INTRODUZIONE:
IL GOVERNO DEL BENE PUBBLICO DELLA SICUREZZA:
UN TEMA COMPLESSO
PARTE PRIMA:
LA COSTRUZIONE SOCIALE DELLA
SICUREZZA A BOLOGNA
1. - IL “CAMPO” SU CUI OPERARE
Alcuni dati di realtà
Cosa possiamo “ realisticamente" attenderci a breve e medio termine
La scarsità di risorse
Disordini “artificiali”
e mercati illegali
2. - POLITICHE DI SICUREZZA A
BOLOGNA
3. - LE COORDINATE POLITICHE
DELLA PRESENTE AMMINISTRAZIONE
4. - IL “PUNTO DI VISTA
GENERALE”
5. - LA PROGETTUALITA’
“VIRTUALE”
PARTE SECONDA:
LE “RICADUTE” AMMINISTRATIVE
1. - “LA FRECCIA E IL TALLONE
DI ACHILLE”
2. - IL SINDACO E L’INTERFACCIA
AMMINISTRATIVA
3. - IL SETTORE POLITICHE PER
LA SICUREZZA
4. - LA POLIZIA MUNICIPALE
5. - I QUARTIERI E LE POLITICHE
DI SICUREZZA
6. - LA VALUTAZIONE DELLE
POLITICHE DI SICUREZZA
INTRODUZIONE:
IL GOVERNO DEL BENE PUBBLICO DELLA SICUREZZA:
UN TEMA COMPLESSO
1. Glossario
Cosa intendo per governo locale del bene pubblico della sicurezza?
Purtroppo nella realtà italiana – in carenza di una tradizione culturale del
tema “sicurezza”– i pericoli di fraintendimento sono costanti. Meglio procedere
ad alcune definizioni che, per quanto convenzionali, consentano comunque di
intendersi.
1.1. Politiche di sicurezza
Nel documento approvato dalla riunione di Presidenza del Forum generale
italiano per la sicurezza urbana nel giugno del 2005, viene offerta una
definizione di “politiche di sicurezza” che mi soddisfa:
“Le politiche di sicurezza riguardano l’intera popolazione, la qualità delle
relazioni sociali e interpersonali, la qualità dell’ambiente urbano, mentre le
politiche criminali riguardano solo la prevenzione e repressione di determinati
comportamenti personali qualificati come reati. In sostanza, le politiche
criminali sono solo una parte, più o meno rilevante a seconda dei contesti, delle
politiche di sicurezza. L’equivoco nasce dal fatto che in Italia, anche per
mancanza di esperienze diverse, per politiche di sicurezza si finisce per
intendere le sole politiche di prevenzione e repressione della criminalità,
tradotte in ‘sicurezza pubblica’ o ‘pubblica sicurezza’. In questo caso la lingua
italiana non aiuta; chi parla francese o inglese ha due diversi termini per
indicare, da un lato, la sicurezza urbana in senso ampio, dall’altro quella
specifica che si riferisce all’azione della polizia contro la criminalità: securité e
sureté in francese, safety e securety in inglese.”
Le politiche di sicurezza urbana includono quindi anche le politiche di
prevenzione e repressione della criminalità, ma non si esauriscono in queste.
Stante che nel contesto istituzionale italiano queste ultime appartengono
“esclusivamente” ad agenzie pubbliche distinte dalle Amministrazioni locali,
nel presente rapporto quando userò il termine “politiche locali di sicurezza” farò
riferimento a quelle autonomamente agibili dalle Amministrazioni locali.
1.2. Governo del bene pubblico della sicurezza
Quando parlo invece di “governo del bene pubblico della sicurezza”
intendo riferirmi al governo “unitario” sia delle politiche della sicurezza che
delle politiche di prevenzione e repressione della criminalità. Governo unitario
tra agenzie e poteri autonomi implica di necessità una strategia “integrata” nella
produzione del bene pubblico della sicurezza. Nel nostra realtà istituzionale,
questa è una necessità imprescindibile. Giova ricordare, al fine di rendere
prudenti in certe comparazioni, che questo non avviene ovunque nel mondo,
soprattutto in quelle realtà in cui chi ha il governo democratico di una città ha
anche competenze più o meno ampie di ordine pubblico.
1.3. La sicurezza come “bene pubblico”
Questione complessa e delicata. In effetti, la topica della sicurezza cittadina
è sorta nella/dalla crisi dello stato sociale come questione prevalentemente
“privata”, nel senso che il bene della sicurezza è stato originariamente inteso
come risorsa “dei cittadini”.
Il passaggio dalla topica dell’ordine pubblico a quella della sicurezza
cittadina implica, alle origini, un’enfasi sul diritto del cittadino alla sicurezza
non più garantito dalla pretesa statuale all’obbedienza del diritto, come dire che
il diritto alla sicurezza è in sé altro o quantomeno esso non si esaurisce
nell’obbedienza dei cittadini alle leggi dello Stato. Lo Stato si difende dalla
criminalità perché anche storicamente in essa coglie sempre un attentato alla sua
autorità; i cittadini vogliono difendersi della criminalità, perché essa attenta ai
loro diritti. Come dire che attraverso l’ordine pubblico si garantisce la
tranquillità pubblica, cioè dello Stato, mentre attraverso la sicurezza cittadina si
proteggono sempre e comunque i singoli, i privati. E’ innegabile che siamo di
fronte ad un tentativo di ri-appropriazione della società civile di quanto
espropriato con fatica, fin dal suo processo di formazione originaria, dallo Stato.
Siamo di fronte quindi ad una valenza privatistica, fortemente antistatualista.
La sicurezza è quindi originariamente tematizzata anche, se non
soprattutto, come nuovo bene dei privati, cioè dei cittadini. Può essere infatti
negoziata contrattualmente sul mercato che offre prestazioni private di sicurezza
(vedi polizie private e sistemi privati di sicurezza situazionale); e consente
opportunità di trovare soddisfazione in modalità altrettanto private (ad esempio,
nella mediazione tra vittime ed autori di reato).
La sicurezza cittadina come diritto “privato” dei cittadini si palesa però
come risorsa scarsa. La sicurezza cittadina come risorsa “privata” è
ontologicamente limitata, perché chiamata a soddisfare bisogni che si
determinano all’esterno del sistema di produzione della sicurezza stessa: solo i
soggetti contrattualmente più forti quindi riusciranno ad accaparrarsi quote
consistenti di sicurezza, a scapito ovviamente degli attori sociali più deboli. E le
cose certo non cambiano se si conviene che la sicurezza debba essere
disegualmente distribuita in ragione del peso politico degli attori in
competizione “democratica”. Come dire: la sicurezza delle maggioranze a
scapito delle minoranze.
Assumere invece il bene della sicurezza come “bene pubblico” significa
operare per la tutela dei diritti di tutti. La sicurezza non è pertanto un “nuovo”
diritto, ma lo stato di benessere che consegue alla tutela dei diritti di tutti. Una
sorte di rivoluzione copernicana: il tema della sicurezza cittadina si converte
pertanto dalle politiche volte a soddisfare “il diritto alla sicurezza” a quelle
orientate a garantire “la sicurezza dei diritti”.
2. Politiche “di destra” e politiche “di sinistra”
Il governo del bene pubblico della sicurezza (e quindi anche quello locale)
è fondamentalmente vincolato con le politiche di welfare. Infatti, l’idea di come
governare il disordine delle città è una topica che rinvia alla fede del primato
della politica sul mercato. Detto diversamente ed estremizzando per ragione di
semplificazione: politiche neoliberiste non sono ontologicamente interessate a
politiche di sicurezza. Esse infatti confidano nell’ordine del mercato stesso, cioè
nella qualificazione della sicurezza come bene essenzialmente privato e pertanto
non hanno un’idea di ordine da contrapporre al disordine. Esse, affatto
paradossalmente, accettano “questo” disordine come inevitabile.
Il tema del governo pubblico della sicurezza – per eccellenza problema
politico – rischia, nella attuale contingenza politica, di sfuggire alle capacità
della ars politica. Dall’agenda della politica non ne escono il panico sociale e la
domanda sociale di sicurezza - nel senso che sempre più questi fenomeni sono
di sentita preoccupazione per il sistema politico, a ragione timoroso che su
questi problemi si giochi la questione nodale del consenso -, ma appunto non è
affatto scontato che “la politica” riesca a produrre capacità di governo dei
problemi stessi. A tutt’oggi il governo del bene pubblico della sicurezza è per la
politica una “scommessa”.
3. La specificità italiana
La prorompente emersione del tema sicuritario in Italia soffre di
peculiarità. Se da un lato, anche l’Italia di questi ultimi quindici anni incontra
alcune emergenze che sono proprie di tutto il mondo occidentale (crisi del
sistema della giustizia penale, diffondersi di sentimenti di deprivazione relativa, nuove povertà, crisi identitaria nei confronti degli immigrati, micro-criminalità
predatoria diffusa, ecc.), dall’altro lato il nostro Paese impatta con questi
problemi in maniera naif, privo di ogni memoria di politiche di controllo
sociale, semplicemente perché esse non sono mai state prodotte. Esse non hanno
mai fatto parte delle politiche dello stato sociale: in Italia il controllo sociale è
sempre stato affidato al solo sistema penale.
Senza che questo debba fungere da giustificazione alle incapacità del
sistema della politica, è comunque comprensibile come questo non riesca ad
intendere il novum e pertanto si atteggi come semplicemente e
drammaticamente “stupito”, con tutto quanto ne consegue a livello di capacità
reattiva e propositiva.
E qui a mio avviso si pone la questione nodale. Il governo della sicurezza
(anche e soprattutto nella sua dimensione locale) si pone nell’Italia di questa
ultimi quindici anni al di fuori di culture e prassi di controllo sociale. Ripeto:
culture e prassi di controllo sociale da “maturo” stato sociale.
La questione sicuritaria è un problema politico solo per una cultura politica
capace di pensare e costruire un ordine sociale diverso dal presente disordine. E
qui la mia nota sofferta: le forze politiche progressiste di fronte alla crisi del
vecchio stato sociale e agli effetti da questa crisi determinati, si sono mostrate
per ora incapaci di elaborare una nuova idea di ordine sociale.
Ritorniamo quindi a temi classici della politica: quale ordine al presente
disordine?; come governare politicamente i processi di trasformazione verso un
nuovo ordine?; come rendere egemonica - e quindi come socialmente orientare
la collettività verso - l’idea di un nuovo ordine?
Temi della politica - meglio del primato della politica, come con orgoglio
si diceva un tempo - e purtroppo temi che la politica riformatrice si mostra in
grosso ritardo e grave difficoltà ad elaborare. A ben intendere la drammaticità
dell’attuale contingenza politica sta tutta in questo ritardo della politica sulle
trasformazioni in atto. Se così non fosse, neppure sarebbe emersa la questione
della sicurezza.
4. “Che fare?”
Come “tecnico” della questione - non saprei come altrimenti definirmi
anche se questa identità professionale mi sembra a volte eccessiva - ho
progressivamente maturato il convincimento su poche, pochissime cose “in negativo”, cioè su alcune cose che una forza politica progressista non dovrebbe
mai fare in tema di sicurezza.
In sintesi e con parole semplici:
.. Rassegniamoci. Il tema della sicurezza ci accompagnerà per
molto tempo ancora. Se esso è nella sua essenza null’altro del modo in cui
oggi socialmente vengono costruiti, nella realtà e nell’immaginario
collettivo, i problemi connessi ai processi di trasformazione in atto, sarebbe
un imperdonabile errore aspettare che la “moda” passi. Anche se obtorto
collo, conviene farsene carico.
.. Ma non illudiamoci neppure che il recupero della politica
progressista possa essere repentino sul tema, nel senso che essa sia in grado
di ritradurre e pertanto decostruire il tema della sicurezza nell’azione di
governo verso un nuovo ordine. Appunto: questo sarebbe l’obiettivo, ma
non è affatto scontato l’esito. Voglio dire che per un certo lasso di tempo
forse ci dovremo accontentare di fare meno errori possibili (una sorta di
riduzione del danno della politica!), piuttosto che presumere di centrare
l’obiettivo.
