Il declino italiano

Dossier a cura di Piero Bosio, Andrea Di Stefano e Francesca Paola Rampinelli

Da «Valori», mensile di economia sociale e finanza etica su www.valori.it

 

Genova, 1960 Berengo Gardin/Contrasto/Valori

Finanza di rapina. Assenza di politiche industriali. Le cause della crisi del sistema economico non sono da ricercare solo nella carenza di ricerca

Industria:

La produzione industriale vede l’Italia al settimo posto, dietro Stati Uniti, Giappone, Cina, Germania, Regni Unito e Francia. Il potere di acquisto vede invece l’Italia al ventiduesimo posto. I paesi con maggiore crescita industriale sono la Guinea Equatoriale (44,7%), Bosnia (19%), Cambogia (15,7%), Mozambico (15,1%), Eritrea (13%), Irlanda (12%) e la Cina (11,9%).

 

Affondato il grande polo industriale dell’elettronica

di Andrea Di Stefano

L’incredibile storia di Carlo Fulchir, presunto uomo della svolta per l’informatica in crisi. Oggi è indagato per bancarotta e aggiotaggio. Migliaia di lavoratori sono senza stipendio da mesi. Casse della società svuotate e un bond da 150 milioni di euro bruciato in poche ore.
Per l’acquisizione della Telit Mobile Terminals si investono 25,8 milioni di euro per il 60,31% della società, mentre il restante 39,66% viene ceduto a soli 2 euro.

Una società che esercita attività di perforazione e ricerca di diamanti in Brasile con il conto corrente bloccato per sequestro conservativo e una segnalazione da parte dell’Ufficio italiano cambi per esercizio di attività finanziaria senza autorizzazione. Molte fiduciarie sparse tra il Lussemburgo, l’Isola di Man e l’Inghilterra. Diversi conti correnti aperti in banche elvetiche.
È qui che gli inquirenti probabilmente potranno trovare le tracce delle decine di milioni di euro scomparsi nell’incredibile e emblematica storia dell’impero Finmek creato dall’imprenditore friulano Carlo Fulchir. Oggi, dalle ceneri di questo vero e proprio castello di carte fatto di contratti di compravendita, fusioni, cessioni di ramo d’azienda, finanziamenti che vanno e vengono, prestiti obbligazionari andati in default, rimangono oltre tremila lavoratori senza stipendio da mesi. Picchiati dalla Polizia davanti a Palazzo Chigi. Al limite della sopportazione per l’ignavia del ministero delle attività produttive e della Presidenza del consiglio che non assumono alcuna decisione rispetto al piano di cessioni e rilancio messo a punto dall’amministratore straordinario.
Sulla voragine finanziaria da oltre 150 milioni di euro creata in soli tre anni c’è ora un’inchiesta condotta dalla procura della Repubblica di Padova, che nel maggio di quest’anno ha iscritto nel registro degli indagati per bancarotta e aggiotaggio quattordici persone tra le quali figurano l’ex presidente Roberto Tronchetti Provera, fratello del presidente e amministratore delegato della Telecom, Marco Tronchetti Provera.
Artefice di una vicenda contrassegnata da 450 mila scritture contabili Carlo Fulchir, un imprenditore partito da Gemona del Friuli dove montava schede elettroniche in un piccolo laboratorio che a un certo punto diventa il “salvatore” di diversi gruppi di elettronica nazionali e internazionali. Ericsson, Italtel, Telit, Olivetti per arrivare sino alla Magneti Marelli: alcune delle grandi imprese del settore si sono rivolte sempre a Fulchir per “rilanciare” poli industriali, spesso costruiti con i fondi pubblici, utilizzati al meglio e abbandonati nelle mani della Finmek quando non erano più galline dalle uova d’oro. Come in tanti altri casi Fulchir, con l’appoggio di soci forti e i favori degli istituti di credito, è così diventato l’uomo dell’elettronica italiana. In realtà l’imprenditorefriulano e i suoi amici più che di schede madri per decodere telefonini erano dei maestri nelle operazioni finanziarie.
Valori ha potuto leggere la relazione svolta per conto dell’amministrazione straordinaria: un incredibile risiko finanziario che sta costando centinaia di milioni di euro allo stato italiano, ai lavoratori e ai creditori del gruppo Finmek. Di Carlo Fulchir si sono perse le tracce salvo l’autorevole presenza nella società editrice del Domenicale di Marcello Dell’Utri, dove l’imprenditore friulano siede insieme ad un altro autorevole indagato della procura di Padova per il fallimento del gruppo Finmek, il coordinatore milanese di Forza Italia Riccardo Pugnalin.

Il caso Magneti Marelli: un portage?

