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Bologna è città della cultura o non è.

Con la convocazione degli Stati generali della cultura bolognese il Partito democratico sembra finalmente voler affrontare una questione da troppo tempo rinviata.
Bologna è città della cultura o non è. Ogni città ha la sua vocazione, comprese le global cities come Shanghai o New York che contengono tutto e il contrario di tutto semplicemente perché sono i nodi in cui si incrociano le energie del mondo. Possono essere vocazioni dinamiche, in trasformazione, vocazioni plurali, per le megalopoli come per i capoluoghi di provincia; ma il governo di una città non può realmente definirsi tale, se non sa riconoscere e valorizzare quella vocazione.
La cultura è stata la linfa vitale di Bologna più o meno dall’XI alla fine del XX secolo. Parliamo per iperboli perché il problema risalti meglio, ma crediamo di non discostarci molto dalla realtà; collocata nel cuore della grande provincia meccanica emiliana, Bologna è sempre stata qualcosa d’altro rispetto a essa in quanto città dell’immateriale, della contaminazione e del tempo dilatato. Tra bagliori e opacità, questa sua vocazione è cresciuta grosso modo fino a un ventennio fa, fino alla fine degli anni Novanta – sospinta, a volte attentamente vigilata, ma sempre promossa dal partito-civitas, il Pci. Alla fine del Novecento Bologna ha dovuto scegliere tra l’espansione della sua vocazione culturale e inclusiva a una dimensione veramente europea e il consolidamento dell’esistente nel nome del verbo del buon governo. La stessa scelta si è posta ad altre città, come Barcellona e Zurigo, che hanno decisamente preso la prima strada, con i risultati che si vedono: là un respiro globale, qui la stasi.
Nonostante il crescere di alcune esperienze significative, in quegli anni (la città in rete, la sperimentazione musicale dei centri sociali, l’esplosione della «letteratura cannibale»), il ceto di governo non ebbe o non volle avere il coraggio di scegliere la prima opzione. Dopo arrivarono la città di Guazzaloca, con il suo guardaroba localistico da feste in costume, e la città di Cofferati con la sua visione fordista fuori tempo. Il resto è attualità, e dobbiamo ringraziare se, malgrado tutto, energie e sogni ancora abitano fra queste mura.
 Ripensare la cultura, dunque, significa ripensare prima di tutto il futuro della città. Cosa resta? Restano le potenzialità di un centro universitario che sa ancora attrarre menti e fantasie (e, da questo punto di vista, la chiusura per mancanza di fondi dello sciagurato decennio di moltiplicazione delle sedi decentrate, con le sue università-liceo, è una scelta obbligata). Resta un incomprimibile desiderio di scambio e di contaminazione, basta fare una passeggiata per il centro, la sera, per essere travolti dal rifiorire di vita che segue l’inverno cofferatiano. Restano miriadi di microesperimenti interessanti nella musica, nel teatro, nelle arti, nel dibattito culturale, che si ingegnano a vivere con quel che c’è mentre meriterebbero ben altra fortuna.
Per ridare finalmente ossigeno a tutte queste realtà è indispensabile, improcrastinabile e irrinunciabile intraprendere alcuni percorsi coraggiosi. Ci limitiamo a ipotizzarne soltanto due.
Primo. Occorre riconoscere che la fine dell’età industriale classica e la sublimazione del terziario in un nebulizzato settore della conoscenza e della comunicazione ha posto fine una volta per tutte alla compartimentazione dei tempi. Tempo del lavoro e tempo della vita si intersecano costantemente a seconda dei soggetti che si osservano, e vano sarebbe voler preservare uno stato di cose che semplicemente non esiste più. Usiamo una metafora urbanistica: immaginiamo un tapis-roulant che segue nelle due direzioni tutto il corso di via Indipendenza, che dà la possibilità di accelerare o di riposarsi guardando chi cammina sotto il portico, oppure chi sta seduto sui mezzi pubblici, unici mezzi di trasporto permessi; collegamenti anche attraverso i canali riaperti e navigabili, o addirittura fra i tetti di un palazzo e l’altro del centro storico: una città che sa vivere sulla terra, sull’acqua e anche nell’aria. Fuor di metafora: una città che riconosce i bisogni e i desideri di ciascuno e sa farli convivere, nel rispetto reciproco ma anche nell’accoglienza, offrendo modalità diverse e molteplici per viverla, in un nuovo equilibrio fra i tempi della pubblica amministrazione, i tempi della città e i tempi di vita, di lavoro e di studio; un piano regolatore dei tempi che ridefinisca il sistema degli orari con l’apertura notturna dell’Università, delle biblioteche e di tutte le strutture pubbliche culturali. Una realtà di questo tipo sarebbe veramente l’anticipazione della città del XXI secolo, un enorme incubatore di energie e di creatività capace di concorrere con i grandi centri nevralgici mondiali dell’economia della conoscenza. Alcuni anni fa, come Nuovamente, raccogliemmo 26 mila firme in calce a una proposta che, seppur con minori ambizioni, si muoveva verso questa direzione, e la sottoponemmo al sindaco Cofferati per avviare una discussione. Non avemmo risposta: è questo il tempo di rimettere la questione sul tavolo.
Secondo. Le scelte di politica culturale di questi ultimi anni sono andate quasi esclusivamente in favore della tutela di alcuni punti di indiscussa eccellenza a scapito però della novità e della sperimentazione; ovviamente è giusto dosare con attenzione le poche risorse esistenti.
Una città aperta è una città che sa attrarre nuove idee e mettere a disposizione piccoli orti in cui queste riescano a crescere, coniugando la tutela di ciò che è con la cura e l’attenzione verso ciò che può essere. Le città d’avanguardia hanno investito sugli spazi industriali dismessi che sono diventati centri di sperimentazione e sviluppo per un’intera generazione di creativi e di professionisti della conoscenza. Operazione analoga è perfettamente realizzabile anche a Bologna: si tratterebbe di avviare un censimento delle aree adatte, di promuovere politiche di acquisizione mirate da parte del Comune (ad esempio attraverso lo scambio tra contenitori dismessi e terreni edificabili pubblici) mettendo poi gli spazi a disposizione – prima gratuitamente, poi a canone concordato – di associazioni o figure attive nella ricerca artistica e nella produzione culturale. La sperimentazione, come vocazione dimenticata della città, vuole ora essere riconosciuta e concretizzata.
Non si tratta di un’utopia, ma di una possibilità perfettamente realizzabile. Due ordini del giorno in proposito furono approvati all’unanimità dal Consiglio comunale nel 1998 e di nuovo nel 2001. Né con Guazzaloca, né con Cofferati né tantomeno nella brevissima parentesi di governo più recente questi indirizzi hanno mai ricevuto seguito. Ripartiamo anche da qui.
E da ultimo, e questo riguarderà un nostro prossimo contributo, la questione della cultura è inscindibile dalla scuola e dalla pubblica istruzione.

Diego Benecchi
Franco Motta