La sfuggente memoria del territorio
Il progetto Una mappa dell’identità simbolica del territorio
I. Identità dei luoghi e identità individuale
II. Storia e identità di alcuni luoghi bolognesi
III. Percezione della rilevanza simbolica dei luoghi. I risultati di un’indagine
I giovani protagonisti nella ricostruzione dell’identità di un luogo
Trascrizione delle testimonianze più significative raccolte
Stazione di Bologna, sotto l’orologio di sinistra del portico d’ingresso
Via Mascarella, all’altezza del muro sbrecciato dai proiettili che uccisero Francesco Lorusso
L’area dell’Ex macello, giardini «Francesco Lorusso»
Via del Pratello
Via de’ Gombruti, davanti alla sinagoga
Porta Lame, presso il monumento ai partigiani impegnati nella battaglia del 7 novembre del 1944
Piazza Malpighi, presso le tombe dei Glossatori presso la chiesa di San Francesco
Le potenzialità di un progetto
Con i tanti progetti realizzati con il coinvolgimento dei giovani, Nuovamente vuole dare un senso alla propria direzione di marcia. Ne è un esempio “Per un atlante della memoria di Bologna”, ricerca che abbiamo realizzato insieme a studenti dell’indirizzo di scienze sociali del liceo Sabin, per verificare il grado di consapevolezza da parte dei cittadini di luoghi della città carichi di simbolicità per come la memoria e la percezione collettiva li caratterizzano in relazione ad alcuni eventi.
Sono state realizzate 210 interviste a un campione di abitanti di zone che circondano luoghi ricchi di significato per l’identità storica e culturale di Bologna: la stazione ferroviaria, presso la breccia provocata dalla strage del 2 agosto del 1980: le tombe dei glossatori; la sinagoga; il muro di via Mascarella con i fori dei proiettili che hanno ucciso lo studente Francesco Lorusso e i giardini a lui dedicati presso l’ex mercato del bestiame; via del Pratello; Porta Lame.
Coordinati da operatori della nostra associazione, sono stati gli stessi studenti a selezionare i luoghi in seguito a un percorso condotto sui repertori di storia locale, a elaborare le domande da rivolgere agli intervistati, a condurre la ricerca sul campo. Il progetto, promosso insieme alla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, si è concluso con una pubblicazione sul risultato della ricerca e con un evento - il 16 dicembre dello scorso anno: la teatralizzazione del percorso sotterraneo del torrente Aposa - al quale ha partecipato anche il presidente dell’associazione famigliari delle vittime del 2 agosto Paolo Bolognesi.
Dalla ricerca è emersa l’assenza negli abitanti del territorio della consapevolezza del suo evolversi storico e la tendenza a recepire il luogo che si abita come il frutto di un’evoluzione lineare. Si è resa evidente anche la scarsità di conoscenze che riguardano gli eventi più recenti, come nel caso della morte di Lorusso e della strage alla stazione. Bastano questi elementi per intuire le potenzialità del progetto.
In una prospettiva formativa può essere esteso a un numero maggiore di studenti delle scuole medie superiori, tenendo conto anche della tipologia di scuola, della dislocazione dei giovani sul territorio e di un arricchimento del loro lavoro con una documentazione fotografica e audiovisiva.
In una prospettiva scientifica può essere allargato ad altri luoghi, con il coinvolgimento di un maggiore numero di abitanti da intervistare, rivelandosi utile alla città anche per renderli maggiormente comprensibili e visibili. Così, perché non pensare, ad una moltiplicazione degli eventi nei quali l’indagine sulla memoria e la percezione collettiva si innesta sulle arti, dalla musica al teatro? Si potrebbero poi prendere in considerazione bandi, rivolti ai giovani, per progetti di riqualificazione urbana degli stessi luoghi oggetto della ricerca. E’ possibile individuare arredi che li rendano maggiormente identificabili e intelligibili? Un ulteriore possibile sbocco.
Donna, 45 anni, residente, comproprietaria di un bar- trattoria
1. Semantica del luogo
R.: Per una situazione sociale, per la solidarietà. Io non sono al Pratello da molto tempo, come trattoria ci siamo da dieci anni, Antonietta, la mia socia, c’è da molto più tempo... Però stando nel Pratello stabilmente dal 1995 sicuramente ho visto che questa è, forse, l’unica strada del centro storico di Bologna dove permane il rapporto di vicinato, ci sono dei rapporti di vicinato che sono intensissimi, cioè la gente che abita qui si incontra tutti i giorni, utilizzando sia la strada sia l’edicola di Lino Neri che è all’incrocio di via Pietralata che è un punto d’incontro importantissimo e poi utilizzando i nostri locali, quelli aperti durante il giorno, poi quelli che sono aperti anche la sera.
