Presentazione
Un’amnistia e un indulto per i senza nome
di Leonardo Rossi
Il provvedimento che recentemente ha concesso la grazia a Ovidio Bompressi è stato accolto con ottimismo da più parti, non soltanto per la specificità di un caso – l’omicidio Calabresi – che è ormai diventato un unicum nella storia della Repubblica, ma soprattutto per il segnale di novità che esso trasmette a tutta la popolazione penitenziaria, in attesa da anni della promulgazione di provvedimenti clemenziali ‑ indulto e amnistia – più volte annunciati e più volte, indegnamente, eclissati dopo avere sollevato le inutili speranze di migliaia di persone.
Indulto e amnistia sono misure cui più volte la giustizia italiana ha fatto ricorso, con finalità ora politiche, ora umanitarie, ora di alleggerimento della pressione esercitata sul sistema carcerario dalla popolazione detenuta. È quest’ultimo il caso del provvedimento oggi allo studio del Ministero della Giustizia: la cosiddetta “emergenza carceri”, ossia l’incapacità delle struttura detentiva di offrire condizioni di vita e di reinserimento minimamente dignitose a una popolazione penitenziaria in continua crescita, assume infatti in Italia, oggi, l’aspetto di una vera e propria emergenza umanitaria e di un patente sfregio al dettato costituzionale, fondato sul concetto di pena rieducativa e sulla tutela della dignità personale.
Le condizioni di vita nelle carceri, oggetto di ripetute denunce sia nel nostro Paese che sul piano internazionale, necessitano di una soluzione immediata: il costante incremento dei detenuti rende infatti impossibile lo svolgimento delle attività rieducative previste dal Codice Penitenziario sulla base delle indicazioni della Costituzione, impedendo alla pena di conseguire il proprio principale obiettivo, la rieducazione e la risocializzazione del reo. L’urgenza, resa evidente dai numeri delle presenze in carcere, necessita di una soluzione immediata che può essere individuata in un atto di clemenza generalizzato, quali sono l’amnistia e l’indulto.
Tali decreti, pur iscrivibili nella più ampia categoria dei “provvedimenti clemenziali” per le caratteristiche comuni, sono distinti tra loro in quanto l’amnistia produce l’estinzione del reato mentre l’indulto quella della pena. Nello specifico, due sono i tipi di amnistia a cui i nostri governi hanno fatto ricorso: l’amnistia impropria, applicabile alla pena definitiva e ai procedimenti in corso, e l’amnistia propria, che estingue il reato e tutti gli effetti penali ad esso connessi. Una distinzione fra indulto e amnistia va fatta anche per quanto concerne le limitazioni relative alla concessione di questi benefici, ove essi sono definiti e circostanziati ogni volta che viene presentato il provvedimento.
La concessione dell’amnistia è vincolata a tre limitazioni: una limitazione oggettiva, nella quale si escludono alcuni reati che variano di decreto in decreto a seconda della coscienza sociale e della linea politica del governo; una limitazione quantitativa, che sancisce la concessione del beneficio solo ai reati astrattamente puniti con una pena contenuta in un limite prefissato dalla legge; e infine una limitazione di carattere soggettivo che ne esclude l’applicazione a determinate tipologie di soggetti, quali i condannati abituali, i rei per tendenza, i recidivi.
Il ricorso all’indulto è limitato da condizioni soggettive per le quali sono escluse alcune categorie di condannati, e da condizioni oggettive che ne impediscono l’applicazione a differenti tipologie di reati.
La diversa natura di questi due decreti condiziona anche la funzionalità degli stessi: mentre l’indulto, sortendo effetti esclusivamente sull’esecuzione della pena, determina uno sfoltimento delle presenze in carcere, l’amnistia aggiunge a questo effetto una forte componente deflattiva sul carico delle pendenze penali dei tribunali.
A queste due misure, cui si è fatto ricorso fino al 1989, si sono accompagnati generalmente provvedimenti di grazia, i quali però hanno goduto di scarsa considerazione da parte dell’ex Guardasigilli che ne ha sensibilmente contratto l’utilizzo. Il nuovo governo, rispettando il programma elettorale, attraverso la concessione della grazia a Bompressi ha subito voluto dare un segnale alla cittadinanza e soprattutto alla popolazione detenuta o soggetta a provvedimenti restrittivi della libertà; la diffusa speranza in provvedimenti di clemenza è ora nell’ordine delle cose.
