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Presentazione
Scienza, regole, democrazia
di Franco Motta

Non è difficile mettere in fila nero su bianco, per ciascuno di noi, quelli che sono i maggiori  fattori di rischio per la democrazia nell’età della globalizzazione. L’integralismo religioso, il populismo mediatico, l’invisibilità del grande capitale finanziario, il potere delle multinazionali sui decisori politici, le diseguaglianze sociali che prosperano ormai anche nell’emisfero della ricchezza. Magari possiamo dissentire sulla loro gerarchia, ma certo questi sono riconosciuti da tutti come gli elementi chiave del «conflitto epidemico» (prendo a prestito l’espressione da Guido Rossi) che permea la contemporaneità a tutti i suoi livelli.


A pochi, probabilmente, verrebbe spontaneo includere il progresso scientifico in questa casistica: eppure non siamo così lontani dal vero se consideriamo che la scienza, se non un vero e proprio elemento di rischio per la democrazia, è quantomeno un’area grigia in cui quest’ultima gioca molto di sé.
Sgombro subito il campo da possibili fraintendimenti. Nessun rigurgito antimodernista in questa mia affermazione, nessuna nostalgia per un presunto “buon tempo andato”: solo una cruda constatazione dei fatti. Se abbiamo anche solo una vaga idea di quanto pesi sul nostro vissuto quotidiano, e sulle nostre prospettive di breve e medio periodo, la ricerca nei settori dell’energia, della fisica dei materiali, delle discipline biomediche — solo per citarne alcuni — non abbiamo difficoltà a capire come le scienze teoriche e applicate siano oggi la chiave di volta del sistema sociale che determina la nostra esistenza. Eppure i contorni della questione restano largamente indistinti, consegnati all’ignoranza e alla negligenza degli attori dell’informazione.


Il caso si fa eclatante in Italia, complice probabilmente l’eredità di lungo periodo dell’idealismo che relega il sapere scientifico al dominio della pura tecnica: e i risultati si sono toccati con mano in occasione del referendum per l’abrogazione della legge sulla fecondazione assistita, che — oltre a escludere di fatto, con il suo fallimento, il nostro paese dal novero di quelli in cui si fa ricerca in campo medico — ha visto la scena mediatica desolatamente priva di reali contenuti informativi e occupata per intero dagli anatemi del cattolicesimo più conservatore.
In realtà, il filo che lega la ricerca scientifica all’effettivo esercizio della democrazia è strettissimo. Le ricadute della ricerca sulle prospettive presenti e future di ciascun individuo, della collettività e del pianeta stesso, sono tali e tante da far comprendere come la scienza debba essere compiutamente inclusa nel discorso democratico. Che significa questo? Abbiamo tentato di dare una risposta attraverso i contributi che trovate in sommario in questa stessa pagina, e che affrontano, da diverse angolature, la questione del rapporto fra scienza e società sotto il profilo fondamentale delle norme che regolano e controllano gli indirizzi della ricerca.


Quella che ne esce è una proposta complessiva di ridiscussione del noto tema dei controlli sulla ricerca. Da più parti sono stati costituiti, e sempre più si invocano, comitati di vigilanza che producano diritto in materia: composti da giuristi, ricercatori, e, specifico del nostro paese, personalità religiose, essi in realtà hanno denunciato sino a oggi più i propri limiti che la propria utilità sociale. I laboratori di ricerca sono oggi assai più sottoposti ai doveri del mercato che non a quelli dell’utilità sociale: e questo è di per sé già a sufficiente a rilevare la complessità delle strategie da porre in essere per la tutela dell’interesse collettivo nell’ambito delle scienze applicate.

Si tratta allora, più che di reiterare affermazioni di principio che rischiano di trovarsi senza conseguenze pratiche, di pensare in termini di dinamicità e di fattibilità. Occorre, soprattutto, includere la scienza nel circuito del discorso pubblico, di renderla cioè fruibile in termini democratici e partecipativi. Un ruolo chiave, in questo caso, è svolto dall’informazione. I media sino ad ora hanno troppo spesso privilegiato la soluzione del sensazionalismo — basti pensare al caso della clonazione, sulle cui applicazioni terapeutiche pochissimo si sa al livello della coscienza diffusa — piuttosto che quella dell’informazione corretta e accurata. Eppure è proprio quest’ultima la strada più diritta per consentire all’opinione pubblica di influire direttamente sulla scelta degli indirizzi di ricerca, per rendere cioè la scienza veramente democratica e restituirle, senza timori spesso infondati, il ruolo che le spetta nell’ordinamento sociale