R.: Ci sono varie modalità d’incontro durante tutto l’arco della giornata e poi della serata. Un aneddoto: tre anni fa una mia amica che abita qui di fronte si è ingessata una gamba, lei abita al quarto piano senza ascensore, e quindi aveva bisogno di essere portata a case tutte le volte che usciva, a volte lo facevano i suoi amici, a volte l’abbiamo fatto anche noi. Quando non c’era nessuno a disposizione erano i passanti del Pratello che la portavano su, cioè un giorno ero sotto a casa sua con lei e non sapevamo come fare a salire: è passato il vetraio del Pratello e l’ha portata su, lui da una parte io dall’altra e l’abbiamo portata su. Questo è abbastanza normale in questa strada, ma negli ultimi anni non si dice perché si sono evidenziati tutti gli aspetti negativi, invece non si racconta mai che poi alla fine esiste un tessuto sociale che a differenza di altri continua a tenere grazie a questo tipo di rapporti.
2. Identificazione del contesto
R.: Il Pratello è una strada significativa perché ha alle spalle una storia come quartiere popolare del centro storico, quindi turbolento, ma anche vivace dove ci sono state esperienze sociali significative. Questa cosa di avere una storia così antica ha tenuto e si è tramandata nei secoli. Io ho cominciato ad uscire la sera da sola quando avevo 17 anni, quindi alla fine degli anni ’70 e ricordo che la prima osteria dove sono andata, la prima in assoluto, è stata “Il Cantinone” qui al Pratello nel 1978, che adesso è uguale come era allora, certo sono cambiate le gestioni.
R.: Allora tutte le osterie del centro storico erano in mano al movimento degli studenti di cui facevo parte, l’atmosfera era diversa però i posti sono rimasti gli stessi anche cambiando il modo di frequentarli, però hanno portato avanti l’idea di vita sociale perché secondo me questo è il più grande apporto che ha dato Bologna alla storia della civiltà che ora è gravemente in crisi, però c’è stata e c’è, e noi stiamo tentando di fare in modo che continui anche ad esserci.
3. Caratteri della presenza simbolica del luogo all’interno della fruizione quotidiana del territorio
R.: Io ho amiche che abitano in altre zone del centro e mi hanno detto sempre questa cosa, dove abitano loro queste cose non ci sono più e che il Pratello è rimasto come un piccolo villaggio da questo punto di vista. Per me è l’unica strada a Bologna dove posso vivere, cioè o vivo qua o me ne vado in un’altra città, non immagino di potere abitare da un’altra parte di Bologna. Ho la dimensione di casa e bottega che per me è fondamentale, il fatto di avere dei locali pubblici che per me sono… vivere nei locali pubblici per me è sempre una passione anche quando non ne avevo uno mio. I ristoranti li ho sempre frequentati moltissimo e quindi desidero vivere in questo modo. Mi sembra che questa sia l’unica strada in cui sia possibile farlo... Non l’unica, ci sono anche altrove ma qui c’è una dimensione particolare per chi vuole fare una vita del genere al di là di tutti i problemi che adesso ci sono.