.. Uno degli errori che non si dovrebbero mai fare è quello di
assumere il tema della sicurezza come un problema che si può risolvere. So
bene che da questo verso l’orecchio della politica non ama sentirci, ma si
dovrà abituare a non essere più sorda. Non tutti i problemi possono essere
risolti. Per la buona ragione che o non sono problemi o sono problemi mal
posti. E quello della sicurezza è tanto un non-problema quanto un problema
mal posto. Non c’è farmacum perché non c’è malattia da cui difendersi.
Affrontare l’elettorato promettendo di dare sicurezza, vuol dire garantirsi il
sicuro insuccesso nel turno elettorale successivo. La sicurezza è un tema (o
il tema) di governo complessivo della città. Si può e si deve governare la
sicurezza senza dover promettere di sconfiggere l’insicurezza. “Farsi
carico” (to care) non vuol dire risolvere. Piuttosto che promettere la
soluzione di problemi ancora in buona parte irrisolvibili, meglio promettere
e convincere socialmente su come si governeranno i problemi, cioè
convincere sul “metodo”.
.. Ma farsi carico vuol dire comunque scegliere un punto di vista.
Anche le politiche maltusiane si facevano carico della miseria “da un certo
punto di vista”, appunto quello indicato dal geniale ricettario di come
cucinare e servire a tavola i bambini poveri irlandesi! La sicurezza, se è
bene dei privati, è bene scarso e concorrenziale, come ho in precedenza
detto. E allora quale ordine politico di priorità? L’opportunismo politico
segna ovviamente il centro, le grandi classi medie, appunto dove si
decidono le maggioranze politiche. Temo che sotto la lente della questione sicurezza le classi medie si rivelino o assai più composite o troppo ampie
per essere prese complessivamente in carico. Penso quindi che la questione
sia ben diversa: bisogna che progressivamente le forze politiche progressiste
declinino la sicurezza come “bene pubblico”, cioè di tutti e per tutti. Lo so,
non è assolutamente facile, ma ancora una volta necessario. E la sicurezza
può essere intesa e governata come bene pubblico solo nella produzione di
maggiore “sicurezza dei diritti di tutti”, in primis di coloro - i più deboli -
che soffrono di minore tutela dei propri diritti. Da intendere non è poi tanto
difficile: bisogna agire politicamente in senso esattamente contrario a quello
del governo della sicurezza come bene privato. Se volete, lo riduco in uno
slogan: la sicurezza come bene pubblico si produce e governa ampliando gli
spazi di agibilità dei diritti, cioè affatto paradossalmente ampliando la
cultura e le occasioni di assunzione dei “rischi”. Se la politica della
sicurezza come bene privato convince a ridurre i nostri diritti per correre
meno rischi, la politica della sicurezza come sicurezza dei diritti di tutti,
convince a correre più rischi per garantire di più l’esercizio dei nostri diritti.
.. Proprio il tema per eccellenza politico - la sicurezza - dovrebbe
essere governato in termini non ideologici, o quantomeno meno ideologici.
Non dico banalmente pragmatici, ma in termini laici sì. Voglio dire che
infinite questioni di disordine sociale sono prodotte o amplificate dal
“volontario” e colpevole disordine determinato artificialmente dal processo
definitorio che li colloca nell’area dell’illegalità. I grandi mercati illegali
della droga, della prostituzione, del gioco d’azzardo sono diventati
emergenze sicuritarie perché si è voluto che tali fossero. E per uguale
volontà, ma di segno contrario, tali non sarebbero.
.. Si dice, e in parte concordo, che l’Italia ha potuto fare a meno di
politiche pubbliche di controllo sociale (e in qualche modo anche di
politiche sociali sviluppate), perché la disciplina sociale era in parte
garantita dalla presenza di un forte e diffuso “capitale sociale”. In primis la
famiglia, ma non solo: l’associazionismo, il volontariato ed altre formidabili
reti. Tutto vero, come vero che questo capitale sociale si è, se non
depauperato, certo trasformato. Ma il tema rimane: è possibile ancora
confidare - e in che modo - che il capitale sociale si appropri di funzioni
disciplinari?; è possibile ancora sollecitare e quindi governare questo
patrimonio in una prospettiva di progressiva riduzione dell’egemonia
statuale nelle politiche di disciplinamento sociale? Onestamente ignoro se
tutto ciò sia (ancora) possibile, ma certo mi sembra si faccia ben poco
politicamente per mettere di nuovo in gioco queste risorse.
.. Infine i quadro della grandi riforme, in assenza delle quali temo
che ben poco si possa altrimenti fare. Pensiamo, ad esempio, alle le forze di
polizia. Il paese delle mille e una polizie, ha una cultura poliziale di
controllo del territorio ancora deficiente, per quanto in forte trasformazione.
Ma esiste poi anche il tema della riforma della giustizia penale, oramai al
collasso come quella civile; della normativa sull’immigrazione, a mio
avviso sciagurata su più fronti; ecc.
5. Sicurezza, differenza di genere e altro ancora
Dobbiamo al movimento delle donne avere posto perentoriamente la
centralità della differenza di genere nelle politiche di sicurezza. Sappiamo che la
donna è il soggetto “insicuro” per definizione: e non tanto perché sia sempre e
più vittimizzata degli uomini e neppure perché a ragione si senta più insicura
degli uomini. E’ che le donne da sempre sono state oggetto di una costruzione
sociale che le ha costrette a vivere gli spazi pubblici come spazi pericolosi, le ha
educate a non correre rischi e a trovare protezione nello spazio privato. E al
fondo di questa costruzione del pericolo declinato al femminile, è dato cogliere
lo stato di riduzione dei diritti o di godimento non pieno dei diritti delle donne,
da quelli politici a quelli sociali.
Come ama dire l’amica Tamar Pitch “una città sicura per le donne è una
città sicura per tutti”. Purtroppo questa città (ancora) non esiste.
Non si tratta quindi di elaborare e implementare azioni di governo della
sicurezza “speciali” per il genere femminile. O meglio: questo non è sufficiente.
Si tratta invece di declinare la differenza di genere all’interno di tutte le
politiche di sicurezza, come il punto di vista che consente di produrre sicurezza
per tutti.
6. Dopo un anno
Dopo un anno di intenso lavoro all’interno dell’Amministrazione del
Comune di Bologna, ho capito che i problemi non si collocano solo a livello
politico, vale a dire per le difficoltà della politica di assumere il tema del
governo del bene pubblico della sicurezza, ma si pongono, e severamente, anche
a livello di azione amministrativa. E tra i due piani si determina un’ulteriore
sinergia negativa.
In estrema sintesi: il governo amministrativo a livello locale [forse non
diversamente di quello nazionale] è – nella migliore delle ipotesi (ripeto: nella
migliore delle ipotesi) - capace di operare se e in quanto possa agire
funzionalmente rispetto ad una sfera predeterminata di competenze e con
riferimento a servizi tecnico-professionali già attivi e affidabili. Diversamente
detto: l’input politico che deve arrivare al sistema amministrativo perché questo
passa rispondere con un grado soddisfacente di adeguatezza deve essere
“formulato” nei termini di “comprensione” e di “leggibilità” dal sistema stesso.
Il che significa, quantomeno, che l’input faccia riferimento ad un’azione
attivabile da un ufficio competente attraverso un servizio già operante.
Altrimenti: o il sistema amministrativo non registra l’input, o lo registra, ma lo
riconosce come incongruo e pertanto non si attiva, ovvero risponde
erroneamente e confusamente.
Il consolidamento nel tempo delle prassi amministrative, consente alla
macchina amministrativa dell’ente locale di essere attivata adeguatamente nella
maggioranza dei casi. La divisione delle competenze e delle risorse
(economiche, professionali e tecniche) a livello assessorile risponde con
sufficiente coerenza ai bisogni di governo amministrativo a livello locale.
Il problema si pone, determinando sofferenza, quando l’input politico
risulta illeggibile o equivoco dal sistema amministrativo stesso. Purtroppo
l’emergenza sicuritaria determina ancora – e non so dire per quanto ancora – la
produzione di input politici non immediatamente congruenti al sistema di
attivazione amministrativa. L’ipotesi più ricorrente si presenta nei confronti di
domande di azione amministrativa complesse che comportano una radicale
trasversalità rispetto all’assetto delle competenze assessorili esistenti.
Semplificando, potrei dire: il governo del bene pubblico della sicurezza a
livello locale necessita di progettualità “originali” che si costruiscono
disarmonicamente rispetto all’assetto amministrativo delle competenze.
Le soluzioni – che io valuto assolutamente insoddisfacenti a livello
amministrativo - che si sono in questa ultima decade determinate in Italia sono
prevalentemente tre:
.. In alcuni casi, si è creato un assessorato ad hoc, assessorato alla
sicurezza o alla vivibilità urbana che dir si voglia. In affetti non si è poi inteso di
quali competenze specificatamente dotarlo: sovente si è provveduto a
“rosicchiare” porzioni di competenza più o meno ampie da assessorati “visti”
come più contigui: quelle dei servizi sociali, ad esempio, ma non solo.
.. In altri casi, poi, in una logica sicuramente più estremistica di azione
amministrativa reattiva ben più che proattiva, la competenza si è costruita
prevalentemente sulla polizia urbana. Una sorte di “assessorato della/alla polizia
locale”, con poche altre competenze di “contorno”.
.. Ed infine: non si è creato un assessorato specifico, ma si è conferito una
delega “aggiuntiva” alla sicurezza a qualche assessorato “storico”.
Come è dato intendere, le esigenze funzionali dell’apparato amministrativo
hanno operato tagliando, sul “letto di Procuste”, una fetta di competenza
funzionale più o meno ampia, “scippando” funzioni e risorse ad altri. Come dicevo: risposta insoddisfacente, anche se comprensibile. Insoddisfacente, per la
ragione semplice che il governo della sicurezza coincide con il governo
complessivo della città, e non con una sua porzione, più o meno ampia.
Comprensibile, perché quantomeno si determina la visibilità anche
amministrativa e non solo politica del centro di imputazione delle domande di
sicurezza.
La scelta operata dal presente governo della città di Bologna è sotto questo
profilo virtuosa. La delega ai problemi della sicurezza è nelle mani del Sindaco.
Questi è il solo a potere attivare trasversalmente tutte le competenze assessorili,
che sono appunto competenze dallo stesso delegate. In quanto nelle mani del
Primo Cittadino, il governo locale del bene pubblico della sicurezza può essere
ed “apparire” non come oggetto di nuova competenza funzionale - come se la
sicurezza fosse improvvisamente diventato un nuovo bene meritevole di tutela –
quanto il risultato o valore aggiunto del buon governo della città nel suo
complesso. Ma anche in questa situazione ideale, l’assoluta legittimità dell’agire
del Sindaco attraverso le diverse competenze delegate non si traduce sempre e
felicemente nell’efficienza amministrativa dell’azione stessa. Il Sindaco e la
stessa Giunta nel suo complesso possono condividere un progetto e accedere
alla “tastiera” avendo in mente un “motivo”, ma non è scontato che l’insieme
dei servizi attivati siano poi in grado di riprodurla fedelmente e senza stonature.
7. Come leggere il presente Rapporto
Mi occupo scientificamente del tema della sicurezza/insicurezza cittadina
da quindici anni. Più onestamente: mi occupo anche di questo. Nel 1991 e per
quattro anni ho diretto una rivista “divulgativa” e pionieristica per il nostro
Paese che si proponeva di introdurre nel dibattito politico il tema del governo
locale della sicurezza: “Sicurezza e territorio”. Dal 1994 fino al 2000 sono stato
coordinatore del Comitato scientifico del Progetto della Regione Emilia-
Romagna, “Città sicure”. Ho diretto e prodotto numerose ricerche empiriche su
diversi aspetti correlati all’insicurezza delle città, diversamente finanziate da
enti locali e Università. Ho lavorato su queste tematiche anche all’estero.