Nel marzo del 2002, nel pieno della crisi del gruppo Fiat, la Magneti Marelli Sistemi Elettronici viene ceduta alla Finmek. Dopo meno di due anni la società è stata riacquistata dal Lingotto. Perché i manager del gruppo automobilistico hanno venduto e ricomprato la società di elettronica? A chi favevano capo la Starven Ltd che ha ricevuto 660 mila euro per l’intermediazione finanziaria su un conto corrente acceso presso la UBS di Ginevra e facente capo alla società di gestione patrimoniale Crame & Cie? E di chi era la AD Line che utilizzava lo stesso conto corrente dell’UBS per pagamenti assolutamente dubbi?
Il 2 settembre 2002 l’holding a capo del castello, la Mekfin ha emesso due fatture alla Finmek Magenti Marelli Sistemi Elettronici da 12 milioni di euro ciascuna per servizi di consulenza strategica\commerciale nel settore automotive. La società pagava le due fatture e con un ennesimo incredibile giro di danaro in un solo giorno i 24 milioni di euro venivano utilizzato per pareggiare precedenti linee di finanziamento incrociato costituito tra la holding e alcune controllate. Ogni passaggio di proprietà è contraddistinto dal pagamento di advisory per società estere o srl intestate a Carlo Fulchir e alla moglie Doris Nicoloso. Quando Finmek Automotive vende a Ixfin della famiglia Pugliese viene addebitato al compratore una fattura da 500 mila euro emessa dalla F.Invest Srl, società detenuta al 100% da Carlo Fulchir e dalla consorte. Che l’operazione di cessione e riacquisto della Magneti Marelli possa configurarsi come un operazione di portage è confermato dalle incredibili clausole contrattuali: tutto il potere decisionale rimane nelle mani dellministratore delegato, nominato in precedenza dal gruppo torinese, e durante il periodo nel quale la società di componentistica è rimasta fuori dal consolidato Fiat i “compratori” avevano l’obbligo di portare a termine un piano di ristrutturazione rendicontando il Lingotto dell’andamento trimestrale delle vendite.

La vicenda Telit

Se possibile ancora più misteriosa si presenta l’acquisizione da parte di Mekfin e successivamente Finmek Telit della Telit Mobile Terminals, società produttrice di telefonini. L’intraprendente e fantasioso Fulchir non solo fa intervenire nelle fasi di acquisto nuove società che non rientrano nel perimetro del gruppo Finmek, ma viene di fatto svuotata con la vendita di un ramo d’azienda a una terza società appositamente costituita da due dipendenti. Anche in questo caso sorgono pesanti interrogativi sul ruolo del venditore, in particolare le Assicurazioni Generali che detenevano una quota dell’originale Telit.
L’acquisizione mostra, infatti, una grave incongruenza a livello di prezzi pagati: per il 60,31% la neo costituita Space Sat Sa sottoscrive un aumento di capitale grazie ad una linea di finanziamento concessa da Generali Worldwide pari a 25,8 milioni di euro mentre per il restante 39,69% rilevato dalla Panoupalous Sa (controllante di Space Sat) il corrispettivo pattuito è di 2 euro. La società acquirente ha ricevuto una dotazione finanziaria pari a 70 milioni di euro garantiti dai precedenti soci, tra i quali figurano Marconi Mobile, Banca del Gottardo, Sade Finanziaria, Fidia, Belgica Insurance e Banca di Roma oltre alle già citate Assicurazioni Generali. Dove sono finiti questi ingenti flussi di danaro? Qualche evidenza esiste perché Finmek nel corso del 2002 ha ricevuto disponibilità per 63 milioni di euro da Telit Mobile Terminals che peraltro aveva registrato sia nell’esercizio chiuso al 30 aprile 2002 sia in quello precedente ingenti perdite pari a 122 e 220,7 milioni di euro rispettivamente.
Anche in questo caso l’operazione non ha dunque apportato alcun chè di industriale all’interno del Gruppo Finmek dato che alla conclusione delle complesse operazioni di ingegneria finanziaria e societaria le attività produttive Terminals e Moduli e Subsystem venivano date in affitto a Dai Telecom ma il canone veniva pagato a Finmek Telit nel frattempo ceduta a una certa Tamarind Holding Sa. E di chi era la Tamarind Holding Sa? In un documento ufficiale fornito all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato si può leggere: «il 99% del capitale della Tamarind è detenuto dal sig. Carlo Fulchir». Altra chicca: il 25 settembre 2002 Ad Line Sa fatturava a Mekfin “fornitura di tecnologia rekativa a modulo ricetrasmettitore GSM dual band, modulo GSM/GPRS e modulo Gps” al prezzo di 11,350 milioni di euro. Presso la sede di Finmek è stata successivamente ritrovata una presentazione intitolata “Sistemi di localizzazione GSm-GPS” del tutto identica nel titolo, nei contenuti e nella forma alla presentazione di Ad Line Sa a supporto della fattura da 11,350 milioni di euro. L’unica differenza è data dal logo sulla copia trovata nella sede Finmek: al posto di quello di Ad Line in origine c’era quello di Telital Automotive.
La misteriosa Ad Line, con sede a Ginevra in Rue de Candolle 9 e conto corrente coincidente con quello della Starven Ltd amministratore dalla società di gestione patrimoniale Cramer & Cie, ha intrattenuto frequenti e numerosi rapporti d’affari con il gruppo Finmek: società e marchi che venivano comprate e cedute in continuazione. Al momento dell’entrata in amministrazione straordinaria dalle casse del Gruppo Finmek sono usciti verso Starven e Ad Line, e quindi finite nelle gestioni patrimoniali di Cramer & Cie almeno una dozzina di milioni di euro.

 

Il capitalismo alternativo alla Fiat di Adriano Olivetti

di Piero Bosio

La prima esperienza di azienda responsabile nata ad Ivrea nel recinto dell’azienda informatica. Un’impresa non solo economica distrutta dalle logiche finanziarie e dall’assenza di qualsiasi politica industriale.