R.: Siamo in un momento difficile, sicuramente siamo in un momento a rischio. Bisogna vedere come di fronte ad una situazione a rischio… Ormai sono la storia quotidiana di tutte le città moderne. Il rischio del degrado urbano è il problema che tutte le città contemporanee, in tutto il mondo, devono affrontare, chi più chi meno. Bisogna vedere come lo si affronta. Per quello che riguarda il Pratello, siccome negli ultimi mesi c’è stata una grande attenzione riservata a piazza Verdi è ovvio che la maggior parte delle cose che c’erano lì sono arrivate anche qua. Lo spaccio di droghe l’abbiamo denunciato anche politicamente, perché è dilagato in questi ultimi tempi, ben organizzato proprio, che non avevamo mai visto prima, quindi questo è un elemento sicuramente di rischio che noi consideriamo in primis, quello di cui desideriamo liberarci. Le nostre richieste alle forze dell’ordine, ai vigili urbani in questo senso sono state numerose. Stiamo correndo dei rischi e molto spesso questi problemi sono malposti anche dalla stampa e poi soprattutto è cresciuta una situazione di conflittualità tra settori diversi della popolazione: ad esempio alcuni Comitati di Quartiere si lamentano del rumore. Ovviamente in una strada in cui ci sono tanti locali pubblici, molti dei quali sono notturni, il problema c’è, nessuno di noi lo nega, quello invece che ci dispiace è che ultimamente l’Amministrazione Pubblica ha, secondo noi, negato quelle che sono le funzioni di mediazione, gli interessi sociali contrapposti andrebbero bilanciati e con i suoi comportamenti ha riacceso queste tensioni, questi problemi che ci sono. Per noi vanno affrontati con uno spirito di collaborazione e di dialogo. I problemi del Pratello si risolvono solo con interventi di ordine pubblico, con le ordinanze di chiusura, con la regolamentazione degli alcolici: non è così! Bisogna fare un progetto con un messaggio socio-culturale molto più ampio. Noi l’abbiamo anche fatto perché abbiamo fondato un comitato che si chiama “Il Pratello della città”, noi gestori dei locali abbiamo scritto un progetto molto preciso, l’abbiamo messo in mano alle istituzioni competenti, che l’ hanno completamente ignorato, ci hanno detto che era insufficiente, l’hanno ignorato al fronte del fatto che ancora il Comune parla di un piano di valorizzazione commerciale del Pratello, ma non hanno ancora iniziarlo a scriverlo. Quindi per noi si affronta con un progetto appunto molto più ampio che vede il coinvolgimento di tutti gli attori sociali della strada: i residenti prima di tutto, i gestori dei locali, la gente che al Pratello viene perché frequenta la strada, i locali che sono qua e anche le forze dell’ordine. Io soprattutto credo che dobbiamo fare un intenso rilancio della vita culturale in una strada che ha già una tradizione culturale molto forte. Quando sono arrivata io qui negli anni ’70 c’era la prima sede di quella che è diventata la Cineteca Comunalesi chiamava “L’angelo azzurro” eraall’ex Paveseprima che fosse ristrutturato, poi c’è stata la Cineteca Comunale in via Pietralata, una realtà culturale molto importante con cui noi abbiamo collaborato molto. C’è stato il Pavese negli anni ’80 con i grandi comici che sono venuti fuori e sono diventati famosi in Italia, insomma una serie di cose importanti. Qui noi ci proponiamo di rilanciare questa importanza culturale e soprattutto facendo degli incontri, privilegiando di meno la musica che in questo momento crea insofferenza, visto il rumore e che per questo tipo di problemi è meno indicata, ci interessa di più presentare dei libri, organizzare dibattiti, tentare di rilanciare il dibattito politico-culturale che in questa città adesso è molto carente.
Uomo, 61 anni, residente in via del Pratello da sempre
R.: Via del Pratello è sempre stata una zona storica di Bologna. Io sono nato qui, i miei genitori sono nati qui e anche i miei nonni ed è divenuta così particolare come zona perché fino a quarant’anni fa c’erano delle regole da rispettare che erano diverse da quelle del resto della città e la gente che veniva da fuori ha imparato a conoscere queste leggi, chiamiamole così, e hanno capito che via del Pratello era diversa dalle altre.
R.: I rapporti tra gli abitanti di questa via sono sempre stati molti belli. Quando ero giovane mi ricordo che si facevano molte feste e il Sindaco di Bologna ci teneva moltissimo. Mi ricordo che Zangheri veniva sempre alle Feste dell’Unità in via del Pratello e veniva anche quando si facevano le mangiate tutti assieme alla Casa del popolo, stava lì con sua moglie, bevendo e chiacchierando con noi. Poi tra studenti, ferraresi e altre persone provenienti da fuori gli abitanti del Pratello se ne sono andati e queste belle tradizioni si sono un po’ perse, anche se i rapporti di vicinato sono sempre molto calorosi, almeno tra quei pochi che sono rimasti.