Quando nell’ottobre del 2004 il Sindaco Sergio Cofferati mi ha chiesto se
ero interessato ad una consulenza scientifica sui tema della sicurezza per la città
di Bologna, ho accettato ponendo una sola condizione: che mi fosse consentito
per un intero anno vivere “dall’interno” della macchina amministrativa
comunale le emergenze sicuritarie. Solo così avrei potuto tentare di cucire un
abito su misura per la mia città. Questa mia condizione fu accettata e di questo
sinceramente sono grato al Sindaco e all’intera Amministrazione comunale. Per
un anno ho vissuto giornalmente dentro la macchina comunale. Ho appreso
molte, moltissime cose. Per me, il saldo è quindi positivo: esco da questa
avventura sapendone di più. E con estrema umiltà e certo anche timoroso di deludere, con questo Rapporto desidero aiutare la mia città e questa
amministrazione a progredire nella cultura politica ed amministrativa di
governo del bene pubblico della sicurezza.
Quello che segue è un Rapporto “scientifico”, ma rivolto a chi ha il
governo politico ed amministrativo di Bologna. Ho fatto di tutto perché fosse
comprensibile a chi sui problemi deve politicamente ed amministrativamente
agire. Non è quindi un Rapporto per la comunità accademica.
Con la massima attenzione possibile ho sempre distinto “i fatti” dalle mie
“personali” visioni del mondo. Non è sempre facile, in assoluto forse
impossibile, ma confesso di essermi impegnato “al meglio” nel distinguere il
livello descrittivo da quello valutativo.
Ho cercato la semplicità nell’esposizione.
Mi sono imposto la massima sinteticità. Nella sua prima stesura questo
Rapporto superava le 300 pagine, cioè era “obbiettivamente” illeggibile per chi
professionalmente è chiamato a governare una città e non, come il sottoscritto, a
leggere le “idee” dei colleghi. Quindi ho riscritto il tutto, ponendomi il limite
delle 100 pagine o meglio delle 40.000 parole. Credo di esserci riuscito
abbastanza bene.
Ogni affermazione “sui fatti” è rigorosa, nel senso che è documentata,
anche se non ho voluto appesantire questo lavoro di sintesi con note, citazioni di
fonti, grafici e tabelle. Ma se richiesto, su ogni punto trattato posso “mostrare i
dati e dare i numeri”.
PARTE PRIMA:
LA COSTRUZIONE SOCIALE DELLA
SICUREZZA A BOLOGNA
1. - IL “CAMPO” SU CUI OPERARE
1.a. - ALCUNI DATI DI REALTA’
Per quanto Bologna non goda – come altre città italiane ed emiliano-
romagnole - di rilevazioni costanti e puntuali e di medio-lungo periodo sui tre
grandi profili su cui può definirsi la “questione sicurezza” – vale a dire: tassi di
criminalita-delittuosità, tassi di vittimizzazione e percezione sociale
dell’insicurezza -, possediamo comunque informazioni da ricerche empiriche
scientificamente valide sufficienti per tentare con relativo grado di attendibilità
la descrizione del presente e per osare, correndo inevitabili ma controllabili
rischi di predittività, alcune prognosi almeno per il futuro più prossimo, vale
dire non oltre il termine del presente mandato politico-amministrativo.
La natura del presente rapporto mi esime dal citare, di volta in volta, le
fonti statistiche e di ricerca, per altro sufficientemente conosciute dagli addetti
ai lavori e di procedere quindi per estrema sintesi.
1.a.1. “Alle spalle” una forte crescita della criminalità
A fare corso dagli inizi degli anni settanta del secolo scorso, Bologna – e in
ciò non diversamente della maggior parte delle città italiane – ha registrato un
significativo aumento dei reati denunciati (indice di delittuosità) sia contro il
patrimonio che contro la persona. In particolare l’incremento della delittuosità
ha conosciuto due impennate, esattamente a metà degli anni settanta e dalla
metà degli anni ottanta fino ai primi anni novanta. Poi dalla metà degli anni
novanta, per il seguente decennio, l’indice di delittuosità è rimasto
sostanzialmente costante (intorno alle 40.000 denunce annue). Recentemente –
primi di novembre 2005 – il Questore di Bologna ha dichiarato in più occasioni
che nell’ultimo anno si sarebbe determinato un significativo decremento delle
denunce. Non ho ragione per dubitare di ciò, ma in verità non ho altri elementi
di valutazione che le sole dichiarazioni del Questore. In verità la ricerca vittimologica parrebbe contraddire questo dato ottimistico, registrando un
incremento di 6 punti percentuali nel tasso di vittimizzazione tra i cittadini
bolognesi nell’ultimo anno (rilevazione del 2005 sui dati della rilevazione del
2004).
1.a.2. “ Nel presente” una situazione relativamente stabile
Pur consapevoli che gli indici di delittuosità non sono in grado di registrare
la criminalità reale e ciò in ragione del peso determinante della propensione
denunciataria dei cittadini, possiamo però convenire che la variazione nella
propensione denunciataria è nel breve-medio periodo relativamente stabile per
cui è ragionevole assumere gli indici di delittuosità e la loro variazione nel
tempo come sufficientemente rappresentativi dell’andamento della criminalità
reale – cioè di quella manifesta più la c.d. cifra oscura - nella città di Bologna.
Dalle ultima rilevazione (2005) risulta che circa un bolognese su cinque è stato
vittima negli ultimi 12 mesi di un qualche fatto di reato, quasi il doppio di
quanto si è registrato tra i cittadini nel resto della provincia bolognese e
sicuramente molto di più (anche se non lo possiamo affermare con riferimento
al 2005) rispetto al resto dei cittadini emiliano-romagnoli. Quindi, assai
indicativamente e sommariamente, i reati di cui sono vittime annualmente i
cittadini bolognesi (i soli residenti e non i city users) dovrebbe aggirarsi sulle
70.000/80.000 unità; cifra sufficientemente congruente all’ammontare delle
denunce (40.000) e che stimerebbe pertanto la propensione denunciataria dei
nostri concittadini intorno al 60%. Ovviamente, inutile forse precisarlo, questi
cifre indicative, ma realistiche, riguardano solo i c.d. “delitti con vittima” e
quelli in cui le vittime percepiscono di essere tali (e quindi, da un punto di vista
criminologico, una contenuta minoranza tra tutti i fatti penalmente rilevanti).
1.a.3. Alcune specificità criminali
Per quanto non sia possibile confrontare i tassi ponderati di delittuosità e di
criminalità presunta nel suo insieme nelle diverse città italiane, per alcuni reati
tra i più significativi possiamo confrontare Bologna rispetto ad altre centri
metropolitani. Oggi Bologna registra un tasso particolarmente elevato di lesioni
dolose denunciate; si colloca ancora tra le primissime città d’Italia per i
borseggi; vede invece in forte decremento gli indici degli scippi, ma in questo
seguendo un andamento decrescente a livello nazionale; registra, poi, una
crescita sensibile nei furti nei negozi, incremento peraltro registrabile in quasi
tutte le città di dimensioni comparabile a Bologna; dal 1990 segna un trend
calante nei furti in appartamento; in decisa diminuzione poi i furti di autovettura
e furti su autoveicoli; le rapine contro banche ed uffici postali si mantengono
comparativamente alte a Bologna rispetto alle altre città italiane anche se negli
ultimi anni in lieve contenimento. Bologna, poi, è una città in cui è articolarmente elevato il consumo e quindi lo spaccio di droghe illegali, ma
essendo lo spaccio un “delitto senza vittime” e quindi ovviamente non
denunciato, possiamo indurre la forte presenza di una criminalità connessa al
mercato delle droghe vuoi dall’indice dei fermi, arresti, condanne di spacciatori
e sequestri di droga operati dalle forze dell’ordine e dalla magistratura, vuoi dal
numero dei tossicodipendenti problematici presi in carico dei servizi, tutti indici
che segnano Bologna come una città assai problematica sotto questo profilo.
1.a.4. La criminalità organizzata non controlla il territorio, ma (forse) fa
buoni e “leciti” affari
Se le informazioni attendibili che concernono la criminalità comune,
predatoria e di strada sono ancora relativamente “deboli” per consentire di
dettagliare con maggiore accuratezza la questione della sicurezza “oggettiva” a
Bologna, per quanto concerne la criminalità organizzata e/o la criminalità dei
potenti e le connessioni tra queste a Bologna, le nostre conoscenze sono ancora
più lacunose, al punto di potere scientificamente dire ben poco. Parrebbe – ma
uso il condizionale – doversi escludere la presenza di organizzazioni criminali
“forti” in grado di controllare il territorio, mentre è ragionevole sospettare
l’attenzione della criminalità organizzata su Bologna come luogo di
investimenti di capitali illeciti, nonché la collisione di questa con alcune forme
di economia “grigia” autoctona. Ma appunto: sospetti, pochi dei quali hanno
trovato, per ora, una conferma giudiziaria. Ciò ovviamente non esclude
aprioristicamente che Bologna sia sotto questo profilo effettivamente non
problematica, ma certo così, a tutt’oggi, ancora appare.
1.a.5. Bologna non è (più) un’oasi tranquilla
Sotto il profilo, quindi, della criminalità – almeno per quel poco e tanto che
possiamo dedurre dalle fonti statistiche – Bologna ha subito nell’ultimo
ventennio un significativo processo trasformativo, in parte analogo a quanto
occorso nelle altre città del Nord, tale da renderla ben diversa dal rassicurante
quanto diffuso stereotipo che la vorrebbe “un’oasi tranquilla”. Ovviamente non
è e né potrebbe presumere di essere un’eccezione. Di più: sotto alcuni profili
criminologicamente significativi, Bologna è progressivamente diventata e
tuttora è una città problematica. Non certo tra le più problematiche d’Italia, ma
sicuramente con seri problemi.
1.a.6. Città “postmoderna” e “edonistica”
Ma la questione della sicurezza a Bologna non può essere a pieno intesa
solo con riferimento ai problemi criminali in senso proprio, che peraltro – come abbiamo visto – sono presenti. Bologna è una città che soffre in modo
particolarmente accentuato di livelli significativi di degrado sociale e di
presenza massiva di condotte devianti, sia pure non sempre né necessariamente
criminali. E oggi la scienza criminologica più avveduta sa bene che la questione
sicuritaria non è circoscrivibile solo e unicamente alle definizioni legali di
criminalità. In particolare Bologna soffre di latenti ed espliciti conflitti nell’uso
degli spazi pubblici tra popolazioni diverse e con stili di vita confliggenti: una
popolazione residente sempre più anziana da un lato, la presenza massiva di city
users, la comunità di giovani studenti, la repentina crescita di popolazioni
immigrate, ecc. Ovviamente tutto questo non ha un gran che a che vedere con la
questione della sicurezza dalla criminalità a Bologna, ma non del tutto: la forte
presenza di giovani universitari, ad esempio, dota certo di una vitale risorsa –
economica e culturale - la città, ma nel contempo la caratterizza per la presenza
di un universo sociale che in quanto giovane ha una propensione alle condotte
devianti particolarmente spiccata; e lo stesso sembra potersi dire per gli
immigrati, soprattutto se irregolari. Ma anche quando volessimo trascurare le
ricadute possibili sul rischio criminale vero e proprio, la dimensione economica,
storica, culturale e sociale di Bologna la rende assai diversa da altre città italiane
di comparabili dimensioni. La sua specificità sta proprio nella sua particolare
vocazione “edonistica”, tale forse da farne uno dei pochi esempi di città
postmoderna nel nostro Paese. Città ricca, ma storicamente non segnata
dall’egemonia e dalla disciplina della “grande fabbrica”, è da lungo tempo
conosciuta come città accogliente, accattivante, vivace, conviviale,
“godereccia”, nottambula, capace di offrire opportunità ampie di “fruizione”
anche se non soprattutto a chi la consuma occasionalmente. Bologna, che non è
mai stata e ancora non è meta significativa del turismo di massa, ha nonostante
ciò un numero di esercizi pubblici orientati allo svago, all’intrattenimento
soprattutto notturno, di dimensioni ragguardevoli. Non stupisce, così, che in
regime di regolamentazione della prostituzione (dalle seconda metà
dell’Ottocento fino alla seconda metà del secolo scorso), Bologna contasse il
numero di postriboli “legali” più alto d’Italia. E tuttora Bologna conosce un
mercato della prostituzione di strada tra i più fiorenti, comparabile ad esempio a
quello di Rimini durante la stagione estiva, quando appunto la città romagnola è
fruita giornalmente da più di un milione di “spensierati” vacanzieri. Se Bologna
ha da lungo tempo goduto e meritatamente ancora gode della fama di città
“ospitale”, oggi – in ragione dei processi di “tribalizzazione sociale” e di
corrispondente forte caduta delle “virtù civiche” che segnano tutte le realtà
metropolitane – più di altre città italiane soffre di livelli di conflitto e di
degrado. Tutto ciò è, a mio avviso, un dato di fatto, per dirla sociologicamente.