Pur riconoscendo che i problemi degli istituti penitenziari non possono essere risolti da un’amnistia e da un indulto generalizzati, dobbiamo però constatare come la concessione di questi benefici sarebbe un primo passo per avviare un percorso che consenta di risolvere la situazione delle nostre carceri: soprattutto perché ciò dimostrerebbe la volontà della nuova maggioranza di considerare il carcere tra i principali oggetti di intervento e come piattaforma per una ridiscussione complessiva del problema dell’esecuzione della pena.
La situazione già difficile infatti, rischia di divenire ancor più esplosiva nel futuro prossimo: provvedimenti come quelli volti a punire l’uso delle sostanze stupefacenti, nel quale sono equiparate droghe pesanti e droghe leggere, e le norme contenute nella cosiddetta Legge “ex-Cirielli”, che contraggono fortemente la possibilità di concessione delle misure alternative, rischiano di produrre un ulteriore, e questa volta esponenziale incremento della popolazione detenuta, ripercuotendosi disastrosamente su strutture che già ora superano abbondantemente il limite di capienza tollerabile. Analogamente appare di rilevante urgenza individuare una soluzione al problema dell’immigrazione in alternativa a quella puramente repressiva della “Bossi-Fini”.
I provvedimenti di clemenza sia individuali sia generali consentirebbero al tempo stesso l’applicazione del precetto costituzionale che vuole una pena non contraria al senso di umanità, un precetto costantemente frustrato in una situazione come quella attuale, con 59.523 detenuti (al 31 dicembre dello scorso anno) e 49.943 soggetti in misura altenativa. Come è stato affermato in occasione della festa della Repubblica «i tempi sono maturi» per un atto di clemenza, che non solo darebbe speranza alla popolazione detenuta ma che contribuirebbe ad alleviare i problemi degli uffici giudiziari che rendono i tempi della giustizia eccessivamente lunghi affossando un altro principio che discende dal dettato della Costituzione, quello della rapidità della sentenza.
Speciale "Indulto e amnistia"
Valerio Guizzardi
Responsabile Associazione Culturale Papillon-Bologna
Il carcere postfordista
L' "illegalità legale" dell’universo penitenziario italiano
[...] L’associazione Papillon ha detto e ripete che la migliore garanzia dei diritti dei detenuti si avrà soltanto quando ci sarà una legge nazionale che riconoscerà anche a questa categoria di persone il diritto di associarsi liberamente per confrontarsi sui problemi del carcere con tutti i livelli istituzionali: dai Municipi alle Regioni, dalle Commissioni Parlamentari al Ministero di Grazia e Giustizia. Esattamente come avviene in tutti i più diversi ambiti comunitari (siano essi posti di lavoro, quartieri, ospedali, caserme, caseggiati, scuole etc.), rivendichiamo che anche i cittadini detenuti possano avvalersi di questo diritto senza per ciò essere sottoposti a pressioni, ricatti, trasferimenti forzati e altre punizioni di vario tipo. In definitiva, anche questa è una questione di civiltà giuridica e commette un errore, a nostro avviso, chi ne sottovaluta l’importanza .
Un ottimo passaggio transitorio in questa direzione sarebbe stata anche l’instaurazione, da parte di tutti i Consigli Regionali, di Commissioni di controllo sulle carceri di loro competenza territoriale. Commissioni che sarebbero state composte da Consiglieri regionali di tutte le forze politiche e al cui lavoro quotidiano avrebbero potuto partecipare rappresentanti dei funzionari e degli operatori delle carceri, e soprattutto rappresentanti delle più grandi associazioni dei detenuti . Chiunque può ben capire che commissioni così composte avrebbero potuto moltiplicare il potere ispettivo che già oggi appartiene a ogni Consigliere regionale, ma soprattutto avrebbero potuto moltiplicare la capacità d’individuazione e risoluzione dei reali e più urgenti problemi che affliggono i vari istituti penitenziari, senza rischiare di essere ingannate dai classici “specchietti per le allodole” che esistono in ogni carcere.