R.: Della storia di questa strada non le so dire nulla, ma posso raccontarle di alcuni personaggi “storici” di questa via. Mi ricordo di Tunin la Raspa, chiamato così perché raspava [rubava], faceva il facchino: di cinque scatole di tonno da dieci chili, tre le portava sul camion e due se le prendeva. Un giorno arrivò al Pratello con una mucca e la polizia gli chiese: “dove vai con quella mucca?”, e lui rispose: “io?? È lei che viene dietro a me!”. E questa è una verità, ci dovrebbe essere anche una foto di Tunin. Poi c’era un barista che apriva alle quattro e mezza e faceva i caffè per tutti i fornai, li correggeva con il cognac e ti posso dire che venivano fin da piazza Maggiore per bersi questo caffè corretto perché era molto abbondante. Vuoi sapere anche del “Re del Pratello”? Il suo vero nome era Boldrini, ma lo chiamavano così perché rubava. Un giorno la polizia lo arrestò e ci misero tre giorni per fare l’inventario di tutta la roba che aveva. Anche questa è una verità… Sono cose che succedevano qui fino a quarant’anni fa.
R.: Come le dicevo prima, qui c’erano delle regole da rispettare, non si rubava agli operai ad esempio, rubavano ai ricchi per dare ai poveri, non come fa questo governo [Berlusconi] che ruba ai poveri per dare ai ricchi. Qui c’era solidarietà e nessuno chiudeva a chiave la porta di casa… Ora, però queste tradizioni si sono un po’ perse.
R.: Il Pratello è sempre stato come un paese all’interno della città di Bologna, con le sue regole particolari. Ora molti degli abitanti se ne sono andati e il Pratello è diventato quello che è diventato. I signori hanno venduto i loro appartamenti a 7.000 euro al metro quadro, ma chi ci è venuto a vivere pretendeva di abbinare la comodità del centro con la tranquillità della campagna, ma qui non è così…
R.: Secondo me stanno esagerando… Qui non c’è quella delinquenza di cui parlano e che è presente magari in altre zone di Bologna. Io vivo qui da sempre, come la mia famiglia, e non preferirei la villa di Berlusconi a casa mia. È una strada piena di osterie e di locali e chi ci viene a vivere lo sa già da prima: non dico che sia giusto avere tutte le sere un ubriaco sotto casa, ma una sera sì e una no capita che ci sono persone che creano confusione. Io ho l’idea per risolvere la situazione: intanto bisognerebbe che gli extracomunitari che vendono le birre cominciassero a fare i fruttivendoli e chiudessero prima. Inoltre ci si dovrebbe organizzare per prendere una cooperativa che pulisse le strade e i portici dopo la chiusura dei locali. Così anche se ogni tanto c’è una festa nessuno si lamenterebbe… Si campa una volta sola.
Donna, 81 anni, residente in via del Pratello dal ‘56
R.: Per me il Pratello era una via come un’altra, adesso penso che siamo sotto degrado completamente. Via del Pratello è considerata una strada particolare perché ci sono sempre state delle strane persone, delle cose un po’ strane, io poi fuori non ci vado mai, vado di mattina a fare la spesa e poi resto a casa. Quando ero giovane io qui vivevo bene, si viveva come negli altri posti, come in via Indipendenza, come via Rizzoli, ora non si vive più.
R.: Abito qui dal ’56 ed era una casa nuova, è del risanamento, comunque ci si viveva bene fino a cinque anni fa. In via del Pratello una volta non succedeva niente, una volta c’erano tanti macellai, barbieri che dopo si mettevano nel crociale, facevano qualche chiacchiera, basta, tutto lì. Adesso là in fondo, da mezzanotte in poi non si dorme più, perché tra “pisciare” tra fare le “sporcherie” nella strada… Tanti anni fa la chiamavano la strada dei ladri, ma i ladri non ci sono… A me non è mai successo niente... Si viveva bene, si andava tutti d’accordo. Adesso durante il giorno è una strada morta, non c’è nessuno, di sera vengono tutti quei marocchini che di giorno vendono la frutta, la sera vendono gli alcolici fino a tardi. Non si vive più, poi c’è una “sporcheria”, non c’è più educazione.
R.: Una cosa da non credere, è una cosa schifosa. Domenica a mezzogiorno sono andata da mio marito all’ospedale, sotto al portico, distese per terra, c’erano due ragazze ubriache fradice… C’è un club dove vengono fuori alle quattro del mattino degli strani soggetti, vengono in qua verso mattina, li ho visti io, io ci abito sopra il Pratello, pisciavano contro la porta due uomini, avranno avuto 40, 45 anni, non di meno. Come ieri sera non abbiamo dormito la notte, un chiasso… È cinque anni che andiamo avanti così. Passi per strada e ti dicono “Sei una vecchia, devi andare nel rusco”. Io se vado in casa di sera, sono seduti davanti alla porta, non si spostano neanche! Dalle dieci di sera in poi qua non si vive più, durante la giornata qui si vede anche la polizia.