Adriano Olivetti Di Camillo, ebreo, nato a Ivrea l’11 aprile 1901. Classifica: sovversivo». C’era scritto questo nell’intestazione del dossier redatto dalla questura di Aosta nel 1931. Non a torto. Olivetti, dopo la caduta del fascismo, avvisò gli Stati Uniti di non fidarsi del generale Badoglio e per questo venne successivamente arrestato. Tornato libero entrò in clandestinità. Poi l’esilio in Svizzera, nel 1944, durante il quale collaborò con la Resistenza e frequentò Altiero Spinelli, teorico dell’unità europea. Nel 1953 si candidò alle elezioni nella lista di Unità Popolare di Ferruccio Parri e Piero Calamandrei. Adriano Olivetti era un “sovversivo” a tutto tondo: innovatore del fare impresa, attento ai bisogni della forza lavoro, alla cultura, all’urbanistica e all’ambiente. «Era un capitalista - ricorda lo studioso Marco Revelli - alternativo alla Fiat e alla sua cultura dominante e repressiva. Olivetti aveva formato un collettivo creativo, motivato con un forte progetto industriale –sociale. Con la sua morte finisce un sogno». A 23 anni entrò nella fabbrica del padre dove fece la gavetta lavorando come operaio apprendista, un’esperienza che trasporrà nel suo lavoro: «Bisogna capire l’umore nero di un operaio al lunedì, altrimenti non si può fare il manager». Erano i primi embrioni della filosofia imprenditoriale di Adriano Olivetti che entrò nel 1924 nella fabbrica del padre che produceva 4000 macchine da scrivere all’anno con circa 400 dipendenti. La porterà a 36 mila lavoratori con 5 sedi in Italia e altrettante all’estero.
Facciamo un passo indietro, al 1925. Olivetti andò negli Stati Uniti per studiare il Fordismo, visitò un centinaio di fabbriche e comprese che la produttività delle aziende americane era dovuta all’applicazione rigorosa di metodi scientifici nell’organizzazione del lavoro. Tornato a Ivrea iniziò a sperimentare il Taylorismo, l’organizzazione del lavoro industriale, adattando quel modello al contesto italiano incrementando la produttività pur mantenendo il rispetto delle esigenze operaie. Assunse una nuova generazione di ingegneri e tecnici puntando sui giovani e sostenendo i ricercatori. Un tema che oggi in Italia si ripropone in tutta la sua urgenza per rilanciare un’industria imballata. Negli ultimi decenni i governi che si sono succeduti nel nostro paese hanno investito molto poco per la ricerca. Olivetti guardava invece lontano, pronto a accettare la sfida della competizione internazionale e punterà su un personaggio chiave: un giovane ingegnere elettronico italo-cinese, Mario Tchou.

La svolta nella produzione. L’operaio allenatore

L’istituzione dell’ufficio Tempi e Metodi rappresenterà la svolta. Prevedeva un sistema con due figure centrali: l’operaio “allenatore” e il cronometrista. L’’allenatore doveva collaborare con il cronometrista della produzione studiando il lavoro, testando i cambiamenti, suggerendo migliorie, ottenendo così risultati ottimali con un giusto equilibrio tra i tempi di produzione e le condizioni di lavoro dei dipendenti. Il progetto di Adriano Olivetti era però più ampio. inizio quindi a occuparsi dell’urbanistica, dell’architettura, della cultura, complice l’educazione ricevuta dal padre Camillo, da cui aveva ereditato il senso della giustizia e dell’uguaglianza. Progettò a Ivrea nuovi edifici industriali, mense, case per i dipendenti, colonie e asili per i loro figli. «Noi della Fiat eravamo invidiosi per come erano trattati i lavoratori dell’Olivetti, le loro famiglie, i loro figli», racconta Marco Frola, ex tornitore nel gruppo torinese.
Nel 1948 nelle fabbriche Olivetti venne istituito il Consiglio di Gestione, per molti anni unico esempio di organismo paritetico nella gestione dei finanziamenti sociali e delle mense. Un’organizzazione del lavoro scientifica, una rete commerciale solida, il coinvolgimento dei dipendenti producevano intanto i primi risultati con profitti consistenti. L’Olivetti portò sul mercato prodotti come la macchina da scrivere
Lexikon e la portatile Lettera 22. Qualche anno piu tardi arrivò la calcolatrice Divisumma, inventata dall’operaio Natale Cappellaro, che per le sue capacità venne nominato ingegnere honoris causa, a conferma dell’attenzione che Olivetti aveva per i suoi dipendenti. Lexikon e Lettera 22 erano ottime macchine da un punto di vista meccanico con un eccellente design che fece scuola a livello internazionale. Siamo agli anni ‘50. L’industria informatica mondiale muoveva i primi passi con la nascita nel ’51 di Univac, il primo calcolatore su scala industriale seguito subito dopo da IBM, Remington.