Purtroppo, a causa di troppe e inutili timidezze politiche anche questo passaggio non si è riusciti ad ottenerlo, ma ad ogni modo la nostra associazione è comunque favorevole all’insediamento dei Garanti comunali e regionali, pur essendo consapevole che essi, per quanto importanti, sono in un certo senso una goccia nel mare della battaglia di civiltà portata avanti pacificamente in questi anni dalla Papillon e da migliaia di detenuti e liberi cittadini.
Cosa intendiamo per «battaglia di civiltà»? Vorremmo, al proposito, abusare lievemente della pazienza di chi legge per proporre alcune delle considerazioni che stanno alla base del nostro agire e delle sue modalità.
Il contesto economico-politico
In questa particolare fase politica nella quale sta faticosamente transitando il nostro Paese, in cui tutto fa pensare che [la passata] maggioranza parlamentare abbia dichiarato guerra alla società civile praticando una sorta di sovversione dall’alto, è sotto gli occhi di tutti la sistematica mortificazione della dignità e dei diritti delle cittadine e dei cittadini detenuti. Che tale questione sia da sempre particolarmente problematica (su questo nessun Governo passato è innocente) è un fatto. Che oggi le condizioni di vita all’interno delle carceri siano prossime all’emergenza umanitaria è un altro ancor più drammatico fatto [...].
In definitiva, [in questi ultimi anni] il Ministero di Grazia e Giustizia si [è sottratto] totalmente ai suoi doveri, primo fra tutti garantire il pieno rispetto dei più elementari diritti umani all’interno delle sue carceri . Rammentiamo che l’Italia ha già collezionato negli anni diverse condanne e richiami severi da organizzazioni umanitarie come Amnesty International e dal Comitato per la Prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa a causa del trattamento inumano nei confronti dei propri detenuti.
Naturalmente, nel nostro ragionamento, vogliamo andare oltre le pericolose performances [del precedente Ministro della Giustizia]. Ci appare evidente come egli costituisca soltanto un modesto atomo di cui è formato il gigantesco iceberg della negazione dei diritti. Si tratta di una mostruosità umana e giuridica la cui massa è implementata, giorno dopo giorno, da un paradigma produttivo, oggi globale, che assicura ricchezze inusitate a pochi ricchi e nuove povertà a una sterminata moltitudine di donne e uomini in ogni angolo del pianeta. Stiamo parlando del neoliberismo, che nel nostro Paese una certa sinistra, scrollatesi di dosso le sue origini storiche, pretenderebbe addirittura di governare, e una destra che con autoritaria arroganza ne dispiega sull’intera società tutto il potere distruttivo.
Riteniamo che in una società veramente civile e democratica non può essere il profitto d’impresa, l’estrazione di plusvalore ad ogni costo il valore assoluto, che si erge a ideologia egemone e dominante. Fenomeno ancora più evidente oggi allorché il modo di produzione postfordista non mette più a valore soltanto il tempo di lavoro ma l’intera esistenza dell’individuo, in quanto affida il primato della produzione di ricchezza alla messa a valore delle sue capacità linguistiche, di relazione e di cooperazione sociale. È la produzione di merci a mezzo di linguaggio. È il sapere generale sociale (general intellect ) a essere messo in produzione, riducendo così i corpi e le menti a pura merce.
Uno dei tratti distintivi dell’odierno paradigma produttivo è la flessibilità della prestazione lavorativa (immediata o immateriale) dove la forza-lavoro è assunta secondo le esigenze dei picchi di produzione e licenziata nelle fasi di calo della stessa. Assistiamo così a una crescente precarizzazione generale delle condizioni di vita dei produttori, perché alla discontinuità della prestazione lavorativa corrisponde la discontinuità del reddito. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: impossibile programmare il proprio futuro, non si può accendere mutui-casa, costituire nuovi nuclei famigliari, fare figli qualora lo si desideri, risparmiare per poter affrontare contingenze difficili, né quant’altro sta alla base della materialità indispensabile alla conduzione di una vita anche minimamente dignitosa; le nuove povertà avanzano a ritmo incalzante.