R.: Non è vero che è ad alto rischio, sai dov’è l’alto rischio? Là in piazza Verdi, piazza Santo Stefano, la piazza delle Sette chiese che è una vergogna che ci sia della gente lì che fa delle porcherie. Invece via del Pratello non è ad alto rischio.
R.: Se non fa niente il Comune che idee vuoi che abbia io? Una sera hanno chiamato i carabinieri, sono venuti all’una di notte ma quando hanno visto che c’era del casino sono andati via senza far niente! Io ho il mio parere… lo dico? Prendo i vigili del fuoco gli faccio dare una bella spruzzata d’acqua a tutto spiano, va là che vanno a casa loro! Glielo dico io, per me è l’unico sistema. Non muore nessuno, non ci sono delle sparatorie, però una bella bagnata se la prendono con i vigili del fuoco! Ma vengono? Si può fare?
Uomo, 42 anni, libraio in zona, consigliere verde di quartiere
R.: Per me il Pratello è una strada come tutte le altre. Secondo me non è significativa per Bologna.
R.: Nel 1200 qui che c’erano i prati e venivano tutti i proletari e i protoproletari, come diceva Marx, quelli che venivano dalle campagne e si fermavano in questa zona qui perché non li facevano entrare nelle mura; perché potevi entrare nelle mura se lavoravi con i tessitori, e quelli che venivano chiamati “senza braghe” si fermavano qui. Nel 1860 diedero alla strada il nome “via del Pratello”. Da via Porta Nuova vennero spostate tutte le puttane e messe qui; infatti la loro divisa era gialla con le strisce nere e si mettevano anche le rose. In passato le lavandaie stavano tutte quante qui; infatti, io ho fatto domanda di fare spostare quel monumento della lavandaia perché a mio avviso è disonorevole per le donne e per la categoria dei lavoratori, perché fatto com’è un inno al capitalismo e non alle lavandaie. È erotica, è porno, cioè è nuda, messa in una certa posizione, poi dà una visione romantica della vita invece quelle lavoravano lavando le lenzuola dei padroni e si dovevano pure prostituire. C’erano i movimenti politici, tutta questa gente che veniva in via del Pratello proprio perché c’era questo “humus proletario”. Oggi non c’è più tutto questo qui. Ma questo mito è rimasto anche negli anni ’80 e ’90, quando vennero occupate le case.
R.: Via del Pratello non è ad alto rischio, soltanto ci sono dei fenomeni di bullismo, ci sono delle bande legate alla tossicodipendenza che si sono spostate qua dalla stazione e da piazza Verdi che è nell’occhio del ciclone, ci sono dei ragazzi che vengono a spacciare qui usando le droghe per conquistare il territorio. È questa la cosa pericolosa, ma non è ad alto rischio, non è ancora successo niente di grave.
R.: Da due anni a questa parte noi ci stiamo impegnando come quartiere e la polizia si sta muovendo, vengono spesso e volentieri i poliziotti, però c’è una parte che non vuole soltanto il manganello, ci vorrebbe un po’ più di polizia straordinaria e un po’ più di controllo. Stiamo subendo 15 anni di non pianificazione su via del Pratello e piazza Verdi, non c’è stata mai una politica giovanile. La proposta che ho fatto in Quartiere è questa: conoscendo tutti quanti gli operatori economici bisognerebbe organizzare una proloco, cioè mettere insieme i comitati dei residenti, dei birrai, e creare un manifesto di iniziativa a supporto del quartiere e della polizia, così automaticamente si tiene sotto controllo tutta la strada. Tremila residenti chiedono, non la chiusura dei locali, ma soltanto un nuovo regolamento e un po’ di rispetto in più nelle ore notturne. Oggi il Pratello è frequentato solo da soggetti di un certo tipo, invece ci vuole un lavoro di marketing territoriale. Con questa proloco a mio avviso si prenderebbe un impegno verso i giovani, si metterebbero d’accordo i residenti con i commercianti, anche per uscire da questo circolo vizioso, sui giornali sembra una soluzione bruttissima, invece non è vero. La cosa che mi dà fastidio è che la destra sta cavalcando questo fenomeno perché vede soprattutto i fuori sede come un problema mentre a mio avviso è un’opportunità unica per Bologna avere tutti questi ragazzi. La cosa che non mi spiego è il fenomeno di ubriacarsi, non mettere a posto le birre, rovinarsi con le birre, quindi è lì che bisogna lavorare. C’è una parte della sinistra, purtroppo trasversale, che vuole le zone franche; a mio avviso emarginano i ragazzi perché non nasce più quella solidarietà tra i giovani che stanno qui a Bologna, le famiglie e gli anziani: mentre invece un borgo come questo è formato da tutti questi fattori. Io sono favorevole alla legalizzazione delle droghe, però non con le zone franche.