Un dato di fatto che ha una sua specificità e che si relaziona significativamente
anche con il sentimenti sociali di insicurezza dei bolognesi in gran parte
alimentati dai fenomeni di degrado e di “inciviltà”.
1.a.7. I bolognesi mettono al primo posto delle loro preoccupazioni
l’insicurezza
La percezione sociale di insicurezza a Bologna è stata oggetto di
monitoraggio, costante e uniforme nel rilevamento, negli ultimi sei anni. Un
arco sufficiente di tempo da consentire di fornire alcune valutazioni
scientificamente “fondate”. La preoccupazione dei bolognesi per la criminalità è
sempre risultata in testa – e di parecchi punti percentuali - ad ogni altra
apprensione. Ha conosciuto una significativa flessione nel biennio 2002-2003,
per poi nuovamente crescere nel biennio successivo, distanziandosi però sempre
di 5 punti percentuali in più rispetto agli abitanti del resto della Provincia. Per
quanto l’ultimo rilevamento (2005) sia avvenuto immediatamente a ridosso
dell’allarme sociale determinato dallo stupro occorso nel parco di Villa Spada –
per cui è ragionevole attribuire a questa coincidenza temporale una qualche
significativa ripercussione sul panico sociale cittadino – nella sostanza, pur
leggendo in modo estremamente prudente i dati dell’ultimo sondaggio, è
possibile convenire su alcuni profili di fondo.
1.a.8. Preoccupazione per la situazione economica-sociale e
preoccupazione sicuritaria rendono i cittadinii “depressi”
A Bologna, l’allarme sicuritario da criminalità è particolarmente elevato e
mostra un andamento “sincronico” con la preoccupazione ed insicurezza per la
situazione economico-sociale, sia a livello nazionale che a livello locale. Come
felicemente si esprime Fausto Anderlini, coordinatore da alcuni anni del
rilevamento demoscopico sul “Problema della sicurezza nella percezione dei
cittadini in Provincia di Bologna”, “gran parte della popolazione sembra
progressivamente precipitata in un cono d’ombra di carattere depressivo (…)
che tende a proiettarsi nel contesto locale come diffusa sensazione di un
ridimensionamento della qualità della vita”. Preoccupazione per la situazione
economica-sociale e preoccupazione sicuritaria tendono quindi reciprocamente
ad alimentarsi, determinando un sentimento pessimista verso il futuro, che
sembra sempre più incerto. Questa relazione è ovunque registrabile, ma
probabilmente è più stingente in una popolazione come quella bolognese, da
tempo educata (e meritatamente anche orgogliosa) tanto dei livelli raggiunti
nelle politiche di welfare, quanto dell’elevata qualità della vita “sotto le Due
Torri”. Secondo la relazione ISTAT del novembre del 2005 Bologna è ancora la
città “dove si vive meglio” in Italia, e non solo primeggia in quasi tutti gli indici
che vengono assunti per definire la qualità di vita di una comunità
(significativamente con la sola eccezione per alcune forme di degrado urbano e
di criminalità), ma soprattutto è particolarmente ricca di “capitale sociale”,
come i livelli di partecipazione sociale, l’impegno nel volontariato e nella
cooperazione. In altri termini le aspettative della popolazione bolognese sono
nel senso di un’attenzione particolarmente avvertita (più avvertita che altrove) per tutto quanto può confermare o smentire una “tenuta” dell’eccellenza
raggiunta. E per quanto, comparativamente, Bologna ancora primeggi, i
bolognesi si avvedono, da molti e diversi segni, che le cose stanno peggiorando.
E onestamente non si può dire che intendano male. Alcune cose stanno
effettivamente peggiorando.
1.a.9. Sindrome invasiva e panico identitario di fronte ai processi
immigratori
Il sentimento di insicurezza dei bolognesi sembra quindi non tanto
relazionato con il rischio effettivo di vittimizzazione (che pure è significativo,
ma non allarmante), quanto piuttosto con la percezione sofferta di un disordine
sociale che non sembra essere (né poter essere) pienamente “controllato”. Che
Bologna sia anche segnata da un disordine sociale crescente è indubbio, ma
altrettanto e di più lo sono la maggior parte delle città italiane; non tanto è
quindi il disordine il sé, quanto la percezione che questo non venga “governato”
e soprattutto che il tradizionale sistema del welfare, a Bologna ancora
particolarmente sviluppato nonostante la crisi, non sia più in grado di
governarlo. Il sistema del welfare, lo sappiamo, si fonda nelle capacità di
inclusione sociale dei soggetti marginalizzati e pertanto portatori di disagio e
conflitto. La crisi del sistema di welfare rende sempre più e ai più evidente che
“la coperta si è fatta troppo corta” per coprire tutti. Questa sofferta
consapevolezza in parte alimenta una sorta di “sindrome invasiva” che può
anche tradursi in vero e proprio “panico identitario” nei confronti dei “nuovi”
poveri, cioè gli immigrati.
1.a.10. Insofferenza ed indignazione
Ma, appunto, non soltanto gli immigrati. La dimensione “postmoderna” di
Bologna – cioè di una città che risponde anche e soprattutto a criteri “estetici”
oltre che “funzionali” - attrae più di altre città chi vuole “consumarla”
edonisticamente. A Bologna si viene tutto l’anno – soprattutto se giovani -
anche per divertirsi. E la città dei grandi concerti di musica giovanile popolare,
dei raves, del motor show. Questa forza attrattiva inevitabilmente chiama a
Bologna anche universi giovanili radicali negli stili di vita (vedi punkabestia),
ovvero fortemente segnati da percorsi di dipendenza e di sofferenza psichica.
Nei confronti di queste minoranze giovanili - sovente più fastidiose che
effettivamente pericolose – la collettività dei residenti manifesta sentimenti di
insofferenza perché, a volte, non intende giustificabile una risposta di assistenza
(queste minoranze infatti non si offrono sempre come portatrici di bisogni
“meritevoli di compassione”) e altre volte, l’assenza delle tradizionali virtù
civiche, come l’educazione, da parte di queste soggettività giovanili, mobili, vaganti, dedite all’accattonaggio e al bivacco nella pubblica via è fonte essa
stessa del prodursi e radicarsi di sentimenti di indignazione.
1.a.11. La domanda di sicurezza chiede più “controllo del territorio”
Insofferenza, indignazione, panico invasivo e identitario finiscono per
comporsi in una miscela che esalta il sentimento di progressiva estraneità dei
residenti bolognesi rispetto al loro territorio. L’elevata domanda di sicurezza dei
bolognesi solo in parte quindi origina dal pericolo di vittimizzazione. Che così
sia, è confermato dalla circostanza che la domanda di tipo più squisitamente
repressivo (come, ad esempio, più severità nelle pene detentive se non esplicito
favore all’introduzione della pena di morte) tende progressivamente nel tempo a
scemare tra la popolazione bolognese, anche all’interno di quel nucleo resistente
(circa il 30%) che ideologicamente si attesta sulle posizioni di c.d. “law and
order”. La domanda di sicurezza dei bolognesi non invoca più repressione, ma
più “controllo del territorio”. Non si offre quindi ancora come una domanda
rigida, cioè socialmente costruita come “forcaiola”, ma aperta all’azione delle
agenzie proattive. E’ questa una circostanza di estremo interesse, perché
consente un ampio spazio di azione alle politiche del governo locale. Certo è
che ove questo bisogno di maggiore controllo sociale non fosse in grado di
mostrarsi efficace nel tempo, è plausibile paventare il rischio di una deriva
sicuritaria “rigida” e “intransigente”, cioè ideologicamente costruita in favore di
risposte prevalentemente reattive. Peraltro come è sovente e da tempo occorso
in altri contesti nazionali.
1.a.12. Legalità e bisogno di riconferma (pedagogica) delle “regole del
gioco”
Una conferma ulteriore di questo sopra argomentato ci è offerta dal
consenso che hanno incontrato le posizioni del Sindaco di Bologna in tema di
“legalità”. Un consenso che supera mediamente il 90% dei cittadini indica
qualche cosa che non si spiega nei termini tradizionali di una “crociata morale
contro il crimine”, sul modello Giuliani. In favore delle posizioni espresse dal
Primo Cittadino di Bologna, si sono schierati tanto coloro che sono portatori di
una cultura “repressiva” (30%), quanto coloro che esprimono chiaramente una
cultura “solidarista” (40% circa). Chi si è dichiarato poco o per niente d’accordo
è solo una minoranza assolutamente trascurabile di bolognesi. La maggioranza
dei favorevoli certo include, ma non si esaurisce in quella “silenziosa”,
tradizionale riferimento di ogni campagna di “legge e ordine”. Va ben oltre, e di
molto. Le posizioni del Sindaco hanno quindi dato soddisfazione ad un bisogno
diffuso, trasversale agli schieramenti politici, che definirei di riconferma
pedagogica di normatività, espressione che indica la capacità di rassicurazione
simbolica della imprescindibile e coerente vigenza di regole comuni.
Certamente non ci si può illudere che questo consenso sorregga sempre e
comunque l’azione di governo del Comune nelle politiche di sicurezza. Nel
concreto delle singole azioni, le diverse “visioni del mondo” dei bolognesi si
faranno diversamente sentire. Questo capitale di fiducia è stato guadagnato
infatti più sul punto “di metodo” che non “di merito”. Per questo definisco
“pedagogica” la discussione aperta dal Sindaco: essa ha convito l’opinione
pubblica che il “controllo del territorio” deve passare anche, sia pure non
esclusivamente, attraverso l’affermazione delle regole che “democraticamente
ci siamo dati”.
1.b.- COSA POSSIAMO
“REALISTICAMENTE” ATTENDERCI A BREVE E MEDIO TERMINE
Predire, comporta correre dei rischi. Eppure è un esercizio a cui non
possiamo mai sottrarci, sia nella vita privata che in quella pubblica.
Se la sicurezza fosse un bene chiaramente definibile come un “nuovo”
diritto sociale, potremmo e dovremmo fare previsioni su come affrontare il
futuro, sapendo di correre errori contenuti. Purtroppo la sicurezza non è tale;
essa piuttosto è l’effetto del grado di soddisfazione/insoddisfazione nel dare
soluzione all’insieme degli altri, di tutti gli altri, problemi. La variabili sono
pertanto troppe per potere essere tenute sotto controllo, e anche se mai lo
fossero l’alea complessiva nella sforzo predittivo sarebbe elevato alla potenza di
tutte le possibili incertezze che a diverso livello segnano tutti i problemi nel
governo di una città.
Ma la difficoltà dell’impresa sta anche in altro e di più specifico. La
maggiore parte delle situazione che si offrono come problematiche nel governo
del bene pubblico della sicurezza in una qualsiasi città hanno origine da cause
che sono prevalentemente al di fuori delle possibilità di governo delle città
stesse, e sovente degli stessi Stati nazionali. La sicurezza è infatti una questione
connessa fortemente ai processi di globalizzazione. Se domani, per un qualsiasi
accidente politico-economico, si aprisse il fronte di un processo immigratorio
verso l’Italia dalla Mongolia, anche Bologna dovrebbe relazionarsi con gli
effetti di una presenza “nuova”, appunto i mongoli, senza potere in alcun modo impedire “a monte” che “…i loro cavalli si abbeverino alla fontana del
Nettuno”. Sarebbe costretta a farsi carico “a valle” anche di questa nuova
situazione problematica.
Pertanto non mi voglio avventurare in un’impresa che avrebbe la stessa
scientificità di “scrutare la sfera di cristallo”. Assai più modestamente, voglio
qui di seguito indicare alcune e solo alcune situazioni già sufficientemente
“mature” per potere conoscere una eventuale (ma assolutamente non necessaria)
“permanenza” ovvero una nuova “collocazione” in tempi medio-brevi sotto il
cono di luce di un’emergenza sicuritaria a Bologna.