La sfida. Il passaggio dalla meccanica all’elettronica

Per Olivetti iniziò la più grande sfida: il passaggio dalla meccanica ed elettro-meccanica all’elettronica. L’allora amministratore delegato intuì che il principale obiettivo doveva essere la progettazione di calcolatori per applicazioni industriali e commerciali. Parlava dell’importanza dell’elettronica già negli ’40: «L’elettronica è il nostro futuro», diceva agli operai. Lo diceva convinto ma «con quel suo tono mite e gentile, con un sorriso appena abbozzato», ricorda il sociologo Luciano Gallino, assunto personalmente dall’imprenditore di Ivrea. Ritorniamo a Mario Tchou, il giovane ingegnere italo-cinese. Tchou era un genio dell’elettronica, nel 1955 accettò di lavorare con Adriano Olivetti organizzando una squadra di giovani ingegneri e tecnici che iniziò a collaborare con l’università di Pisa. Bruciarono i tempi.
In due anni la sua equipe realizzò la Macchina Zero, che diventò poi Elea 9003. Elea non fu un nome scelto a caso, è quello di un’antica città greca sede della scuola di filosofia, scienza e matematica. L’Elea fu un calcolatore all’avanguardia che entrò in un mercato dominato dall’Ibm con il vantaggio di essere il primo calcolatore al mondo interamente transistorizzato, con consistenti risparmi di costi e di energia. L’Olivetti scelse definitivamente di puntare sull’elettronica, ma i media (escluso Paese Sera e pochi altri) e soprattutto il governo italiano non sostennero quel progetto. Negli stessi anni Usa e Gran Bretagna stanziarono ingenti somme per le ricerche elettroniche. Olivetti comprese intanto che la sua rete commerciale non era più sufficiente, per questo acquistò negli Stati Uniti la Underwood mentre iniziava l’esplorazione dei mercati dell’Europa dell’Est e della Cina. Fece anche degli errori, tra cui sottovalutare le metodologie finanziarie, ostacolando così il formarsi di un assetto di capitale solido della società. I bilanci fotografano un gruppo sempre sottocapitalizzato. «In quel periodo di espansione - dice Luciano Gallino - contò troppo sull’autofinanziamento e sul sostegno della famiglia, divisa al suo interno». Intanto continuava nel suo impegno politico, venendo prima eletto sindaco di Ivrea e successivamente alle elezioni nazionali del 1958 con il Movimento Comunità da lui fondato.

Il viaggio, la morte. L’addio a un sogno

Era un uomo pieno di idee, di progetti quando in una mattina fredda di fine febbraio del 1960 salì sul treno direttissimo Milano-Losanna. Non sapeva che la morte era dietro l’angolo, una trombosi  celebrale fulminante lo colpì. Se ne andò così, a soli 59 anni, Adriano Olivetti. Padrone illuminato, alternativo, paternalista, innovatore... il modo di fare impresa di Adriano Olivetti è ancora oggi oggetto di attenzioni; volle mettere l’uomo al centro della produzione e non la fabbrica, osteggiato sia dal Pci (che lo considerava un imprenditore paternalista) che da ampi settori della Dc. Adriano Olivetti fu soprattutto un capitalista che non smise mai di chiedersi perché, come durante l’inaugurazione dello stabilimento di Pozzuoli nel 1955: «Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi fini semplicemente nell’indice dei profitti? O non vi è qualcosa di più affascinante, una trama ideale, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica». Il contributo di intellettuali, architetti, urbanisti, arricchì l’Olivetti e favorì la nascita di discipline che nei decenni successivi divennero importanti filoni accademici come l’economia di impresa (con Franco Momigliano), la sociologia industriale (Luciano Gallino), la psicologia del lavoro (Cesare Musatti).
Un anno dopo la morte di Adriano Olivetti anche Mario Tchou morì in un misterioso incidente stradale. La scomparsa di Tchou fu un altro duro colpo per la società di Ivrea: la visione strategica, capacità tecniche e di ricerca dell’ingegnere italo-cinese erano fondamentali per lo sviluppo della società. In quella situazione di emergenza un altro componente della famiglia, Roberto Olivetti, assunse immediatamente la guida della divisione elettronica.

La crisi finanziaria e l’inettitudine dei governi

L’azienda entrò poi in una profonda crisi finanziaria per le divisioni interne alla famiglia e le difficoltà a sottoscrivere aumenti di capitale. Nerio Nesi era allora direttore finanziario dell’Olivetti e ricorda: «Il Governo non capì che rinunciare ai grandi calcolatori sarebbe stata una sconfitta per l’Italia, per l’Europa». Nel ‘64 l’Olivetti passò sotto il controllo di Fiat, Pirelli, Mediobanca e Imi. Enrico Cuccia annunciò la cessione della divisione elettronica Olivetti alla General Electric. «Il Governo e gli industriali – sostiene Luciano Gallino - non furono lungimiranti nel vendere la divisione elettronica dell’Olivetti e fecero anche un grave errore cedendola alla General Electric,una società che aveva dato pessimi risultati nell’elettronica.
Non escludo che ci siano state anche pressioni dagli Usa sul Governo italiano per evitare che Olivetti diventasse un competitore delle fabbriche statunitensi». Olivetti mantenne il diritto di proseguire nella piccola elettronica. Nel 1965 lanciò la calcolatrice Programma 101, considerato il primo personal computer della storia.

