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Intervista a Mirco Dondi
STORIA

PROCESSI ALLA STORIA

I VINTI, I VINCITORI E I SUICIDI ATTRAVERSO LA LENTE DI UNO STORICO

Intervista a Mirco Dondi, docente di storia contemporanea presso l’Università di Bologna
Di Eufrasia Fonzo


 

Il processo ai vincitori avvenuto dopo la Seconda guerra mondiale, in particolare il processo ai partigiani, non fu frutto di un andamento scontato. Non era scontato nel ’45, non lo era nel ’46. Questo processo rientrava in un contesto di guerra fredda in cui occorreva colpire il Pci e occorreva colpirlo nell’evento che più lo aveva legittimato: la Resistenza

Nei suoi libri La lunga liberazione (Editori Riuniti, 1999) e Laresistenza tra unità e conflitto (Bruno Mondatori, 2004), lei ha ricostruito gli anni cruciali della lotta partigiana, sulla base di un vaglio attento delle fonti relative a questo periodo. Proprio in riferimento a questi studi le chiedo un parere sul caso anomalo che ha visto instaurarsi, per la prima volta nella storia,  un processo ai vincitori.
I nostri partigiani si sono ritrovati a dover rispondere di  atti compiuti durante la guerra come se si fossero verificati in un periodo di pace.
Le faccio questa domanda perché infuria in questo periodo la polemica relativa al processo a Saddam Hussein, un processo ai vinti.

Innanzitutto il processo ai vincitori avvenuto dopo la Seconda guerra mondiale, in particolare il processo ai partigiani, non fu frutto di un andamento scontato. Non era scontato nel ’45, non lo era nel ’46. Questo processo rientrava in un contesto di guerra fredda in cui occorreva colpire il Pci e occorreva colpirlo nell’evento che più lo aveva legittimato: la Resistenza.
Si poteva fare ancora meglio: si poteva colpire quei partigiani comunisti molto in vista nelle piccole comunità, cosa che si è poi verificata in alcuni paesi del Reggiano. È stata un’esperienza che però non ha portato agli esiti che la Democrazia Cristiana avrebbe voluto raggiungere. È stata, invece, un’esperienza che ha spezzato molte vite, ha annientato persone innocenti lasciando su di loro segni indelebili. Tutto questo ha sicuramente rallentato il processo di democratizzazione dell’Italia.

Ha anche inficiato la legittimità della Resistenza agli occhi della popolazione.

In parte ha inficiato la legittimità della Resistenza, anche se questa legittimità è stata acquisita molto lentamente. Nel corso dei primi anni Cinquanta c’era una disposizione governativa che addirittura impediva le manifestazioni nelle piazze nel giorno della Liberazione. Si potevano fare solo in luoghi chiusi. La Resistenza, per quel che riguarda la sfera della memoria collettiva, ha avuto un’impennata negli anni Sessanta, dopo i tragici fatti del luglio 1960. A quel punto anche la Democrazia Cristiana ha capito che occorreva riprendere il tema resistenziale, che occorreva partire da lì per cercare le origini dell’Italia repubblicana.

Mi ricollego all’idea che viene espressa in un articolo intitolato Si può processare la storia?, pubblicato sul quotidiano «Avvenire», in cui lo storico Francesco Perfetti afferma: «Di fatto la storia non si può processare perché è una serie di fatti, non si fanno processi ai fatti e i tribunali sono sempre azioni che vengono messe in atto dai vincitori».

Certamente un fatto non si processa, innanzitutto perché prima bisogna ricostruirlo storicamente. Un fatto però ha sempre una conduzione e una responsabilità dell’uomo, non è assimilabile a un fenomeno della natura.  I crimini vanno sempre processati ed è una conquista l’avere sancito che i crimini contro l’umanità, come quelli commessi da nazisti, ad esempio, sono imprescrittibili. Di fronte a noi ci sono le immagini di tanti crimini contro l’umanità che sono avvenuti dopo: gli oppositori argentini buttati vivi dagli aerei a morire in mare, le torture del regime cileno di Pinochet, gli scontri etnici in Africa, gli stupri di massa, la ricomparsa di duri campi di prigionia e altri  crimini commessi nella ex Jugoslavia, o ancora le eliminazioni di massa dei curdi ordinate da Saddam Hussein, un uomo sanguinario che non deve rispondere solo di questo crimine. Per non parlare delle guerre dimenticate od occultate, come  accade per la guerra in Cecenia. È riduttivo e fuorviante definire come “storia dei vinti”, con tutti gli accenni vittimistici e assolutori che la formula evoca, un processo contro questo tipo di crimini.