* * *
1.b.1. Le vecchie questioni di cui non ci liberemo:
1.b.1.1. I conflitti nell’uso dello spazio pubblico
La “vocazione edonistica” di Bologna continuerà nel tempo e forse
ulteriormente si accentuerà. Gli inevitabili conflitti tra residenti (attraverso la
loro espressione “pubblica” in comitati), il settore commerciale interessato al
mercato dell’intrattenimento e le masse giovanili, saranno ancora nell’agenda
delle preoccupazioni dell’Amministrazione della nostra città. Ma – sempre che
le cose non dovessero precipitare verso il peggio – a livello di indicazione di
metodo, questa Amministrazione ha indicato una prospettiva di governo che mi
sembra realistica e nel tempo anche efficace. Progressivo riequilibrio in alcune
zone altamente problematiche (leggi: Piazza Verdi e Pratello) dell’offerta
commerciale; azione sinergica di plurime agenzie al fine di riqualificare questi
medesimi spazi in favore di un “uso” diverso e orientato ad un target distinto;
dislocazione progressiva e “negoziata” in altre parti del territorio urbano di
un’offerta di intrattenimento giovanile; mantenimento permanente di tavoli di
ascolto e confronto con i diversi attori sociali coinvolti nel conflitto;
affermazione progressiva di regole minime di “civiltà”, attraverso anche
l’azione integrata con le forze di polizia.
Tra i conflitti nell’uso dello spazio pubblico possiamo anche includere la
questione delle occupazioni abusive tanto di edifici pubblici che di suolo
pubblico. E’ improbabile che questa problematicità sia destinata nel prossimo
futuro a risolversi definitivamente. La scelta operata dalla presente
Amministrazione di provvedere gradualmente agli “sgomberi” e procedere poi
alla ri-destinazione degli immobili e dei luoghi ad altre funzioni può essere
efficace nella “bonifica” di alcuni spazi, ma nei tempi medio-brevi non può
impedire una diversa allocazione territoriale delle occupazioni abusive. Con ciò
non voglio dire che “la freccia non raggiungerà mai il tallone d'Achille”, ma più semplicemente che la politica degli sgomberi deve essere anche accompagnata
da un’azione tempestiva e sovente defatigante di controllo sociale del territorio
comunale volta ad impedire che le occupazioni abusive si “radichino”,
cronicizzandosi nel tempo. Alcune municipalità della stessa regione Emilia-
Romagna si sono effettivamente mosse in questa direzione, riuscendo, sia pure
non completamente, a risolvere lo stato di criticità. Si deve però osservare che
sovente si è trattato di città più piccole e quindi più facilmente controllabili e
soprattutto che questa azione incisiva ha parzialmente “liberato” alcuni comuni,
penalizzando maggiormente altri limitrofi. Una diversa strategia, percorsa da
altri comuni, di provvedere agli sgomberi in maniera concordata con gli
occupanti, offrendo quindi a questi altre soluzioni abitative per quanto precarie,
purtroppo trova un limite “finanziario” difficilmente superabile stante che la
domanda abitativa non è in alcun modo controllabile.
1.b.1.2. Tossicodipendenza e condotte illegali connesse all’uso e al
mercato delle droghe
Un conto è la problematicità della droga per gli assuntori e un conto sono
le ricadute a livello di condotte criminali ed illegali in relazione all’esistenza di
un ampio mercato di droghe illegali a Bologna. Del primo aspetto non voglio
interessarmi, essendo di pertinenza del sistema socio-sanitario in senso proprio.
Del secondo profilo si può ragionevolmente prevedere questo: il mercato delle
droghe illegali è destinato a crescere, ma soprattutto a cambiare in ragione dei
nuovi stili di vita dei consumatori. Già sappiamo il sensibile decremento dei
consumatori di eroina che probabilmente proseguirà a fronte dell’espandersi
della domanda di cocaina e di altre numerose droghe sintetiche e soprattutto dal
radicarsi di una consistente domanda di sostanze stupefacenti da parte di
poliassuntori. Dal punto di vista di eventuali condotte criminali connesse al
consumo di droghe è ragionevole attendersi, da un lato, un consistente
ridimensionamento, stante una sensibile contrazione nei prezzi delle nuove
droghe (quelle sintetiche, in particolare, ma la stessa marijuana) e dall’uso
sempre più invalso di un consumo “prudente” sia pure sempre più di massa
(prevalentemente i fine settimana, in discoteca); dall’altro lato, il rischio già
avvertito negli ultimissimi tempi del diffondersi di droghe come il crack oltre
alla stessa cocaina, sostanze pericolose non solo per l’elevato tossicità e
addittività, ma anche perché sovente determinano nell’assuntore stati euforici di
vera e propria dissociazione delirante. Quindi, probabilmente, sempre meno
tossicodipendenti “costretti” a delinquere per procurarsi il denaro necessario
per” il buco”, mentre sempre più giovani “schizzati” che possono commettere
delitti anche violenti in uno stato di incontrollata esaltazione. Comunque
l’offerta di droghe illecite, già particolarmente vasta a Bologna in ragione di una
domanda assai sostenuta, è destinata ragionevolmente a crescere. Sappiamo che
l’azione di repressione dell’offerta di droghe a Bologna, come ovunque, non
confida più, in ragione delle dimensioni di massa del mercato, di contrastarla con una qualche efficacia, quanto piuttosto di “governare” il mercato delle
droghe in una logica di dislocazione territoriale. Per Bologna la situazione è
particolarmente complessa: il mercato della droga è più diffuso territorialmente
di quanto la collettività normalmente ritenga. Si spaccia droga ventiquattro ore
su ventiquattro non solo di fronte alla stazione ferroviaria, in Piazza XX
settembre e nella zona universitaria. Non c’è quartiere della città che non soffra
di alcune strade o parchi frequentati assiduamente da spacciatori e consumatori.
L’azione delle forze di polizia può prevalentemente “spostare” in altri spazi
urbani il mercato, ma con un saldo finale però quasi irrilevante sulle dimensioni
del fenomeno stesso. Ma, contrariamente a quanto dai più si ritiene, l’azione
volta ad una diversa dislocazione del fenomeno, è una strategia comunque utile
nel governo del bene pubblico della sicurezza. Ci sono infatti ottime ragioni per
ritenere che una sensibile contrazione dello spaccio in Piazza Verdi possa essere
un obiettivo virtuoso, anche se ciò dovesse essere accompagnato da un
incremento del medesimo in altre zone della città.
1.b.1.3. Il mercato del sesso mercenario
Per quanto si debba ripetere come l’esercizio della prostituzione in sé
nonché il consumo di prestazioni sessuali mercenarie sia penalmente
“irrilevante”, è di palmare evidenza che oggi il mercato della prostituzione sia
sempre più egemonizzato da pratiche criminali. E’ vero, la prostituzione di
strada in prevalenza, ma non solo, è oggi governata da organizzazioni criminali
(ovviamente non necessariamente di tipo mafioso) e vede una presenza
notevolissima di prostitute “straniere” di cui una consistente parte pesantemente
sfruttata se non ridotta in stato di vera e propria schiavitù. Di tutto questo, la
maggior parte dei cittadini – di cui una consistente parte fruitori del mercato
stesso – non sembra preoccuparsi un gran ché, anche se è intollerabile per
un’Amministrazione dovere accettare nel proprio territorio la violazione dei più
elementari diritti umani per un universo debole di alcune centinaia di donne. A
Bologna, come altrove, ci si allarma per il fenomeno della prostituzione solo ed
unicamente in relazione al possibile degrado che quella “di strada” a volte
determina. Ma sotto questo profilo, le cose stanno rapidamente cambiando.
Sempre meno lucciole lungo i viali di circonvallazione, sempre più in zone
periferiche e poco abitate e soprattutto sempre più “al chiuso”, in appartamento.
E soprattutto sempre più minorenni, nonché la comparsa significativa di minori
maschi. Parrebbe, quindi, che a Bologna, come già da tempo determinatosi in
altre città europee, anche le forme di prostituzione debole tendano a farsi più
“discrete” anche se sovente questo processo espone ancora di più chi si
prostituisce al ricatto e al dominio di chi organizza il mercato stesso. L’azione
di polizia nei confronti della prostituzione si limita quasi esclusivamente al
controllo delle prostitute, soprattutto in quanto immigrate irregolari o
clandestine. Si provvede quindi con provvedimenti di espulsione, ma che
evidentemente hanno ben scarsa efficacia sul mercato se è vero che i prezzi
delle prestazioni sessuali mercenarie sono al loro minimo storico, segno
evidente che la l’offerta continua ad essere sempre più sostenuta. Le politiche
agite dal volontariato e anche supportate dal Comune stesso volte a favorire
l’uscita dalla prostituzione avvalendosi della normativa che consente la
concessione del permesso di soggiorno per chi – irregolare – dichiara di volersi
“emancipare” dalla schiavitù della prostituzione coatta, sono tanto apprezzabili
eticamente, quanto scarsamente efficaci, vuoi per scarsità di mezzi, vuoi anche
perché quanto può essere realisticamente offerto come alternativa di vita alle
giovani immigrate che si prostituiscono è onestamente assai poco appetibile: per
quanto anche pesantemente sfruttata (e oggi forse sempre meno, da un punto di
vista economico), una prostituta di strada può ragionevolmente contare su un
reddito di molte volte superiore a quello che potrebbe mai conseguire come
“badante”, domestica o operaia. E’ quindi ragionevole attendersi non tanto una
riduzione del fenomeno della prostituzione in generale e di quella coatta in
particolare (al contrario sono portato a pensare ad un’ulteriore loro espansione),
quanto la progressiva emergenza di modalità meno “offensive” nelle modalità di
esercizio.
1.b.1.4. I rischi di vittimizzazione e l’andamento della criminalità “reale”
Un volta era diffusa e condivisa nella letteratura criminologica
internazionale l’idea che l’andamento della criminalità reale conoscesse un
andamento relativamente “lento” e graduale nel tempo. Certo cresceva o
diminuiva, ma con andamento non repentino nel periodo medio-breve. Dopo
quanto occorso ad esempio anche a Bologna dalla metà degli anni ottanta fino ai
primi anni novanta del secolo scorso in cui il tasso di delittuosità è aumentato di
ben tre volte (passando da 15.000 denunce a più di 45.000), sarei più prudente
nell’avanzare previsioni a questo proposito. Solo a posteriori, sono state
elaborate alcune ipotesi esplicative del perché del comparire di alcune situazioni
imprevedibili ed eccezionali nei tassi di criminalità e delittuosità. Per la decade
sopra indicata, molti hanno trovato una possibile giustificazione nel diffondersi
della droga e soprattutto nella drug war di quegli anni. Ipotesi che appare
ragionevole, nulla di più. Comunque nel lungo periodo, e questo è un dato
incontrovertibile ovunque, la criminalità è aumentata nel suo totale, anche se al
proprio interno si è fortemente differenziata, per cui alcuni reati sono di molto
cresciuti, ma altri sono e anche di molto diminuiti. La tendenza poi ad una
progressiva diminuzione dei reati contro la persona e una crescita prepotente dei
reati contro il patrimonio, sempre nel lungo periodo, è costante quasi ovunque,
per cui è plausibile che questo trend divaricante si confermi anche nel futuro.
Ma tutto ciò ci dice ben poco: se nei prossimi anni Bologna dovrà confrontarsi
con qualche emergenza criminale è al di fuori di ogni ragionevole previsione. In
una spiegazione eziologica multifattoriale del fenomeno criminale, la sola cosa
su cui possiamo riflettere, fin da ora, concerne appunto la variazione
quantitativa e qualitativa di alcuni (e solo alcuni) fattori che sappiamo interagire
(ma non sempre sappiamo di quanto) con l’andamento della criminalità. Per
quanto concerne i “nuovi” fattori di criticità rimando al punto seguente. Qui mi
limito a quelli già presenti:
.. La crisi economica, con i suoi inevitabili processi di marginalizzazione
sociale, sembra che segnerà Bologna anche nel prossimo futuro. Difficile
sperare in una repentina inversione di tendenza.