L’arrivo di De Benedetti. Rilancio e fine di Olivetti

Nel 1978 Carlo De Benedetti rileva una azienda “tecnicamente fallita”. L’Ingegnere riuscì a trasformarla, rendendola in tre anni nuovamente competitiva, Nel 1982 l’Olivetti inizia a fabbricare personal computer in Europa mentre molte aziende informatiche lasciavano il campo tra cui Siemens, Philips, Bull, Nokia informatica e Ericsson informatica. Omnitel (telefonia mobile) e Infostrada (telefonia fissa) portano la società nelle telecomunicazioni. Per l’Ingegnere l’elettronica non era più strategica. Roberto Colaninno, subentrato a De Benedetti, utilizzò Olivetti come contenitore finanziario per “ la madre di tutte le scalate”, quella a Telecom Italia. Nel 1999 a quattro mesi dal successo dell’Opa (offerta pubblica di acquisto) su Telecom, Colaninno disse: «È brutto licenziare, ma è ancora più brutto far perdere denaro a chi te lo ha affidato confidando che lo avresti fatto rendere». Infine arrivò Marco Tronchetti Provera. Con Telecom il marchio Olivetti venne addirittura cancellato dal registro delle società quotate in Borsa. Poi il ripensamento e il tentativo di rilanciare il marchio di Ivrea con l’annuncio, nel maggio del 2005, di voler investire 200 milioni di euro in tre anni, di cui la metà per la ricerca e lo sviluppo in particolare di una linea di prodotti “ink jet” con due nuove stampanti realizzate da designer internazionali come James Irvin e Alberto Meda.
Ma dopo le grandi promesse è arrivata la doccia fredda per i lavoratori e i sindacati. Telecom, a maggio 2005, ha annunciato di voler smantellare le produzioni di stampanti bancarie e registratori di cassa dello stabilimento di Agliè in Piemonte dove la ex Olivetti Tecnost ha 400 dipendenti. Le produzioni dovrebbero essere trasferite in Malesia.

Il deserto a Ivrea. Anche la storica mensa chiude

Di Olivetti restano un migliaio di dipendenti sparsi tra Ivrea, Scarmagno, la Valle D’Aosta e Milano. La grande Olivetti appare ormai lontanissima e anche uno dei suoi ultimi simboli, la storica mensa Ico di Ivrea, se ne è andato a fine 2004. La mensa, a forma esagonale, sorge sulla collina di Monte Navale, vicino agli stabilimenti, e fu voluta da Adriano Olivetti su progetto dall’architetto Ignazio Gardella.

Il capitalismo finanziario e l’ultimo sovversivo

Si chiude così una delle pagine più tristi per il capitalismo italiano, che ha sancito lo smantellamento dell’informatica, dell’elettronica nel nostro paese. Una conclusione determinata dalla scarsa lungimiranza dei Governi, di interi settori del capitalismo che hanno privilegiato le logiche finanziarie e la rendita a scapito dell’innovazione e della ricerca, realizzando grandi plusvalenze, scarsi profitti e distruggendo un pezzo dell’industria e dell’economia nazionale.
Resta l’esperienza di Adriano Olivetti che George Gilder, esperto di comunicazione e tecnologie, descrisse con toni enfatici ma in parte veritieri: «Olivetti fu un imprenditore che non ebbe nessun rapporto di mera dipendenza con il capitale, la terra, il lavoro ma che che creò capitale, conferì valore alla terra e al lavoro. Non fu strumento dei mercati ma creatore di mercati, non un ottimizzatore di risorse ma un inventore di risorse». In fondo anche ai giorni nostri Olivetti sarebbe stato probabilmente un imprenditore “sovversivo.

 

Il Bel Paese saccheggiato dalla finanza di rapina

di Francesca Paola Rampinelli

L’industria agroalimentare italiana è la prima filiera economica italiana ma, salvo i successi di qualità, i produttori agricoli annaspano, la produzione e i consumi calano.

Il cibo è storicamente sempre stato uno dei punti di forza del nostro Paese, la tradizione culinaria italiana è la più famosa e diffusa del pianeta (in eterna concorrenza con quella francese), il clima e la natura geografica della Penisola garantiscono la produzione di materie prime di eccellente qualità e in tutto il mondo i nostri prodotti alimentari sono pregiatissimi. D’altra parte basta guardare ai numeri per trovare conferma a tutto ciò. Infatti, secondo l’indagine “Scenari 2005-2015 della filiera alimentare” realizzata da Federalimentare in collaborazione con il Centro studi Confindustria, l’Ismea e le Università di Bologna, del Molise e di Verona, con 264 mila dipendenti e 6700 aziende, con 105 miliardi di euro di fatturato nel 2004 (+1,9%), l’industria alimentare è il secondo settore produttivo del Paese dopo quello metalmeccanico; trasforma oltre il 70% del prodotto agricolo nazionale e circa il 76% dell’export di settore è costituito da prodotti di marca. L’’industria alimentare costituisce la prima filiera economica d’Italia insieme ad agricoltura, indotto e distribuzione. La ricerca si conclude con la nota di pessimismo: nel 2004, per la prima volta dal dopoguerra, la produzione è calata (-0,2% sull’anno precedente), mentre i consumi alimentari sono scesi del -2%. Anche per quanto riguarda l’export, pur cresciuto del 3,5% a quota 14,6 miliardi, la visione non è rosea e nettamente inferiore alla media europea.
Le non brillanti prospettive di mercato si aggiungono alla recente storia industriale del settore agroalimentare in Italia, contrassegnata da una serie di avventure imprenditoriali caratterizzate da gestioni al limite del lecito e da personaggi degni di un racconto d’appendice. Raul Gardini ebbe la geniale intuizione di un impero che unisse chimica e agricoltura ed ha pagato in prima persona le sue scorribande; Sergio Cragnotti, partito proprio dalla Ferruzzi per passare al fallimento del gruppo Federconsorzi, da cui rilevò la Fedital, arriva ai giorni nostri al disastro della Cirio; l’ex “re del grano”, Franco Ambrosio, arrivò a trattare con la Italgrani oltre il 60% del grano duro mondiale, fatturando alla fine degli anni ‘80 quasi duemila miliardi di lire. Ambrosio, cassiere di Paolo Cirino Pomicino, nel 2001 finì in carcere per bancarotta fraudolenta. Un pensiero va infine rivolto al fantasiosissimo Calisto Tanzi che ha dilapidato in giochetti finanziari l’azienda alimentare considerata l’orgoglio del Paese riuscendo a superare il record, fino ad allora era detenuto proprio da Federconsorzi, del crack più disastroso d’Italia.