Ora, si presume che in una democrazia avanzata lo Stato, nella sua funzione di mediatore, debba farsi carico della difesa della parte più debole dei suoi amministrati. Nel nostro caso sarebbe stato indispensabile da parte del Parlamento emanare una serie di provvedimenti volti da una parte a regolamentare equamente il mercato del lavoro inibendo la sua devastante capacità di sussunzione reale e formale della vita dei produttori, dall’altra a mettere in campo il potenziamento del Welfare portando la sua efficacia all’altezza dei tempi.
Sgomenti, assistiamo invece all’esatto contrario: il Welfare (frutto delle lotte dei lavoratori costato lacrime e sangue) è sistematicamente demolito attraverso la privatizzazione selvaggia di ogni servizio al cittadino. Contestualmente viene emanata una legge per la regolamentazione del mercato del lavoro (Legge 14 febbraio 2003 n.30) che, fotografando lo stato delle cose presenti, ne fa regola giuridica. I fatti ci illustrano, con dovizia di particolari, come quest’ultima trovata neoliberista stia accelerando il processo di precarizzazione delle condizioni di vita di strati sempre più ampi di popolazione. Il dominio del mercato sulle istanze vitali e più profonde dell’intera società costituisce un processo di metastatizzazione che, lentamente ma inesorabilmente, porta alla distruzione di quel complesso di relazioni sociali e umane sulle quali la res publica è costituita, e al degrado del sistema ecologico sul quale essa vive.
Da qui derivano, come già detto, nuove povertà, marginalizzazione ed esclusione sociale in preoccupante crescita e una pericolosa percezione collettiva del no future . Impossibile non capire come tutto questo aumenti il rischio di devianza in chi, privato di un reddito anche minimo, ha l’esigenza di sopravvivere. Basterebbe indagare le biografie dei detenuti per comprendere come la marginalizzazione e l’esclusione sociale siano la maggior causa di devianza.
Come risponde lo Stato a questa situazione in caduta libera? Esclusivamente con politiche penali, carcerizzazione, stravolgimento del Codice Penale con nuove fattispecie di reato o riesumandone altre, anacronistici residui del ventennio fascista, aumento delle pene anche per i reati minori, restringimento delle misure alternative alla detenzione. Ultimo esempio di queste scelleratezze è [la legge Fini sulle droghe, che rischia di produrre] un aumento esponenziale della popolazione detenuta (in una situazione presente già al collasso) e contemporaneamente un business colossale per le “comunità terapeutiche” che, guardacaso, nasceranno come funghi dopo una notte di pioggia.
Il neoliberismo ha una precisa politica di controllo sociale: l’esclusione . I poveri, gli uomini e le donne espulsi dal mercato del lavoro vanno tolti dalla vista e relegati ai margini. Lo Stato, di conseguenza, usando il circuito carcerario come una discarica sociale s’illude di nascondere “lo sporco” sotto il tappeto. Mentre le soluzioni, a nostro avviso, sarebbero ben altre: per prima cosa occorre una radicale inversione di tendenza che sostituisca le politiche penali con politiche sociali di prevenzione, di cui alcuni punti insostituibili sono il reddito di cittadinanza (diretto e indiretto) e una sostanziale modifica della regolamentazione del mercato del lavoro con l’abolizione della Legge 30 , in favore di un provvedimento che porti a un equilibrio equo la dialettica tra lavoro vivo e capitale .
Il Carcere
Ma ora vorremmo estrarre dal contesto generale succintamente descritto un frammento al quale la nostra associazione, per sua genesi, dedica il proprio lavoro: il carcere; con l’intento di dimostrarne l’inutilità e il danno sociale.