.. Tutto lascia supporre che i processi di immigrazione saranno ancora di
notevoli proporzioni e soprattutto non saranno governati, per cui l’area
dell’immigrazione irregolare sembra non sia destinata nell’immediato futuro a
diminuire.
.. La cultura di prevenzione dei bolognesi che si esprime attraverso
l’adozione di “comportamenti di evitamento” risulta a tuttora assai scarsa. Per
quanto i bolognesi si dicano seriamente preoccupati dal diffondersi della
criminalità, essi non sono diventati in eguale misura più prudenti.
.. L’azione di prevenzione e contrasto della criminalità da parte delle
forze di polizia è ancora radicalmente ancorata al vecchio paradigma del law
enforcement – cioè: “fare rispettare la legge sempre ed ovunque” - certamente
apprezzabile e di cui condivido anche la nobiltà d’intento, ma che alla fine non
fa i conti con la scarsità “ontologica” delle risorse preventive e repressive
effettivamente agibili in un contesto di crescente illegalità di massa. La
conseguenza inevitabile di ciò è la ridotta capacità di controllo del territorio da
parte delle forze di polizia e questa deficienza si palesa anche a Bologna,
nonostante gli innegabili e apprezzabili sforzi in questi ultimi tempi palesati ad
esempio nella firma del protocollo di sicurezza con l’Amministrazione
comunale e nella messa in campo del “poliziotto di prossimità”.
.. D’altra parte, la capacità delle rete dei servizi sociali del Comune stesso
di farsi carico a livello preventivo dei nuovi e crescenti disagi è fortemente
condizionata dalla riduzione pesante del bilancio comunale.
.. Le tradizionali e a Bologna particolarmente presenti e forti “agenzie di
controllo sociale informale” – partiti, sindacati, parrocchie, circoli sociali,
associazioni di volontariato, ecc. - da tempo manifestano chiari segni di crisi sul
fronte del controllo del territorio, in particolare nell’azione di disciplinamento
delle nuove tipologie trasgressive. Certo a Bologna le “reti sociali” e il “capitale
sociale” sono più diffusi e più forti che altrove, ma comunque e inevitabilmente
attraversati da processi evolutivi tali da non potere confidare in una loro
inossidabile “tenuta” di fronte ai nuovi fenomeni di disordine sociale.
.. Più lentamente che altrove, anche a Bologna i rischi di vittimizzazione
stanno conoscendo una torsione in favore di una distribuzione sociale differenziata tendenzialmente sempre più sfavorevole ai ceti meno abbienti.
Ancora oggi a Bologna come in altre parti d’Italia, diversamente da quanto è
registrabile ad esempio negli Stati Uniti e in Inghilterra, i ceti più esposti al
rischio di vittimizzazione da parte della criminalità c.d. predatoria sono quelli
benestanti. Ma in ragione della circostanza che sempre più il bene della
sicurezza viene percepito e agito come “bene privato”, è ragionevole attendersi
che l’accesso al mercato privato della sicurezza (già significativamente
rilevabile anche a Bologna, ad esempio, nell’accesso al mercato immobiliare)
tutelerà maggiormente chi potrà economicamente permetterselo.
Insomma queste “vecchie” criticità è da supporre che permarranno anche
nei prossimi anni. Quanto tutto ciò possa determinare un aumento della
criminalità, ripeto, è impossibile affermarlo. Ma certamente questa situazione
complessiva di presenti criticità che tendono ad aggravarsi, unitamente a quelle
“nuove” di cui farò più avanti cenno, in parte spiegano il “sentimento”
depressivo che segna l’opinione pubblica bolognese.
1.b.1.5. Permanenza (“plausibile”) di alcune emergenze criminali
“specifiche
• I borseggi. Bologna, da anni seconda solo a Venezia, dovrà convivere
ancora a lungo con questo fastidioso problema. Le ragioni che si possono
addurre in parte rinviano all’abitudine da parte dei bolognesi di fruire dei luoghi
più densamente affollati del centro storico (ove appunto si consuma
percentualmente il numero più elevato di borseggi, come al mercato settimanale
della Montagnola), di utilizzare più che altrove i mezzi pubblici di trasporto, di
essere Bologna una città che “ospita” giornalmente una popolazione quasi
doppia di quella costituita dai soli residenti; per altra parte, una certa ed
alquanto significativa “imprudenza” dei bolognesi, ancora abituati a vivere il
centro storico come il “salotto buono” di casa propria.
• Le rapine. Non tanto quelle alle banche e agli uffici postali, oramai
stabilizzatesi negli ultimi anni e che costituisco non più del 10% di tutte le
rapine denunciate annualmente, quanto quelle nei confronti delle persone, delle
abitazioni e dei negozi. A Bologna si consumano mediamente due rapine al
giorno, certamente un numero consistente rispetto alle dimensioni della città. Si
può sospettare, ma solo sospettare, che in parte questo dipenda anche da prassi
di polizia e giudiziarie tendenzialmente propense a qualificare come rapina
quanto altrove o altrimenti potrebbe definirsi come furto aggravato (scippo). So
che questa osservazione prudenziale viene sovente addotta, anche se
personalmente non ne sono pienamente convinto.
• I furti nei negozi. Circa 2000 all’anno quelli denunciati a Bologna, cioè
comparativamente con altre città italiani molti, essi si mantengono relativamente costanti negli ultimi quindici anni ed è ragionevole ritenere che
anche in futuro lo saranno. Anche in questo caso, si è sospettato una elevata
propensione denunciataria dei negozianti bolognesi anche per furti bagatellari,
altrove probabilmente da tempo non più denunciati. E’ possibile, ma non ho
riscontri da verifica empirica della validità di questa ipotesi esplicativa.
• Le lesioni personali dolose. Un piccolo “mistero” criminologico, a cui
mi sono impegnato unitamente ad altri nel trovare una spiegazione, ma
onestamente con scarsi risultati. Bologna è – sotto questo profilo – una città
particolarmente “violenta”. Nella sola decade degli anni novanta, le lesioni
personali dolose sono aumentate di ben otto volte (raggiungendo nell’anno 2000
il preoccupante indice di quasi tre al giorno) e solo di recente abbiamo potuto
registrare una lieve per quanto significativa flessione nelle denunce. Sappiamo
essere la lesione personale dolosa un reato sintomatico, in quanto un atto di
violenza intenzionale sulla persona. La loro distribuzione territoriale e quanto
altro possiamo sapere (ed è certamente poco) sugli autori e sulle occasioni
temporali e di contesto in cui queste violenze si consumano a Bologna,
condurrebbe a ritenere – e ancora uso il condizionale – che questo tipo di reato
debba prevalentemente relazionarsi con la litigiosità tra automobilisti e per
ragioni di traffico e con i conflitti di condominio. Pertanto, un campanello
d’allarme sul livello di stress dei nostri cittadini.
1.b.1.6. Degrado ed atti di inciviltà
Per quanto non si possa fornire un dato quantitativo di questa
problematicità perché in buona sostanza essa dipende dal grado di percezione
sociale di alcune condotte come “disdicevoli” e “maleducate” per quanto non
criminali, dobbiamo convenire che le condotte “incivili” sono la principale
preoccupazione dei bolognesi. Sarebbe consolante ritenere che questa elevata
preoccupazione dipenda unicamente dall’altrettanto elevato senso civico della
maggioranza dei nostri cittadini. E vero che una vettura parcheggiata sul
marciapiede, ovvero in seconda fila a Napoli è una normalità che non fa
scandalo per nessuno, mentre a Bologna suscita l’irritazione dei più. Ma questa
pur ovvia circostanza, non è in grado di spiegare esaurientemente e
definitivamente il problema. Bologna è anche una città segnata da fenomeni di
disordine sociale e degrado urbano. Alcune dimensioni di fondo favoriscono
tutto ciò: il centro storico medioevale e assai ampio (uno dei più ampi d’Italia,
non dimentichiamolo) pone la questione non ancora risolta, ma molto sofferta,
del traffico e dell’inquinamento; la presenza assai elevata di studenti e fuorisede
con abitazione prevalentemente in centro, nonché la vocazione all’ospitalità e
alla frequentazione di molti city users determina inevitabili sofferenze nella
convivenza civile tra universi sociali con stili di vita diversi; rapporti sociali che
si fondano, o meglio: si fondavano, prevalentemente sulla convivialità
spontanea (la celebrata “bolognesità”!) e non su costumi disciplinati per necessità produttive, ecc., tutto questo ed altro ancora rende Bologna
particolarmente sensibile e anche sofferente al mutamento culturale in corso che
sta minando alle radici le “virtù civiche” di molti, soprattutto giovani. Il
sentimento più diffuso tra molti cittadini bolognesi nei confronti delle condotte
“incivili” per fortuna ancora di pochi, è lo sgomento, presto seguito
dall’indignazione risentita. Se tutto ciò ha certo ben poco a che vedere con la
criminalità in senso proprio, ha molto invece a che vedere con il sentimento di
estraneità della cittadinanza nei confronti del proprio territorio. Bene: tutto
lascia supporre che questa situazione problematica e conflittuale perdurerà
ancora per gli anni a venire. E’ ragionevole sospettare che l’adesione corale dei
bolognesi nei confronti della discussione sulla legalità aperta dal Sindaco, abbia
anche, e non poco, a che vedere col diffuso bisogno di ri-conferma di regole
comuni di civile convivenza, quelle che un tempo si chiamavano principi
elementari di “buona educazione”, del tipo: è riprovevole imbrattare i muri,
orinare nella pubblica via, suonare i tamburi in piazza fino alle 4 del mattino,
bivaccare sotto i portici, praticare l’accattonaggio in maniera molesta, ubriacarsi
per strada, ecc. Insomma, c’è un nesso forte nella coscienza collettiva tra
volontà di ripristinare la legalità e volontà di ripristinare le “vecchie” virtù
civiche. E’ evidente che questo diffuso sentimento può anche conoscere una
deriva nostalgica, e pertanto regressiva, nei confronti di una “Felix Bononia”, in
verità mai esistita. Ma è un dato di fatto che questo sentimento sia molto diffuso
tra i cittadini di Bologna.
* * *
1.b.2. Le “nuove” emergenze di cui, con probabilità, dovremo occuparci:
1.b.2.1. Se i flussi di immigrati irregolari dovessero aumentare
Una profezia scontata: tutto lascia supporre che ancora e forse per molto
tempo ancora, gli immigrati irregolari aumenteranno anche a Bologna.
Questo scenario apre prospettive inquietanti. Come sappiamo, il governo di
una città non può in alcun modo governare questo processo “a monte”. Dubito
che lo possano efficacemente gli stessi stati nazionali. Comunque alle città
spetta solo di dare un ordine possibile “a valle”. E gli “ordini possibili” non
sono sempre quelli che suscitano il più ampio consenso.
Se le informazioni che si possono ricavare dalle ultimissime ricerche
sull’opinione pubblica a Bologna sono attendibili – e io ritengo che lo siano –
l’insofferenza dei bolognesi nei confronti dei problemi connessi ai processi
immigratori è già “a livello di guardia”, superato il quale la sindrome da invasione si trasformerà in vera e propria ostilità xenofoba, di fronte alla quale
ogni governo della sicurezza rischierà di essere semplicemente impotente.
Non posso misurarmi per incompetenza sulle politiche sopranazionali e
nazionali utili e necessarie per fronteggiare questa emergenza. Più
modestamente riesco solo ad intendere che gli “effetti” negativi del processo
immigratorio non disciplinato o maldisciplinato troveranno le città “da sole” a
fronteggiarli. Da sole, con le sole risorse a loro disposizione. Cioè poche,
pochissime, forse sempre più scarse.