Un settore danneggiato dalla finanza

«Il settore agroalimentare in Italia è stato enormemente danneggiato dalla tendenza dei manager e proprietari a buttarsi sulla finanza trascurando l’industria», afferma Alessandro Danovi, condirettore dell’Osservatorio crisi e risanamento dell’Università Bocconi. Per capire bene quanto questo sia vero basta scorrere le avvincenti vicende di Federconsorzi che le cui vicissitudini aprono la strada a tutti i casi a cui si accennava sopra. Fondata nel 1892 come società cooperativa, Federconsorzi diventa, dopo la Seconda guerra mondiale, una delle maggiori organizzazioni economico-sociali italiane. Come
sistema di riferimento di centinaia di migliaia di coltivatori diretti e imprenditori agricoli, controlla 74 consorzi locali e oltre 80 aziende che operano nei settori più disparati, tra cui Massalombarda Colombani e Polenghi Lombardo nell’agroalimentare, Siapa (agrochimica), Fata (assicurazioni), e il Credito Agrario di Ferrara oltre ad una quota di minoranza qualificata della Banca Nazionale dell’Agricoltura, pari al 13%. Inoltre fa capo alla Federconsorzi un enorme patrimonio di terreni, allevamenti, magazzini e aziende agrarie oltre ad immobili di prestigio.
Il 31 dicembre 2001 l’onorevole Magnalbò fu incaricato di stendere una relazione con la «ricostruzione il più possibile obiettiva di quanto è avvenuto in riferimento alla Federconsorzi, nel periodo che va dal secondo dopoguerra al commissariamento» così riporta alla Commissione parlamentare d’inchiesta: «durante il suo lungo periodo d’attività, la Fedit portò a termine una serie di interventi che andavano ben al di là di quello che era il suo programma di base, quello della sicurezza alimentare; infatti, la Fedit ad un certo punto cominciò a proporsi come ente che aveva la possibilità, attraverso il compendio immobiliare che a mano a mano acquisiva, di indebitarsi e di mettere le mani su vari settori dell’economia. In tal senso ebbe una compartecipazione a tutte le attività dei consorzi agrari italiani (d’altra parte questa era la sua funzione originaria), svolgendo anche il ruolo di sponsor, ma soprattutto di tramite tra i consorzi agrari e gli istituti di credito. Quest’ultima fu una delle grandi funzioni svolte dalla Fedit che in tal modo riuscì a finanziare tutto questo comparto, che era in perdita, attingendo costantemente credito presso le banche.». Il relatore in comissione afferma e che «tali aspetti appaiono con più evidenza ed in termini che definirei "raccapriccianti" nell’analisi stilata dai collaboratori della Commissione che hanno messo in luce una massa di operazioni in cui, oltre al ricorso costante al credito, si rinviene un utilizzo altrettanto costante, ordinario, quotidiano e perpetuo della doppia fatturazione. Ciò sta a significare che moltissime poste venivano fatturate due volte e una stessa fattura per consulenza veniva pagata due volte e questo per centinaia di miliardi».
Ma non è finita qui: «Si è inoltre riscontrato che vi erano delle poste che in origine non corrispondevano ad alcuna voce, ma che successivamente, negli anni 1988-89-90, vennero iscritte in bilancio, una prima volta per un ammontare di 142 miliardi, la seconda per 240, come crediti inesigibili, quando invece si trattava di denaro uscito dalle casse senza alcuna giustificazione». Conclusione logica: «Come si può osservare, a poco a poco la Fedit dal suo ruolo iniziale passò ad assumere anche la funzione di portafoglio per operazioni in nero». Al momento del commissariamento, avvenuto il 17 maggio 1991 (un venerdì 17!), circa un terzo dei beni è in gestione commissariale o in liquidazione coatta amministrativa e l’indebitamento totale dei Consorzi verso la Federconsorzi ammonta a circa 2.200 miliardi di lire mentre i debiti del consorzio hannosuperato i 5 mila miliardi di lire.