Chiunque conosca il carcere sa che è impossibile una sua pur latente valenza educativa. Basterebbe leggere Sorvegliare e punire di Foucault per rendersi conto che dall’800 a oggi poco è cambiato circa la metodologia trattamentale volta a considerare il deviante come un animale da ri-addestrare. Nel 1975 e nel 1986 sono state realizzate leggi di riforma dell’Ordinamento Penitenziario che, se pienamente applicate, avrebbero cambiato non di poco il sistema carcerario italiano. Ma tuttavia non essendo state attuate completamente, dentro il carcere il sistema pedagogico rimane fondato sul rapporto premio-punizione. Se anche i benefici della legge Gozzini (L.10 ottobre 1986 n. 663), già di per sé oggetto di gravi disparità di applicazione da una regione all’altra da parte della Magistratura di Sorveglianza, vengono utilizzati come premi, è chiaro che si sta praticando esattamente lo stesso tipo di metodologia con cui si addestrano gli animali. Mentre sarebbe necessario, per i cittadini detenuti, elaborare la propria esperienza e usare questa come base per modificare i propri comportamenti.
Al contrario, gli unici elementi che fornisce il carcere per smettere di delinquere sono la paura della punizione e la ricerca del premio. E questo meccanismo è del tutto controproducente: nessuno matura una coscienza critica e autocritica attraverso il carcere . È difficilissimo che questo accada . In più, dato lo stato di illegalità diffusa che vige in quei luoghi di sovraffollamento inumano, le continue vessazioni e spesso le violenze fisiche e psicologiche che i detenuti subiscono da parte di chi, per legge, dovrebbe invece limitarsi alla custodia in base all’art. 27 della Costituzione, creano nei detenuti stessi un sostanziale passaggio percettivo da custoditi a vittime . Il sentirsi vittima non porta certo il detenuto a intraprendere un percorso critico volto a considerare la devianza come disvalore da rifiutare; al contrario lo conduce a generare soltanto un profondo rancore contro le istituzioni e la società che, una volta libero dopo aver scontato la pena, lo spinge a commettere reati ancora maggiori di quelli già compiuti.
Siamo convinti che in ogni detenuto ci sia il sovrapporsi di due condizioni negative pregresse alla carcerazione: una è quella dell’esclusione sociale che tutti quanti, specie nelle grandi città, conoscono. L’altra è, in generale, l’ideologia indotta da un paradigma produttivo e dal modello sociale che esso ha creato, che porta le persone a rincorrere l’arricchimento ad ogni costo. Anche attraverso la commissione di reati . Se non interviene un meccanismo che spezzi questo cortocircuito che noi chiamiamo feticcio del denaro , è chiaro che le persone, anche dopo l’uscita dal carcere, continueranno a reiterare i reati. La recidiva, infatti, in Italia, è uno dei maggiori fattori di entrata in carcere (rientro).
Il carcere provoca solo regressione psicofisica, disperazione e rabbia. Il carcere è una fabbrica di criminalità. Questo e solo questo è il punto cardine sul quale il Parlamento e l’intera società civile dovrebbero interrogarsi .
Morire di carcere
Non stupisce, detto ciò, che i suicidi all’interno delle carceri siano 19 volte più numerosi che all’esterno. Il 2001 è stato l’anno peggiore, con 70 suicidi. Nel 2002 ne sono stati registrati 52. [Nel 2003 ce ne sono stati 65]. Ma molto spesso si nasconde un suicidio anche dietro molti altri episodi, come le morti da overdose. E non bisogna dimenticare che vengono classificati come suicidi solo quelli che vanno “a buon fine” dentro le mura del carcere. I tentati suicidi sono una media di 900 all’anno, gli atti di autolesionismo arrivano a 6000.
Da qui a parlare di sanità in carcere il passo è breve: si tratta, come non tutti sanno, a partire dal Centro Clinico di Parma, escludendo decisamente quello di Bologna, di un vero e proprio circuito infernale che vede all’interno delle infermerie degrado, violenza, abbandono, sporcizia, mancanza di farmaci (compresi i salvavita), insufficienza strutturale di personale medico e paramedico. Detto altrimenti: una pena aggiuntiva . E come se non bastasse, l’ultima Finanziaria ha tagliato ulteriormente i fondi destinati annualmente a una sanità carceraria che da sempre naviga nella più piena e conclamata illegalità in spregio all’art. 32 della Carta costituzionale, il quale individua il diritto alla salute e alla cura come uno dei diritti fondamentali del cittadino, quindi senza distinzione alcuna tra liberi e privati della libertà personale .