Speciale "Scienza, vita, etica"
Anna Rollier

L’apoteosi del gene
Storia e apparente successo di un paradigma

Il mio contributo riguarda il metodo scientifico contrapposto al concetto di dogma. Vi parlerò del concetto di dogma dentro la scienza.
Come genetista molecolare [...] vorrei raccontarvi molto succintamente quella che chiamo «l’irreversibile ascesa del dogma del primato del gene» quale concetto fondamentale per spiegare la sostanza del biologico, la struttura e la centralità assoluta del gene. In verità non è vero che il dogma del gene come concetto fondamentale sia in irreversibile ascesa - si potrebbe affermare anzi che è un’ascesa del tutto reversibile. Infatti quello che io adesso vado a raccontare è la sua ascesa e l’inizio del suo declino. Sostanzialmente per non impadronirmi di qualcosa che non è mio vi racconto la storia di un libro che amo moltissimo, Il secolo del gene, un piccolo libretto di Evelyn Fox Keller, epistemologa, fisica e biologa che si è occupata molto del concetto di scienza, di gene e del rapporto tra scienza e gene.


Il gene, dunque. Questa parola ha un inizio, in realtà preceduto dall’uso della parola «genetica»; nel 1906 è stato deciso che esisteva un nuovo e vigoroso ramo della fisiologia al quale si dava il nome di genetica, il risultato del fatto che una quarantina d’anni dopo che Mendel aveva scritto i suoi lavori questi erano stati recuperati, e ci si era resi conto che contenevano un messaggio molto importante - mentre dopo la loro prima pubblicazione nessuno se ne era accorto e nessuno aveva reagito.
Dopo il recupero delle pubblicazioni di Mendel è nato l’interesse per quella scienza che poi è stata chiamata genetica; dopo la nascita del termine genetica è nato il termine gene e la cosa interessante è che questo termine, che dal 1909 a oggi è rimasto fondamentale e ha determinato la scienza di un secolo, è nato senza contenuto, che cosa fosse il gene non lo sapeva assolutamente nessuno. Quando fu deciso di ricorrere al termine gene fu ritenuto che esso esprimesse semplicemente il fatto che molte caratteristiche dell’organismo sono specificate da particolari condizionanti e determinanti. Non si sapeva cosa era la genetica e non si sapeva cosa era il gene - una molecola, un’entità, non si sapeva nulla, e praticamente tutta questa situazione è durata per quarant’anni, nel senso che per quarant’anni si è continuato a discutere delle leggi di Mendel, a parlare del fenomeno dell’ereditarietà.


Dunque esisteva questa stranissima concomitanza per cui da una parte c’era qualche cosa di molto specifico, cioè i piselli gialli, verdi, lisci, rugosi, com’erano per ogni generazione, se erano omozigoti o eterozigoti, quindi da una parte moltissimo contenuto e dall’altra parte ciò che era l’unita di misura di questo contenuto, il gene, era un punto interrogativo. Di fatto, per quarant’anni si è continuato a parlare di geni: chi diceva che questi geni esistevano veramente, chi li metteva in dubbio, chi invece, come Thomas Morgan, il padre della genetica formale, diceva di non sapere se essi fossero veri o finti perché nemmeno i genetisti li conoscevano con precisione. [...] Insomma c’era ogni sorta di posizione. Succede che questa parolina brevissima, gene, che era stata coniata anche perché comoda da usare, cominciava però già ad assumere una valenza simbolica tipica del dogma.