Assenza controlli e crediti facili

Il relatore della Commissione parlamentare cerca di dare un quadro delle responsabilità più evident: «uno scarso controllo da parte della Banca d’Italia sul credito che veniva erogato a favore della Fedit. Dalle audizioni del responsabile della Banca d’Italia non è emerso nulla a questo proposito. Anzi, l’impressione che ne è risultata è che qualcuno se ne fosse lavato le mani nella convinzione che in fondo la Banca d’Italia non avesse il dovere di entrare nel merito e nella sostanza dei crediti, ma dovesse semplicemente limitarsi a verificare la regolarità delle procedure. Personalmente non credo che ciò sia vero, in ogni caso ciò corrisponde a quanto ci hanno riferito. Desidero anche evidenziare -continua Magnalbò- la totale mancanza di controllo da parte del Ministero dell’agricoltura. Il Ministero avrebbe dovuto effettuare una vigilanza continua ed invece sembra che il suddetto Ministero si sia limitato a recepire passivamente i bilanci e la documentazione da parte della Fedit, mentre quest’ultima considerava assolto il proprio compito con la trasmissione degli atti. Quindi è mancata del tutto un’attività di controllo».
Appurate le responsabilità dei presunti organi di controllo, entrano in gioco altri soggetti: «Nell’intera vicenda un ruolo fondamentale è stato ricoperto dalle associazioni di categoria. La Coldiretti era certamente il soggetto che maggiormente partecipava all’attività della Fedit e che, attraverso i suoi rappresentanti, dirigeva più o meno dall’interno questo colosso. Successivamente si affiancò la Confagricoltura, che disponeva anch’essa dei suoi uomini, tra cui Gioia, presidente della Confagricoltura e vicepresidente Fedit. Nello stesso periodo, anche i rapporti con la Coldiretti erano entrati in crisi, perché la Fedit cominciava a "boccheggiare" e non era più in grado di fare consistenti elargizioni in termini di sponsorizzazioni a favore delle due associazioni». «Le cause del dissesto vanno individuate nella riconosciuta mala gestio, risalente a molti anni prima. Lo stesso ministro Mannino si preoccupò di dire che la Fedit era gestita male». Tutto però continua a procedere tranquillamente fino al 1991 quando viene nominato ministro dell’Agricoltura Giovanni Goria. La situazione si fa ancora una volta misteriosa. Alcune fonti sostengono che Goria dopo un solo mese al ministero avverte l’incombente disastro e decide di commissariare l’ente minacciando di dimettersi e di fare così cadere il governo in caso di ostacoli. Nel luglio 1991 si ottiene l’ammissione alla procedura fallimentare che appare subito lunga, costosa e complessa; l’intero patrimonio di Federconsorzi rischia di essere liquidato per poche lire visto che il concordato richiederebbe vendite frazionate con conseguenti costi elevatissimi. Viene così chiamato in campo Pellegrino Capaldo, professore universitario ed ex presidente del Banco di Roma. Vanta doti tecniche ed è anche personaggio gradito al Governo, al mondo agricolo, ai sindacati, agli istituti di credito e alla Banca d’Italia. Elabora la Società Gestione Realizzo, composta da 28 grandi creditori che dovrebbe rilevare i beni della Fedit. Una soluzione che «avrebbe consentito di chiudere rapidamente il concordato e vendere i beni con procedure meno farraginose di quelle classiche». Il giudice Ivo Greco autorizza l’operazione e valuta il patrimonio in 2.150 miliardi di lire, cifra che appare assolutamente non corrispondente al valore reale ad un gruppo di ex dipendenti di Fedit che fa partire un’inchiesta presso il tribunale di Perugia. A fine 2001, dalla vendita dei suoi beni, la Sgr aveva complessivamente realizzato 2.371 miliardi di lire e sostenuto costi per 2.293 miliardi, esclusi gli oneri finanziari. Il suo indebitamento ammontava a 106 miliardi. La società, con ulteriori realizzi, aveva previsto un incasso finale compreso tra i 2.650 e i 2.700 miliardi a fronte di costi complessivi compresi tra i 2.630 e i 2.680 miliardi.
In un decennio, in pratica, la Sgr avrebbe concluso in pareggio il complesso delle dismissioni se non fosse intervenuto a vanificare i conti il sequestro dei beni, scattato con l’inchiesta di Perugia. In forza a quale fenomeno, mentre è pendente da anni presso il Tribunale di Roma il processo penale contro i dirigenti e gli amministratori di Federconsorzi responsabili di bilanci così fantasiosamente gestiti per anni, Capaldo e Greco (co imputati a Perugia) sono stati invece condannati per bancarotta fraudolenta (a 4 anni il primo e a 4 anni e 6 mesi il secondo) a spron battuto? Qualcuno parla di un’ipotetica, eventuale, ascesa di Capaldo in Mediobanca che sarebbe stata arginata proprio dalla tempestività del
procedimento. Nulla avrebbe a che vedere, in questo caso, con l’effettivo interesse al recupero dei crediti vantati oltre che dalle banche da migliaia di coltivatori… Per essere dichiarato innocente Capaldo ha dovuto aspettare, fino al giugno del 2004 quando la Corte d’appello di Perugia ha ribaltato il primo verdetto, scagionandolo dall’accusa perché “il fatto non costituisce reato”.

 


Piombino, 1984 Berengo Gardin/Contrasto/Valori

Schede

L’AUTHORITY A PARMA

L’ITALIA ESULTA, PARMA ESULTA: l’Authority europea per la sicurezza alimentare, l’Efsa (European food security agency) avrà sede nella cittadina emiliana. In Italia, d’altra parte, l'industria alimentare costituisce il secondo settore produttivo dopo quello metalmeccanico ed inoltre il nostro Paese in Europa detiene il primato di ben 132 prodotti italiani (il 20% del totale comunitario) con il marchio a denominazione di origine (Dop, Dopg o Igp). Parma inoltre può vantare 8 mila imprese dedite all'agricoltura e un fatturato che, per il settore alimentare, si aggira intorno ai 5,5 miliardi di euro. L’Authority ha competenza, in primo luogo, sul controllo della qualità degli alimenti umani e animali. Svolge indagini su temi che vanno dalla protezione delle piante agli organismi geneticamente modificati, dai prodotti dietetici alle allergie, dal rischio biologico alle contaminazioni nella catena
alimentare e alla salute degli animali. L’ente è gestito da un consiglio d'amministrazione, da un direttore esecutivo e dal suo staff, da un forum di consiglieri e da un comitato scientifico affiancato da 8 gruppi scientifici. Pareri e decisioni vanno trasmessi alla Commissione Europea, cui spetta comunque l’ultima parola. È previsto un budget annuo di 40 milioni di euro con 330 persone stabilmente occupate. L'Efa avrà una propria personalità giuridica, sarà finanziata dai fondi comunitari ma agirà in maniera indipendente.