Un capitolo della riforma Bindi del ‘99 prevedeva che la sanità carceraria venisse affidata alle Asl, ma purtroppo non ha avuto seguito principalmente perché lo Stato non ha mai trasferito i fondi necessari alle Regioni, condicio sine qua non perché le Asl potessero entrare nelle carceri. In particolare chiunque può comprendere come i presidi Sert in ogni istituto di pena sarebbero stati fondamentali perché i tossicodipendenti in entrata non fossero costretti a interrompere le terapie metadoniche già iniziate in libertà. Si preferisce perciò continuare a tenere chiuse in cella persone in crisi di astinenza, che per le loro condizione psicofisiche disastrate non dovrebbero stare in prigione, imbottendole di psicofarmaci dannosi per la salute ma utili poiché uno zombie (così viene chiamato il “tossico” nel gergo carcerario) non crea problemi in quanto fortemente limitato nelle sue capacità cognitive e motorie dalla “terapia” carceraria. E questo, per quanto riguarda la custodia, è ciò che conta.
Altro fattore di fortissima resistenza alla riforma Bindi proviene dalla corporazione dei medici penitenziari, dai quali viene percepita come un pericolo mortale per quanto riguarda il loro potere decisionale assoluto, privilegi, baronìe. Se poi aggiungiamo che la selezione di questo personale avviene a livello locale, cioè nei singoli istituti, attraverso una procedura di valutazione di titoli e prova attitudinale effettuata da commissioni presiedute dai direttori delle carceri; che questo meccanismo di selezione assicura alle direzioni la più assoluta aderenza dei medici e degli infermieri penitenziari alle ragioni della sicurezza, per loro prioritarie rispetto a quelle della cura e prevenzione, non rimangono dubbi circa le reali ragioni della guerra mossa da questa potente lobby contro il previsto (ma non applicato) passaggio di consegne alle Asl.
Di nuovo la Costituzione recita all’art. 27: »Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Ma nessuno o quasi si occupa di quest’aspetto. A parte alcuni parlamentari, che per pura coscienza si sono presi a cuore il problema, e alcune meritevoli cooperative sociali e associazioni di volontariato che si occupano di svolgere attività dentro al carcere o del reinserimento degli ex detenuti.
Dal basso qualcosa sta cambiando
«La grande riforma dell’Ordinamento Penitenziario del 1975 è stata scritta con il sangue dei detenuti». Se citiamo questa frase non è per facile retorica, né per attirare indebita compassione.Lo facciamo perché essa, ai tempi, fu quasi un luogo comune; appariva in ogni commento fatto a proposito delle lotte dei carcerati dei primi anni ‘70, che circolava tra tutte le componenti dell’allora sinistra extraparlamentare. La quale, sola, quelle lotte aveva tenacemente sostenuto dall’esterno. La citiamo perché quel conflitto rimane scritto, nella storia sociale del nostro Paese, come uno dei più sanguinosi del dopoguerra.
Per chi ha vissuto quel periodo è impossibile dimenticare i filmati dei telegiornali e le foto della stampa che ritraevano centinaia di detenuti disperati seminudi sui tetti delle carceri in rivolta mentre lanciavano tegole sugli uomini in divisa di sotto. Tra i rivoltosi vi furono numerosi morti a causa di cadute dai tetti e uccisi dalle forze dell’ordine. Centinaia furono i feriti gravi, alcuni riportarono danni permanenti a causa dei pestaggi inusitati subiti dalla custodia come punizione a rivolte finite.
Oggi, a tanti anni di distanza, le insostenibili condizioni di vita e la richiesta di giustizia che allora furono causa delle sanguinose rivolte dei detenuti non solo non sono cambiate per niente, ma si sono fortemente aggravate. Un semplice dato: nel 1970 le carceri ospitavano 21.379 persone. Oggi, sono ]oltre 59.000]. È vero che alcune altre carceri nel frattempo sono state costruite, ma rimane il fatto che attualmente il massimo contenibile dichiarato dallo stesso Ministero competente è di 42.000 unità. E chi ha esperienza di carcere sa che quest’ultima cifra è demagogicamente sovrastimata. Non aggiungiamo altro.