Finalmente, e siamo nel 1943, c’è la prima udienza scientifica dove ci quattro signori dimostrano che esiste una base fisica di questa trasmissione genetica. Lo dimostrano nei batteri, e questa base fisica è una molecola che si conosceva benissimo ed è l’acido desossiribonucleico. A partire da questo momento pian piano le cose si compattano fino ad arrivare a una situazione dove tutto è coerente nel senso che dopo questa dimostrazione del fatto che la base fisica, il vettore dell’informazione genetica, è il DNA si passa nel 1953 nel momento in cui Watson e Crick dimostrano la struttura della doppia elica, e con questa dimostrazione ha inizio l’era della genetica molecolare che pian piano soppianta la genetica formale. C’è un grandissimo sviluppo di questa disciplina che diventa molto importante, i progressi sono estremamente veloci e comincia il periodo in cui sempre di più si attribuiscono cose che riguardano la biologia al gene, al DNA, per arrivare finalmente al 1975, anno di inizio dell’utilizzo della tecnologia del DNA ricombinante, e si scoprono degli enzimi che come forbici tagliano il DNA in punti specifici e permettono di tagliare il DNA in punti diversi e di riappiccicare molecole di DNA diverse: nascono così degli organismi inventati dall’uomo, si mettono geni umani in cellule batteriche e viceversa, e diciamo che questo è il momento di massimo trionfo della visione deterministica e riduzionistica con cui si pensa che il DNA e il gene siano tutto e determinino tutto.
Questo periodo, quello che abbiamo vissuto negli ultimi anni, è esattamente quello in cui almeno una volta alla settimana esce sui media un articolo che dice che è stato scoperto il gene dell’omosessualità, o il gene della tendenza a tradire il marito, o il gene dell’alcolismo etc. Questa visione evoluzionista ha un successo mediatico enorme. La comunità scientifica ci crede, i cittadini ci credono ancora di più e a questo punto si inserisce un avvenimento che è assolutamente catastrofico, nel vero senso del termine, nel senso in cui è partito il progetto genoma umano negli anni Novanta. Nel 1985 viene fatta la proposta, vi è un po’ di scetticismo, e finalmente nel 1990 parte il progetto genoma umano, nome ambiguo perché come progetto internazionale per il sequenziamento del genoma dell’uomo, del genoma di 26 specie batteriche tra cui lo streptococco, che è il batterio adorato dei biologi molecolari, e il moscerino della frutta, carissimo alla genetica formale. In realtà la parte sull’uomo del progetto genoma va molto a rilento; si era deciso che sarebbe terminato nel 2000, nel 1997 era stato sequenziato meno del 3% del genoma umano, poi stranamente c’è un’accelerazione improvvisa per cui nel settembre del 1999 viene sequenziato il 20% e nel dicembre del 1999 il 50% e nella primavera del 2000 si annuncia il completamento del sequenziamento. È l’apoteosi del gene: la cosa interessante è che l’apoteosi del gene in realtà è stata il momento storico che ha posto le basi dello “scalzamento” del gene come centro di tutta la biologia.

Trascrizione dell’intervento registrato a cura di Nuovamente

I testi

Carlo Flamigni

La conoscenza e la specie umana
Sui progressi e il controllo della ricerca

I criteri ai quali la scienza si deve attenere sono l’originalità, la creatività, lo scetticismo organizzato, che è quello che fa sì che sia il ricercatore stesso a porre il dubbio, a individuare i danni che lui stesso ha prodotto, e che è in qualche modo il freno della ricerca, così come l’originalità della ricerca è il motore della produzione di conoscenze.

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Anna Garbesi

L’eredità di Galileo
Metodo scientifico e democrazia

La ricerca scientifica, non la verità scientifica ma la ricerca, è un racconto sempre modificabile, una narrazione di qualcosa, basato su evidenze e dati osservabili da varie persone, dati controllabili diciamo così: questo a mio parere rende la ricerca scientifica e i suoi risultati temporanei, elementi che ciascuno può verificare.

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Elena Mancini

Eutanasia, orthotanasia
e autonomia individuale

La morte è l’effetto di una causa, una causa che se conosciuta in anticipo, si può combattere.  Questa illusione di controllo alimenta gran parte delle speranze della medicina, speranze che sono diventate realtà, vista la durata media della vita odierna. La medicina, però, in questo modo si è assunta una grande responsabilità.

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Maurizio Mori

Il testamento di vita
come scelta di libertà

Ormai gli avanzamenti tecnici in campo bio-medico, con la capacità di conoscere e sostenere la vita biologica, impongono scelte precise in proposito, che non sono più demandate o demandabili a terzi. E questo non perché, come sostengono molte delle tesi conservatrici e tradizionaliste, la tecnica distrugge ogni valore, ma piuttosto in quanto apre nuove possibilità di scelta.

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Valerio Pocar

Chi detta le regole allo scienziato?
Appunti per una bioetica pluralista

Non posso immaginare regole che precisamente, e in modo predeterminato, possano condizionare o indirizzare la ricerca. A mio parere il controllo, per essere un controllo effettivamente democratico, deve essere un controllo di tipo informale. E il controllo è quello del dibattito pubblico: occorre in altre parole che delle ricerche si parli e si parli in modo adeguato da parte della cittadinanza.

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Anna Rollier

L’apoteosi del gene
Storia e apparente successo di un paradigma

Per quarant’anni si è continuato a parlare di geni: chi diceva che questi geni esistevano veramente, chi li metteva in dubbio, chi invece diceva di non sapere se essi fossero veri o finti perché nemmeno i genetisti li conoscevano con precisione. Succede che questa parolina brevissima, gene, che era stata coniata anche perché comoda da usare, cominciava però già ad assumere una valenza simbolica tipica del dogma.

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Sandra Harding con Teresa Degenhardt

Scienza diversa in diversi contesti

Tutti hanno accesso alla scienza ma diverse culture sviluppano diversi tipi di conoscenze sistematiche del mondo attorno a loro e se non lo fanno muoiono. Così ogni cultura sviluppa il proprio corpo di saperi sistematici. Il problema adesso è che solo un tipo di scienza è stato riconosciuto come valido internazionalmente

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