LA CRISI DI BARILLA

«IL PIANO DI BARILLA DARÀ UN COLPO ALL’ECONOMIA DEL SUD e soprattutto della Basilicata»: Lorenzo Rossi Doria, portavoce della Flai Cgil spiega così perchè ogi dismissione rappresenta un forte colpo ad un simbolo industriale, visto che in Basilicata l’industria è rappresentata proprio da Fiat e Barilla. «La chiusura dello stabilimento del gruppo emiliano a Matera (120 persone) insieme alla vendita del mulino di Termoli (22 persone)
e alla dismissione della linea di produzione delle fette biscottate di Caserta viene vissuta come un tradimento da parte della società. Il piano industriale del 2003 prevedeva 500 milioni di euro di investimenti. Quello del 2004 ha stravolto tutto programmando la chiusura del centro di ricerche Corial e degli impianti al sud». I sindacati sono scesi sul terreno di guerra rompendo una tradizione di pace interna all’azienda, da sempre motivo d’orgoglio
per Barilla, e all’inizio di novembre negli stabilimenti di Pedrignano e di Rubbiano ci sono stati due partecipati giorni di sciopero. Secondo il segretario della Flai Cgil di Parma, Antonio Mattioli «con questa ristrutturazione si vuole fare pagare ai lavoratori i costi sostenuti per inopportuni investimenti all’estero». Barilla ha intensificato negli ultimi anni le acquisizioni in Italia con l’annessione di Pavesi, TreMarie e Sanson e in Europa con Wasa, Kamps e Harry’s, trasformandosi nella prima multinazionale italiana dell’agroalimentare, con oltre 2,3 miliardi di euro investiti dal 1994 in acquisizioni e nello sviluppo. L’esperienza di molti gruppi del settore agroalimentare, a partire da Parmalat, pone molti interrogativi sulla posizione dei vertici della società, che lamentano una contrazione del mercato della pasta: in realtà la causa ultima di questo piano di ristrutturazione sembra risalire solo ad una gestione finanziaria decisamente non brillante.

IL RITORNO DI PARMALAT

«QUELLO CHE È SUCCESSO È LA PROVA che il problema di Parmalat non era il core business, ma la finanza. Purtroppo me ne sono accorto troppo tardi quando il mondo mi è crollato addosso». Lo ha dichiarato, commosso riferisce il suo avvocato, Calisto Tanzi, quando ha visto che il titolo della “sua” Parmalat, nel primo giorno di quotazione in Borsa dopo 22 mesi dal crack, balzava bruscamente in avanti. Parmalat, infatti, dopo aver esordito con il prezzo teorico di un euro ha chiuso a quota 3,025 euro. Un prezzo che assegna alla Parmalat una capitalizzazione di 4,9 miliardi di euro e che ha visto il passaggio di mano di 281,5 milioni di azioni, pari al 17,5% del capitale della società. Parmalat però non è certo un titolo che può garantire stabilità e per un po’ sarà necessario che gli investitori si abituino a vederlo scattare al rialzo per poi calare bruscamente. Nel secondo giorno in Borsa, infatti, il titolo ha perso il 13,59% a 2,61 euro, portando la capitalizzazione a 4 miliardi Hanno senza dubbio inciso sulla frenata le prese di profitto degli hedge funds insieme alle incertezza circa le richieste di risarcimento danni avviate da Bondi contro le banche. La giornata è stata ancora decisamente intensa visto che se giovedì era passato di mano il 17,5% del capitale, venerdì i volumi hanno interessato l'8,1% delle azioni e sono transitati anche 6,3 milioni di titoli sul mercato dei blocchi. Sulla sorte a Piazza Affari del gruppo di Collecchio ci sono moltissime incognite determinate sulle incertezze oggettive che ancora gravano su Parmalat. Da tempo circolano voci circa una possibile acquisizione da parte di Granarolo , della francese Lactalis e di Nestlé ma si è parlato anche del gigante americano dell’agroindustria Cargill oltre che di una cordata guidata dal commissario della Cirio, Mario Resca. Più chiari, invece, appaiono finalmente i numeri della società che sono stati presentati il 10 ottobre, al termine del cda. Nel primo semestre 2005 il gruppo Parmalat ha realizzato un fatturato netto consolidato di 1.847,8 milioni, in crescita del 2,3% rispetto allo stesso periodo del 2004 (dati pro-forma ricalcolati). Il mol è passato a 141,6 milioni dai 130,4 del 2004, salendo al 7,7% dal 7,2%, mentre il risultato della gestione ordinaria, dopo ammortamenti, svalutazioni e accantonamenti per 56,2 milioni, è pari a 85,4 milioni (4,6% dei ricavi della gestione caratteristica). L’utile netto pro-forma è di 39,6 milioni. Al risultato netto contribuiscono proventi non ricorrenti per 19,5 milioni, oneri finanziari netti per 46,5 milioni e imposte sul reddito per 16,6 milioni. L'indebitamento finanziario netto al 30 giugno era pari a 585,6 milioni, in aumento di 43,7 milioni.


Genova, 1992 Berengo Gardin/Contrasto/Valori