E qui ritengo che il rapporto tra legalità e solidarietà debba essere
realisticamente definito, come si sul dire “una volta per tutte”. Se la legalità è
una risorsa scarsa (nel senso che non può essere ovunque e sempre affermata),
altrettanto se non di più deve dirsi per la solidarietà. Quest’ultima, se non la si
vuole intendere come atteggiamento morale privato, altro non è che la
“decisione” pubblica di destinare quote di ricchezza sociale ad altri per finalità
di inclusione sociale. Questa decisione non può essere semplicemente
sconsiderata. Deve essere proporzionata alle capacità economiche effettive e
soprattutto deve essere socialmente condivisa. E’ di tutta evidenza che le
politiche solidariste di inclusione sociale degli immigrati potranno estendersi
solo e nella misura in cui la popolazione autoctona sarà in grado di anticipare,
attraverso il prelievo fiscale, le risorse necessarie. Oltre questo limite non si può
invocare e praticare alcuna solidarietà pubblica. Si tratta allora di “convincere”
e “convincerci” della necessità ed utilità di investire in questa direzione. Ma per
convincere e convincerci a praticare questa distribuzione della ricchezza è anche
necessario educare al rispetto della legalità coloro che dobbiamo integrare. Se
vogliamo estendere gli spazi di solidarietà dobbiamo essere in grado anche di
affermare e fare rispettare “le condizioni minime” a cui subordiniamo lo sforzo
di inclusione sociale. La legalità può, deve diventare il punto di forza di
un’azione pedagogica.
1.b.2.2. La seconda generazione degli immigrati
Mentre scrivo questo rapporto, “Parigi brucia”. Prodi, in una intervista da
alcuni giudicata imprudente, afferma che è solo questione di tempo, perché
anche nelle periferie delle nostre città si stanno pericolosamente addensando i
fattori che porteranno alla rivolta. Altri, con più cognizione “sociologica”,
mettono in dubbio che si possano fare analogie tra i processi immigratori
determinatesi in Francia con quelli che si sono svolti in Italia. Comunque
nessun serio addetto ai lavori minimamente dubita che la seconda generazione,
cioè i figli “italiani” di nati all’estero, costituiranno a breve un serio problema
anche da un punto di vista della sicurezza. Le poche e pionieristiche ricerche
condotte nella nostra città tra i figli di immigrati, iscritti nelle scuole primarie e
secondarie inferiori, ci tranquillizzano ancora: i livelli di socializzazione e integrazione sembrano funzionare abbastanza e la propensione a condotte
devianti tra i ragazzini immigrati è solo di poco superiore a quella dei minori
italiani. Ma l’età veramente critica da un punto di vista criminologico è spostata
in avanti di quattro-cinque anni, quando quegli stessi entreranno nella fase tardo
adolescenziale e giovanile. La presenza di diciotto-ventenni figli di immigrati è
ancora troppo bassa per potere operare analisi campionarie significative.
Sappiamo però che la loro presenza, sia pure contenuta, in alcune scuole
professionali della città è vista con seria preoccupazione da docenti e genitori
che oramai ripetutamente denunciano il diffondersi negli istituti di atti di
violenza e di criminalità. La letteratura sociologica è sul punto
internazionalmente concorde: la seconda generazione di immigrati ha una
propensione criminale particolarmente spiccata, esattamente come la prima, se
regolarizzata, l’ha più contenuta rispetto alla popolazione autoctona. Temo che
sul punto l’Italia non farà eccezione. E pavento infine che le conseguenze
possano essere particolarmente gravi in una città come Bologna che registra il
numero percentuale più alto in Italia di figli di immigrati.
1.b.2.3. I minori stranieri non accompagnati
E’ un fenomeno già presente sia a livello nazionale che cittadino. E
soprattutto un fenomeno in costante crescita. I minori immigrati senza una
figura parentale in Italia sono già alcune migliaia. Secondo la pur severa
legislazione vigente di contrasto all’immigrazione clandestina o irregolare
questi ragazzi non possono essere espulsi, sia pure immigrati clandestinamente
o irregolarmente e anche quando si rendono autori di fatti illeciti, ben
difficilmente di fatto o di diritto si può provvede attraverso misure di
contenimento custodiale. Quale effetto “paradossale” di un quadro normativo
contraddittorio e lacunoso, questi minori fino al compimento della maggiore età
sono relativamente immuni dai rischi di espulsione e di carcere. Come lo sono
stati alcuni anni fa in Italia i criminali affetti da HIV, per i quali scattava un
differimento di pena obbligatorio che operava come una involontaria “licenza di
delinquere”. Questi minori non accompagnati sono in numerose ipotesi vittime
della tratta, al fine specifico di immetterli sul mercato delle attività illecite nel
nostro Paese: spaccio, furti, prostituzione minorile. Se non si trova una qualche
soluzione, la loro presenza è destinata ad aumentare ed è indubbia la loro
elevata problematicità anche criminale.
1.b.2.4. Espansione urbanistica e trasformazione della città
Bologna si sta avviando ad un significativo percorso di trasformazione
anche a livello urbanistico. La nuova stazione, l’ampliamento ulteriore della fiera, la nuova edilizia popolare e lo sviluppo di nuovi quartieri di edilizia
residenziale, lo spostamento al Lazzaretto del polo tecnologico e di alcune
facoltà scientifiche, l’emergenza già assai visibile di villaggi residenziali ad
elevata soglia di sicurezza privata, ecc. sono tutte realizzazioni in cantiere che a
breve saranno portate a termine. Il nuovo piano regolatore in gestazione,
ridisegnerà l’organizzazione degli spazi urbani della Bologna del domani. Non
mi consta che in questo cantiere in opera e in questo fervore di progettazione,
sia stata posta la dovuta attenzione all’impatto che queste trasformazione del
tessuto urbano potranno avere in termini di sicurezza, sia oggettiva che
soggettiva. Eppure, se c’è una frontiera nuova e già ampiamente praticata in
altri paesi, questa è l’ “urbanistica e l’architettura della sicurezza”. E non solo,
come ovvio, per le scelte che possono essere fatte in tema di “misure di
prevenzione situazionale” (che pure sono importanti), ma ancora più sulle scelte
in tema di destinazione e vocazione degli insediamenti con riferimento ai
diversi universi di futuri residenti e fruitori. Come accennavo poco sopra, le
nostre periferie anche quando non particolarmente gradevoli, non sono
drammaticamente degradate. Come pure i processi di allocazione residenziale
degli immigrati a Bologna e Provincia non hanno nulla a che vedere con i
processi di radicale “zonizzazione” determinatesi in altre città europee, come
appunto Parigi. E’ quindi ragionevole confidare che almeno nell’immediato
Bologna non conoscerà la problematicità eversiva di ghetti a forte vocazione
razziale ed etnica. Ma appunto nell’immediato. Se una seria attenzione non
viene posta fin da ora – e temo che si sia già in ritardo – il futuro potrebbe
riservare amare sorprese nella Bologna di domani, quella dei nostri figli.
1.b.2.5. Illegalità economiche e mercato del lavoro
Ho premesso che Bologna non risulta (ancora) segnata dal fenomeno della
criminalità organizzata di tipo mafioso. Ripeto, però: se con ciò si vuole
intendere che a Bologna non risultano organizzazioni criminali in grado di
“controllare militarmente il territorio”, come avviene in alcune parte del nostro
Mezzogiorno. Ma Bologna ha una storia passata significativa di presenze
criminali e soprattutto di cospicui capitali “illegali”, quantomeno perché
accumulati, sia pure altrove, attraverso il delitto; è quindi un territorio di
interesse per l’economia criminale.
La fase presente di crisi economica sappiamo favorire, come sempre ed
ovunque, il diffondersi dell’economia illegale. E’ quindi ragionevole attendersi
che anche nel territorio di Bologna cresca l’illegalità nelle transazioni
economiche e nel mercato del lavoro, senza che con ciò si debba temere
necessariamente il ramificarsi di una vera e propria “economia mafiosa”.
1.c. – LA SCARSITÀ DI RISORSE
E’ un tema a cui ho già fatto cenno e che anche in seguito non mi stancherò
di richiamare.
Nel momento in cui, e sempre più, siamo costretti a tematizzare la nostra
società come società del rischio, perché la nostra capacità di “prevedere” le
possibili conseguenze si è dilatata oltre la misura delle nostre capacità di
“prevenire” quelle nocive, abbiamo cominciato a sentirci sempre più “insicuri”.
Se appunto – per riprendere una classico esempio - il battito di ali di una farfalla
nella foresta amazzonica potrà determinare domani una inondazione nel nord-
est d’Italia, consapevoli che non siamo in grado di fermare oggi le ali a quella
farfalla, prevenendo così la conseguenza dannosa, avvertiamo la paura
dell’annunciata e futura inondazione. Insomma: siamo in grado di assumere la
complessità come modello esplicativo della realtà, ma soffriamo perché il
medesimo modello ci mostra la nostra inadeguatezza nel dare esauriente
soluzione alla complessità.
Siamo sempre più insicuri, perché sappiamo di essere sempre più
inadeguati; e ci sentiamo sempre più inadeguati man mano che prendiamo
coscienza delle limitate risorse a nostra disposizione per prevenire gli eventi
nocivi e dannosi.
In buona sostanza si può dire che la sicurezza diventa un “problema”
perché non sempre adeguatamente avverto come tale. Mi spiego. Se
ipoteticamente oggi vivessimo in un contesto economico, politico e sociale
ricco al punto da pervenire alla condizione estrema della piena soddisfazione
dei bisogni, neppure porremmo la questione della sicurezza. E non certo perché
ingenuamente non avremmo da temere dai rischi di criminalità o dai fastidi
delle inciviltà, come si era illusa una certa cultura politica che declinava i
rapporti tra povertà e devianza in termini alquanto meccanicistici. La sicurezza
non sarebbe una “questione” semplicemente perché confideremmo, e a ragione,
nelle possibilità di “governare” i problemi attraverso pratiche di inclusione
sociale. A risorse illimitate, illimitate politiche inclusive. Non è un caso che il
tema della sicurezza diventa una questione eminentemente politica proprio nella
crisi dello Stato sociale, quando le risorse del welfare risultano insufficienti alle
abitudini (o illusioni) “bulimiche” di disciplinare attraverso l’inclusione.
Solo ponendo al centro la cronica scarsità di risorse, il governo del bene
pubblico della sicurezza diventa un problema. Diventa una questione. Tanto è vero che da bene per eccellenza pubblico, sempre più soffre la concorrenza con
il mercato al punto da essere “tematizzato” sovente come “bene privato”.
La storia sia pur breve della questione della sicurezza ci insegna cose
istruttive. Negli Usa come in Canada, il tema della sicurezza cittadina nasce alla
fine degli anni settanta per diretta iniziativa delle stesse forze di polizia. Sono
gli apparati repressivi tradizionali – quelli che hanno rivendicato dalla nascita
della modernità il monopolio esclusivo in tema di ordine pubblico e di sicurezza
dalla criminalità – a confessare di non essere più in grado di garantire livelli
soddisfacenti di sicurezza ai cittadini. La sicurezza non può più essere solo una
questione di polizia, giudici e carcere. I cittadini da soli o in forma associata
devono farsi carico del problema. In una società sempre più “a elevato rischio
criminale”, chi aveva il compito di garantire l’ordine ammette che la risorsa
repressiva e preventiva di cui dispone è limitata, insufficiente. L’esperienza
francese segue un diverso percorso, ma anch’esso alla fine rinvia alla
constatazione della scarsità e inadeguatezza delle risorse. E’ il governo centrale,
che a fare corso dalla metà degli anni ottanta del secolo passato, invita le
amministrazioni locali a progettare - cercando il più ampio parternariato con
polizie locali e centrali, con le associazioni, con il mercato stesso - azioni
integrate di sicurezza.
E vengo subito alla realtà italiana. Di seguito sia pure rapsodicamente,
voglio indicare i profili generali che definiscono lo stato presente di “penuria”
nelle politiche di governo locale del bene pubblico della sicurezza.
1.c.1. Penuria di competenze amministrative dei Comuni
Per ragioni oramai ampiamente indagate, le città diventano il luogo in cui,
sempre più, le emergenze sicuritarie si radicalizzano. Le città sono e sempre più
saranno chiamate a rispondere alle domande di insicurezza dei cittadini. Su
questa tendenza non ci sono dubbi. E non è un caso che oggi, di fronte a
qualsiasi problema connesso alla sicurezza, i cittadini si rivolgano
prevalentemente se non esclusivamente a chi democraticamente ha il governo
della città. Ma a fronte di questa forte esposizione dei governi delle città sui
temi della sicurezza, le amministrazioni comunali in Italia sono povere di
competenze per poterli adeguatamente fronteggiare. Si pensi che in altri paesi i
sindaci hanno competenze anche in materia di ordine pubblico e a loro
rispondono polizie di ordine pubblico.