Naturalmente viene spontaneo chiedersi per quali ragioni oggi non sono ancora deflagrate rivolte.
Non si può fare un parallelo col passato: dagli anni ‘70 è cambiata la società e la composizione sociale in base a un nuovo paradigma della produzione capitalistica che definiamo postfordismo. La soggettività di classe e l’ideologia egemone di liberazione che essa esprimeva con determinate modalità di lotta nel corso del fordismo, hanno lasciato il posto a una moltitudine ugualmente subalterna e conflittuale, ma straordinariamente frammentata, i cui contorni rimangono ancora in buona parte indefiniti e indagati.
Vediamo anche, però, come da questo magma di complessità, da Seattle in poi, inizi a muoversi un movimento globale, che oggi presidia e ridefinisce la sfera pubblica, capace di porre la più radicale istanza etica (“buona vita”) sul terreno del conflitto sociale, abbandonando, così pare, l’opzione dell’uso della forza; patrimonio invece egemone nella classe durante tutto il ciclo di lotte che nel nostro Paese si espressero indicativamente dal ‘68 all’80.
Allo stesso modo, evidentemente, sono cambiate le modalità di lotta dei reclusi. La rabbia e le istanze radicali per il miglioramento delle condizioni di vita permangono immutate, ma la novità rispetto al passato sta nel fatto che i detenuti stanno imparando a organizzarsi, e organizzandosi, scelgono scientemente di farlo in forma pacifica. Stanno capendo che bisogna evitare di dare l’opportunità a tutti coloro i quali non vedono l’ora che succeda qualche atto di violenza collettiva dentro al carcere, di fare tabula rasa di tutto quello che i detenuti hanno conquistato in questi anni. Con queste modalità, che potremmo definire sindacali, dal settembre 2002 è iniziato un lungo ciclo di lotte, ondivago ma continuo, che si basa su una piattaforma rivendicativa di cui riportiamo i punti salienti:
1. Indulto generalizzato di tre anni.
2. Passaggio della Sanità Penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale.
3. Riforma del Codice Penale, a partire dall’abolizione dell’ergastolo e dalla depenalizzazione dei reati minori.
4. Abolizione delle prescrizioni contenute nell’art. 4 bis.
5. Abolizione dell’anticostituzionale art. 41 bis.
6. Aumento della liberazione anticipata a 4 mesi.
7. Aumento delle concessioni delle misure alternative al carcere.
8. Espulsione dei detenuti stranieri che ne facciano richiesta.
9. Diritto di associazione ai cittadini detenuti per rappresentare in forma collettiva le proprie istanze generali nei confronti delle varie istituzioni locali e nazionali.
10. Istituzione di una Commissione Parlamentare d’Inchiesta sull’applicazione della Legge 10 ottobre 1986 n. 663, c.d. Legge Gozzini.
11. Decarcerizzazione dei malati gravi e psichici, dei tossicodipendenti, dei sieropositivi.
Storicamente, nelle carceri italiane, non si è mai verificato l’emergere di una tale spinta dal basso così matura e organizzata. Essa, disinteressandosi dei rapporti di forza, pare fondare il suo orizzonte strategico su una drastica ridefinizione della dialettica tra istituzioni totali e popolazione detenuta, laddove, di quelle istituzioni nega a gran voce la legittimità. E lo fa portando il conflitto, in forma pacifica , sul terreno stesso dell’avversario: la giustizia .
Facendo proprio il concetto etico di “buona vita”, il movimento dei detenuti, che pare unirsi così alla già dispiegata opposizione sociale, scoperchia e disvela, al cospetto dell’intera società civile, la menzogna sulla quale si regge l’intera architettura del potere nel carcere. Con la Costituzione Repubblicana sotto il braccio i detenuti pretendono giustizia e rispetto delle leggi, mettendo così in grave contraddizione uno Stato, titolare del monopolio della violenza, che, a garanzia dell’esistenza del sistema-carcere, quelle sue stesse leggi non può rispettare.
