dei carabinieri a Catania e sabotaggi vari. Tutto lo stesso giorno.
 Scrive Vecchio, alla fine nei ringraziamenti (dove rende anche merito all’efficienza del sistema bibliotecario trentino), di aver desiderato per anni scrivere la storia di Carlo Casalegno e del suo rapporto con il figlio Andrea, militante di Lotta continua. E d’altra parte proprio quel delitto, e la sua “rielaborazione” da parte della sinistra extraparlamentare, fu una sorta di spartiacque, grazie alla celebre intervista di Lerner e Marcenaro allo stesso Andrea Casalegno, in cui i due cronisti scrivevano che «ridurre il nemico a simbolo significa stravolgere la realtà credendo di semplificarla». E ammette, Vecchio, d’aver pensato a lungo che senza un racconto dell’intero contesto («il terrorismo, la Torino fordista, le inquietudini dei ragazzi del ’77, i tanti morti del movimento») la vicenda non avrebbe retto un intero libro.

 Ha ragione: l’“Ali di piombo” che ne è uscito è infatti molto di più di un ritratto di famiglia. Ma quella morte, quell’agonia di 13 giorni in ospedale a cui alla fine, il 29 novembre del ’77, il fisico dell’ex partigiano Casalegno non resse, è comunque il filo rosso dell’intero libro. Ed è un bene che sia così: proprio perché rappresenta, in anticipo di pochi mesi sul delitto di Guido Rossa (l’operaio e sindacalista genovese ucciso nel gennaio del ’79 perché “delatore”), l’inizio del tramonto delle Br. Non di quello militare, certo, il sequestro Moro deve ancora arrivare, ma di quella “contiguità” ideologica nel movimento, per non dire aperta simpatia, che era il terreno su cui fiorivano le azioni terroristiche.
 Un solo appunto, al libro di Concetto Vecchio. Non cita l’editoriale che Eugenio Scalfari dedicò il 15 settembre a Felix Guattari, l’intellettuale francese allora impropriamente accomunato ai “nouveaux philosophes” e tra i promotori del convegno sulla repressione di quei giorni a Bologna, che in una lunga intervista a Repubblica aveva spiegato di non preoccuparsi dei detenuti di destra. «C’è dunque chi nasce cattivo e chi buono? - scriveva Scalfari - Chi è stato baciato dalla grazia una volta per tutte e chi si porta addosso il peccato originale? Guattari non sarà un nuovo filosofo, ma sotto a questa tesi c’è una gran puzza di sacrestia». E via così, per colonne e colonne: memorabile. Ma è un dettaglio, che non offusca i due grandi meriti di “Ali di piombo”: l’arrivare per primo nella “corsa” editoriale già apertasi per il trentennale del ’77 (sono infatti annunciate a breve opere analoghe di Lucia Annunziata e di Stefano Cappellini del Riformista). Ma soprattutto, il raccontare con la sobria passione del cronista un anno decisivo della storia recente d’Italia. E incredibile visto con gli occhi di oggi.