Uomo, 26 anni, passante ma assiduo frequentatore
R.: Via del Pratello è una via storica di Bologna che però io non ho vissuto, l’unica via che ha un po’ di “bolognesità”. Rappresenta qualcosa sicuramente, ma non lo so precisamente, per la gente che lo abitava che viene da una certa estrazione sociale, sto supponendo. In questo momento è significativa perché ci vanno tutti la sera, è una via “del divertimento”.
R.: Ho visto la gara di alcolismo che facevano una volta tutti i bar in via del Pratello perché ci suonavano anche dei nostri amici, c’era la banda che accompagnava l’ubriachezza molesta e tutti i bar aperti e si doveva fare tre volte il giro dei bar, vinceva il primo che non sveniva, si vinceva una notte d’amore con un transessuale.
R.: Non è vero niente che sia a rischio come via Petroni e piazza Verdi, sembra che ci siano i mostri dappertutto, che mangiano i bambini, sono puttanate elettorali, servono allo sceriffo.
R.: Non avrei proposte perché per me non è a rischio, la proposta sarebbe che la smettessero di fare terrorismo dicendo che è una via di mostri e assassini e prendendola per una via magari un po’ più rumorosa delle altre, ma non è una via a rischio, non più della stazione.
Uomo, 62 anni, commerciante
R.: Via del Pratello per me è lavoro. Ho fatto 30 anni di lavoro divertente, con il mio locale, con i miei clienti, i miei amici.
R.: Penso che via del Pratello non sia importante, anzi, se è importante via del Pratello siamo messi proprio male!
R.: Per raccontare qualche storia di questa strada mi ci vorrebbe l’enciclopedia di 14 volumi, sono 30 anni, no, no, no, non mi passa neanche per la testa!!!
R.: Degrado, sporcizia, maleducazione, ragazzi che girano per strada e basta. Prima era meglio, non c’erano queste mode, questi locali che gli servono da bere, si stava meglio. C’era più educazione, più rispetto. In questo momento è una zona a rischio, ma non alto, diciamo medio.
R.: Non è il mio lavoro dare delle soluzioni, il piano di ricollocazione commerciale dovevano farlo dieci anni fa; se lo faranno, consisterà nel creare attività, creare negozi, creare strade.
Donna, 83 anni, antiquaria
R.: Qui in via del Pratello di giorno è tutto calmo, la sera non ci sono, chiudo alle sette. È una strada bellissima, perché c’è della gente molto brava, affettuosa, belle persone perché fanno amicizia, vengono qui a riposare, a parlare, questa è una strada particolare nel senso che si fa amicizia facilmente, anche non conoscendoci ci salutiamo tutti.
R.: Alla mia epoca era tutto diverso. Sono cambiati i genitori, perché i genitori di una volta non permettevano certe cose, certe uscite, io non sono mai potuta andare a ballare, a 16 anni mi piaceva tantissimo ma mio padre nemmeno con mia madre e mio fratello che era più vecchio di me mi faceva andare. Una volta i genitori erano più severi e noi ci adeguavamo. Però con le amiche di sera potevamo uscire anche alle due di notte non succedeva niente, perché c’erano giusto degli ubriachi e basta, quelli facevano qualche urlo ed era finito tutto lì.
R.: Di notte è ad alto rischio, ma di giorno no. Non è solo il Pratello, sento anche al Comunale, la gioventù è cambiata, non è più quella di una volta. Vogliono lo sballo, non c’è niente da fare; io non so neppure che cos’è lo sballo.
Donna, 27 anni, residente, commerciante
R.: Via del Pratello è il mio paese.
R.: Sta cambiando molto, sta peggiorando molto, perché sta morendo, sta perdendo identità, dopo quello che è successo ultimamente.