A questo punto mi ricollego al caso del comunismo in cui il processo non c’è stato. Abbiamo già affrontato in questa intervista il tema del processo ai vincitori e poi del processo ai vinti. Il caso dei crimini commessi dal comunismo è ancora diverso perché, come afferma Giulietto Chiesa nel suo Cronache Marxziane (Fazi, 2005) «il comunismo ha avuto l’impudenza di suicidarsi».
Il comunismo è crollato da solo e in questo caso, mancando la guerra, è mancato il processo ai vinti, non essendoci vincitori. A tutt’oggi ci sono dei crimini che non sono ancora stati resi noti perché spesso non è stato consentito nemmeno l’accesso alle fonti.

I crimini peggiori del comunismo sono avvenuti nel corso degli anni Venti e, soprattutto, durante gli anni Trenta in Unione Sovietica. Per il 1937 sono stimate in circa 7 milioni le persone presenti nei campi di prigionia e si ritiene che 3 milioni siano morte per fame o per condanne capitali. Sono questi, per l’Unione Sovietica, gli anni del grande terrore, che avviene tra il 1937 e il 1938. Nel corso delle rilevazioni statistiche sui censimenti, compiute dagli stessi funzionari sovietici,  mancano 17 milioni di persone. Dove sono finiti? Un’intera classe sociale, quella dei contadini piccoli e medi proprietari è stata eliminata, non solo con i provvedimenti legislativi, ma con la forza. Nell’Europa dell’est dopo la Seconda guerra mondiale tutto questo non si è ripetuto, ma ogni regime dittatoriale, quale era il comunismo dell’Est, ha le sue vittime, è inutile illudersi che non ce ne siano state. È vero che quel potere dittatoriale  ha progressivamente attenuato la sua rigidità e la sua violenza, pur senza pervenire a una condizione di libertà. In Unione Sovietica, ad esempio, i campi di prigionia e le condanne ai lavori forzati diminuiscono notevolmente rispetto al passato staliniano. Non siamo di fronte a Stati di diritto: l’intrusione della polizia nella vita quotidiana resta alta. Le spie in borghese arrotondano i loro magri salari denunciando quelli che loro ritengono i comportamenti non conformi dei loro vicini. Non c’è libertà e si  vive male, in catene.
Per fare in modo che i responsabili dei crimini contro l’umanità prima o poi siano giudicati,  ritengo che occorra riuscire ad arrivare, quanto prima, a un tribunale internazionale. Il problema è che non c’è la volontà politica di tutti gli stati. Soprattutto non c’è la volontà politica degli Stati Uniti che, come mostrano i casi recenti, non sono un esempio di rispetto dei diritti dell’uomo, con le torture e gli abusi sui prigionieri.
È pericoloso accettare situazioni che lasciano troppe persone al di sopra della legge. Indubbiamente il tribunale internazionale sarà tanto più efficace nel momento in cui riuscirà a  definire casistiche precise, onde evitare possibili conflitti di giurisdizione fra tribunali nazionali e tribunali internazionali.

Ma in questo caso la fonte utilizzata dallo storico diventerebbe una prova giudiziaria?

I documenti giudiziari, solitamente, sono fonti importanti. Lo storico si differenzia dal giudice perché alla fine non emette la sentenza o magari arriva a conclusioni diverse rispetto a quelle formulate dal tribunale. Questa è la principale distinzione. Noi raccogliamo tutti gli elementi possibili per cercare di ricostruire e di comprendere. È anche vero che lo storico può trovare fonti che sono false, ma la loro fallacia illumina su un altro momento di storia. Non bisogna mai dimenticare tutte queste sfumature. Bisogna fare un lavoro filologico e valutare l’attendibilità del documento mettendolo in relazione con tutti gli altri documenti rintracciati. A quel punto si può tentare di dare alcune risposte.

Il lavoro dello storico è quello di cercare la verità?

Assolutamente sì. Si cerca di andare il più vicino possibile al vero. È un percorso che però raggiunge soltanto la verosimiglianza. Il passato non può essere mai ricostruito al cento per cento, ma possiamo cercare di avvicinarci il più possibile.


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