In una parola il sistema-carcere è fondato su un paradosso giuridico: l’illegalità legale . In particolare, se quanto detto non bastasse, è sotto gli occhi di tutti come [in questi ultimi anni sia stata operata] una sovversione dall’alto , [attraverso l’emanazione di] leggi che sottraggono ai cittadini diritti acquisiti in campo sociale e giuridico e altre, ad personam ,che garantiscono l’impunità [...] in numerosi procedimenti penali per gravi reati comuni (davvero un bell’esempio per chi si pretende abbandoni la devianza).
Ecco perché oggi sostenere le lotte pacifiche dei detenuti significa abbracciare una battaglia di libertà e di civiltà che riguarda tutti e tutte. Ecco perché occorre che chi fa parte del mondo sindacale, delle realtà dell’autorganizzazione, della Chiesa di base, del mondo della cooperazione sociale, del volontariato e di ogni singolarità o collettività sensibile ai valori più profondi della vita, lavori insieme per una società dove la giustizia non significhi vendetta e afflizione sui più deboli e impunità dei più forti. Per una società dove l’affermazione del diritto universale di cittadinanza per chiunque si trovi sul suo territorio stia alla base di qualsiasi legge emanata. Per una società che attraverso un sistema di regole della convivenza orizzontalmente condivise, sappia liberarsi della necessità del carcere.
* L’Associazione Culturale Papillon Rebibbia ONLUS (www.papillonrebibbia.org ) è attualmente la più grande organizzazione di detenuti ed ex detenuti esistente in Europa con 4500 iscritti divisi in 43 istituti [...].
I testi
Desi Bruno
Ripensare le forme della pena rieducativa
Se vale la finalità rieducativa della pena e deve valere è ovvio per tutti, bisogna constatare che per un numero crescente e assai considerevole di persone quella finalità non può essere perseguita o, nella migliore delle ipotesi, può esserlo in modo differente
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Stefano Canestrari
Nuove problematiche del diritto penale
Lo sforzo di conferire un’identità “storico-sociale” al valore della dignità umana deve avvenire nel rispetto dei principi di tolleranza e di pluralismo, evitando apriorismi ideologici. Il penalista deve affrontare tale opera di definizione, che può essere svolta in modo proficuo soltanto se il carattere di laicità del diritto penale viene affermato nell’ambito di un dialogo costruttivo con i diversi punti di vista etici e religiosi
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Romina Cauteruccio
Carcere e controllo sociale
L’eccessiva implementazione nelle politiche sociali delle istanze di sicurezza ha spinto a investire in termini di risorse fuori dalle mura carcerarie. In tal modo, è stata reinventata, una nuova istituzione immateriale, più economica ma non meno alienante e totalizzante: un “controllo sociale” che si può definire diretto
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Valerio Guizzardi
Il carcere postfordista
L’ ”illegalità legale” dell’universo penitenziario italiano
Gli unici elementi che fornisce il carcere per smettere di delinquere sono la paura della punizione e la ricerca del premio. E questo meccanismo è del tutto controproducente: nessuno matura una coscienza critica e autocritica attraverso il carcere. È difficilissimo che questo accada
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Mario Marcuz
L’esigibilità dei diritti da parte dei soggetti immigrati: alcune considerazioni
L’impatto tra la società italiana e il notevole afflusso di immigrati dai cosiddetti terzo e quarto mondo ha prodotto più disorientamento che ricchezza, più emergenzialità che processi di integrazione culturale. Anche questo gap tra realtà e apparati istituzionali sconta la popolazione carceraria con cittadinanza diversa da quella italiana.
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Franco Oliva
Per un laboratorio permanente sui diritti
L’allarme sociale rispetto ai fenomeni criminali è alimentato all’interno di una spirale perversa che vede le forze politiche da una parte scavalcate da queste spinte di allarme sociale e dall’altro lato dare risposte tali da legittimarlo
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Massimo Pavarini
Le mani che cingono l’Equatore
Per un modello restitutivo della penalità
La crisi della pena moderna è in primo luogo misurabile nel suo grado di inflazione, esattamente come la moneta
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