R.: Secondo me l’ha fatta diventare ad alto rischio il Comune impedendo di far vivere la strada, facendo chiudere presto i locali, io adesso non esco più da sola al Pratello, mentre l’anno scorso lo facevo tranquillamente, è diventata una zona franca.
R.: Secondo me bisognerebbe ritornare a due anni fa e smetterla di proibire tutto così a prescindere, si possono proporre altre soluzioni, ma, non faccio il sindaco e quindi non so trovarle.
Uomo, 25 anni, studente, passante
R.: Per me via del Pratello è una strada dove si vive bene, la sera però ci sono anche dei contro, per esempio il cattivo odore o certe volte anche il casino che molti extracomunitari combinano tra di loro, si sa, da un po’ fastidio.
R.: Per la città di Bologna, per il bolognese via del Pratello significa un patrimonio da mantenere, per gli studenti e per gli extracomunitari penso che sia solo un luogo di incontro sociale, però bisogna stare attenti perché si può eccedere, e quando si eccede si rovina quello che ha di bello una via, quello che ha di bello un monumento, quello che ha di bello una struttura pubblica.
R.: Bisogna vedere cosa significa dire che il Pratello è ad alto rischio. Sì, effettivamente per chi vive qui se non altro sarà sicuramente un problema restare svegli fino alle tre, tre e mezzo o quattro, sentire dei litigi sotto casa, sentire la puzza, non è una cosa che fa bene, non fa bene alla città, non fa bene neanche a chi lo fa. Poi ovviamente chi lo fa non ha questa attenzione.
R.: Il Pratello è, come del resto ogni altra parte della città, un patrimonio da mantenere, e l’impegno che possono mettere le istituzioni non credo che sia proficuo se dall’altra parte non nasce un senso di responsabilità. Bisogna venirsi incontro. Da parte degli studenti e da parte della gente che vive di sera, di notte via del Pratello o per esempio piazza Verdi il passo deve essere più lungo. È chiaro che le istituzioni devono venire incontro alle persone, ma in questo caso credo sia più importante la responsabilità da parte di chi la vive la strada, chi vive piazza Verdi, di chi vive Bologna la notte. Condivido la scelta che ha fatto l’Amministrazione di proibire in questa zona la vendita di alcolici d’asporto dopo le nove, è un primo tentativo, però non lo so, secondo me bisognerebbe valorizzare di più… Io da studente dico che ovviamente una buona percentuale di responsabilità la occupiamo, per quanto riguarda il degrado della città, però ripeto secondo me in questo caso le istituzioni dovrebbero muoversi anche sotto il profilo della responsabilità, organizzare degli incontri, sia con gli studenti sia con chi vive la città di notte, e magari spiegare il disastro che trova l’indomani chi abita in quelle zone. Questa cosa così non può andare avanti.
Donna, 38 anni, residente
R.: Anche se ci abito solo da cinque anni ho sempre visto il Pratello come un’espressione di un paese nella città, un quartiere a sé dove tutti si conoscono e che ha un’anima a prescindere dal contesto della città di Bologna.
R.: Le posso raccontare un piccolo aneddoto: all’ epoca c’era Baconin che stava scappando con un carretto, vestito da prete, e si è incastrato in via Pietralata dove c’è il tabacchino. E la gente è uscita e l’ha difeso. Questo è un esempio dell’anima unita e solidale che univa tutti gli abitanti di questa strada.
R.: Ho sentito anch’io che questa zona è considerata ad alto rischio e l’ho pensato anch’io, in realtà. Beh, si vede... Faccio un paragone tra adesso e cinque anni fa, quando sono venuta ad abitare qui. Effettivamente la differenza dal punto di vista del degrado c’è. Ti faccio un esempio: quando la sera torno a casa e guardo la televisione a volte non la sento perché sento le urla provenienti da fuori o magari qualcuno che spacca le bottiglie. Secondo me queste situazioni sono già significative del degrado della strada, senza andare a cercare motivazioni sociologiche di alto livello.
R.: Via del Pratello è una strada che potrebbe significare molto di più, ma non è sfruttata bene: secondo me andrebbero apportate delle politiche diverse da parte dell’Amministrazione, tese allo sviluppo della cultura dell’artigianato e di tutto quello che via del Pratello era e non è più. Questa via va riqualificata. È palese sotto gli occhi di tutti che la soluzione sia la restituzione dell’anima che aveva via del Pratello, sia come punto d’incontro, sia come zona tranquilla di residenza nel rispetto di tutti quelli che la abitano o la frequentano.