1.c.2. Limiti strutturali e contingenti della risorsa “poliziale”
Le risorse repressive e preventive della polizia in un paese democratico
sono sempre inadeguate. Questa ontologica inadeguatezza risponde anche ad
una scelta politica: gli “stati liberali” si contrappongono agli “stati di polizia”
per un ricorso limitato – sul modello della extrema ratio – al potere “poliziale”.
Se mai l’Italia contemporanea è in contro tendenza sul punto rispetto ad altre
democrazie; almeno quantitativamente, l’Italia è il paese che, percentualmente
alla sua popolazione, ha il numero più elevato di operatori di polizia.
Rispetto agli altri paesi democratici, la storia delle nostre polizie di Stato –
la loro formazione ed evoluzione nel tempo – conosce poi elementi di
specificità tali da renderle, anche oggi, corpi burocratici relativamente
“separati” dalla società civile, anche quando guadagnano un elevato indice di
fiducia da parte dei cittadini.
A fronte poi dell’elevata professionalità nel tempo acquisita in alcuni
ambiti, come la lotta alla criminalità organizzata, il controllo del territorio da
parte del Polizie di Stato è invece ancora carente se comparato con quello
riscontrabile in altri paesi.
Per queste e per molte alte ragioni storiche, politiche e funzionali, le
Polizie in Italia sono ancora apparati burocratici gerarchicamente comandati
dall’ “alto” e il cui agire è sovente autoreferenziale e irrelato dalle domande che
provengono dal “basso”. Così è ancora, anche se il processo di “avvicinamento
della polizia al cittadino” è, sia pure faticosamente, in atto.
Ancora oggi e ragionevolmente nel prossimo futuro il grado di integrazione
dell’azione poliziale con le altre agenzie nelle politiche di governo della
sicurezza a livello locale è e sarà molto prudente e parsimonioso, e soprattutto
puntigliosamente attento a riconfermare l’esclusività insindacabile delle proprie
competenze e modalità operative.
Se non è pensabile una politica di governo locale del bene pubblico della
sicurezza senza il concorso decisivo dell’azione repressiva e preventiva della
polizia, l’efficacia della stessa in Italia è, e per il prossimo futuro ancora sarà,
subordinata al grado di collaborazione che questa vorrà, di volta in volta,
effettivamente fornire.
1.c.3. Crisi del welfare a livello locale
Ai ripetuti e significativi tagli nei bilanci comunali di questi ultimi anni,
seguiranno ragionevolmente altri di “vacche magre”. Il sistema complessivo del welfare è quindi in una fase di forte contrazione. A questa poco invitante
prospettiva dobbiamo rassegnarci.
La cultura tradizionale di rispondere alle problematicità sociali crescenti
con politiche di prevenzione sociale adeguate mantiene una sua incontestabile
coerenza “astratta”, quanto una sempre più ridotta praticabilità “concreta”. Gli
spazi volti a favore l’inclusione sociale attraverso politiche di ridistribuzione
della ricchezza e di produzione di nuovo “capitale sociale” sono già assai
limitati e tenderanno ulteriormente a restringersi.
1.c.4. Cultura e professionalità politico-amministrative ancora
inadeguate
Le emergenze sicuratiarie corrono più velocemente di quanto le agenzie
preposte al loro governo siano in grado di confrontarsi con la necessaria cultura
e professionalità.
In Italia, forse più che altrove, è dato registrare un forte deficit di cultura e
professionalità nel governo della sicurezza e questo vale anche a livello locale.
Il mercato stesso, particolarmente ricco di offerte sul versante delle
tecnologie volte all’implementazione di strategie di prevenzione situazionale, si
mostra ancora carente di professionalità capaci di governare effettivamente le
nuove conflittualità o di governarle in modo diverso. Assistiamo pertanto ad un
fiorire di nuove professionalità annunciate a parole, ma relativamente vuote ed
evanescenti nei contenuti. Un esempio per tutti. Oggi una nuova pratica circola
diffusamente come alternativa alle tradizionali: la mediazione. Mediazione
sociale, mediazione penale, mediazione comunitaria, mediazione culturale, ecc.
Non c’è problema o emergenza che non vengano riconosciuti come meritevoli
di una presa in carico mediatoria. Ma a fronte di questa promessa, basta ben
poca attenzione per avvedersi che sovente dietro a questa salvifica pratica si
cela un deludente dilettantismo di chi rivendica una professionalità in questo
difficile mestiere. Ma questo non vale solo per la mediazione. Si pensi ancora
alla riduzione del danno, quando questo servizio viene offerto al di fuori del suo
originario terreno di azione, vale a dire la tossicodipendenza. E con ciò non
voglio delegittimare certo la risorsa mediatoria o quella offerta dalla riduzione
del danno. Ma più semplicemente avvertire che almeno in Italia siamo ancora
lontani da standard accettabili e verificabili di professionalità da parte di molti
che si offrono sul mercato come capaci di operare da mediatori o nelle politiche di riduzione del danno
1.d. - DISORDINI “ARTIFICIALI”
E MERCATI ILLEGALI
Una delle topiche più studiate oggi dalla criminologia concerne la
produzione “artificiale” del disordine sociale: nella costruzione sociale di alcuni
problemi poi sofferti come produttori di insicurezza oggettiva e soggettiva un
ruolo determinante è giocato “a monte” dalle scelte politiche di criminalizzare
condotte e stili di vita oramai diffusi a livello di massa. Si pensi alla
criminalizzazione del consumo di stupefacenti e alla criminalizzazione di molte
condotte connesse al mercato del sesso mercenario. Ma analogamente potrebbe
sostenersi per la legislazione di contrasto all’immigrazione irregolare e
clandestina.
Non è mia intenzione in questa sede pronunciarmi in favore o meno di
politiche abolizioniste, regolamentatrici o proibizioniste. Sta di fatto che le
scelte politiche operate per contrastare alcuni fenomeni di massa, ha
determinato la creazione di alcuni mercati “illegali” la cui dannosità sociale è da
mettere in relazione non tanto o non solo al fenomeno in sé che si è voluto
“disciplinare”, quanto alla scelta politica di disciplinarlo in un determinato
modo. In questo senso si parla appunto di disordini “artificiali” costruiti dalle
politiche di governo di alcuni fenomeni sociali.
Le politiche di governo del bene pubblico della sicurezza a livello locale si
trovano quindi a fronteggiare alcuni problemi la cui problematicità è in buona
sostanza determinata dalla cornice legislativa nazionale e a volte sopra-
nazionale vigente, all’interno della quale sono costrette comunque ad operare
senza potere altrimenti “uscirne”. Così la criminalizzazione della droga
determina il mercato criminale degli stupefacenti, e nessun governo cittadino
può sottrarsi nel suo operare da una realtà così artificialmente “costruita”. La
scelta abolizionista a suo tempo operata nei confronti della prostituzione, non
consente alle politiche locali di intervenire attraverso politiche di
regolamentazione del mercato del sesso mercenario. Per quanto
un’amministrazione comunale si dichiari – a livello di principio – contraria alle
politiche di esclusione sociale nei confronti dell’immigrazione irregolare e
clandestina, non può non adoperarsi per l’affermazione della legalità (che a ben
intendere è contingentemente solo una e una sola in uno Stato di diritto, sempre
che non si voglia dare ancora legittimità alla cultura assai diffusa in Italia, della
“doppia legalità”) anche di quella politicamente a volte non condivisa. Non fare
chiarezza su questo delicato aspetto, rischia di determinare una pericolosa
confusione.
Tutto ciò determina quindi ulteriori limiti all’azione di governo del bene
pubblico della sicurezza a livello locale. Limiti “pesanti” e sovente “sofferti”.
Ritengo che l’approccio sul paradigma della “riduzione del danno” sovente
adoperato nei confronti di alcune problematicità sia stato determinato più dalle
necessità di non evadere dalla legalità senza dovere fare pagare fino in fondo, e
ai più deboli, i costi della legalità, piuttosto che di ridurre o contenere la
problematicità stessa.
2. - POLITICHE DI SICUREZZA A
BOLOGNA
2.1. Uno breve sguardo al passato
Solo quindici anni fa parlare di sicurezza a Bologna (il che sottintendeva
che problemi di insicurezza c’erano, anche nella nostra città) era con sufficienza
liquidato dal sistema della politica cittadina come qualche cosa sospesa tra la
provocazione e la stravaganza culturale. Pochi anni dopo, il tema era con una
qualche diffidenza ridimensionato, come una esagerazione che comunque
faceva gli interessi della destra… E poi la “destra” ha preso il governo di questa
città, facendo della sicurezza una della proprie parole d’ordine più qualificanti;
e infine la “destra” ha perso il governo della città, a pareri di molti perché
nonostante le promesse, proprio sulla sicurezza aveva fallito.
E’ una ricostruzione storica condivisibile solo a metà. E per una semplice
ragione: l’evoluzione della topica “sicurezza” a Bologna si è prevalentemente
esaurita nelle parole della politica e assai poco nelle azioni amministrative.
Come dire che il tema della sicurezza è entrato progressivamente a fare parte
del vocabolario della comunicazione politica, mostrando capacità di supplire
efficacemente altri linguaggi, ma senza che ciò sia stato accompagnato da una
equivalente crescita nelle politiche di sicurezza.
Ma, come in tutte le cose del mondo, si è sempre, in qualche modo, figli
anche del passato. L’attuale Amministrazione eredita comunque un “storia”
politica e amministrativa anche in tema di politiche di sicurezza cittadina.
Qualunque sia la direzione che voglia imprimere nel futuro al governo locale
del bene pubblico della sicurezza, l’attuale amministrazione non può non fare i
conti con quelle che l’hanno preceduta.
A ben intendere, il compito che 15 mesi fa ho ricevuto dal Sindaco era ed è
sempre stato questo, al di la delle deformazioni mediatiche che sempre
accompagnano chi copre l’incarico di “consigliere del principe” su un tema
politicamente scottante: fornire una consulenza tecnica sull’organizzazione dei
servizi amministrativi che il Comune dovrà darsi per governare il tema della
sicurezza cittadina a Bologna. Nulla di più e nulla di meno.
Vediamo allora criticamente quanto sinteticamente il passato.
2.2. Un errore di “fraintendimento”
Il governo Vitali esprime con coerenza nelle politiche di governo della
sicurezza a Bologna, quanto a quel tempo la sinistra democratica e di governo in
Italia, con ben poche eccezioni, unanimemente intendeva. Meglio: poteva
intendere.
La sicurezza era un tema “nuovo” nel governo cittadino: ne parlavano, ma
scientificamente, pochi addetti ai lavori, facendo riferimento ad esperienze di
altri paesi. Ma appunto ne parlavano alcuni intellettuali. Politicamente era poi
un tema caro alla destra o che comunque a parole le forze di destra si riteneva
avessero maggiore disinvoltura a cavalcare. E’ vero, si sapeva che altrove, come
in Inghilterra, le forze di sinistra al governo avevano “scippato” questo tema
alla destra, facendone un tema del “nuovo realismo di sinistra”. Ma quanto era
potuto accadere in altri paesi, allora sembrava qualche cosa di politicamente
“distante” dalla preoccupazioni di un sindaco di Bologna. Condivisibili
preoccupazioni “garantiste” poi, fortunatamente presenti nella cultura della
sinistra, conducevano a diffidare di un oggetto che si prestava a facili e
strumentali derive del tipo “legge ed ordine”. Insomma: era prudente diffidare
di questa “emergenza”, o meglio: era prudente approcciarla con un profilo
politicamente defilato.
Ma a consigliare prudenza, c’era anche altro e di più rilevante. Allora si
poteva realisticamente confidare che l’Amministrazione comunale e la società
civile bolognese potessero fare fronte a questa “nuova” emergenza con quanto
era loro ovunque e dai più riconosciuto: uno sviluppato welfare e un ricco
capitale sociale. Come dire: i sentimenti diffusi di insicurezza altro non sono
che manifestazioni di bisogni insoddisfatti a cui possiamo e dobbiamo
rispondere potenziando ulteriormente i nostri servizi. L’insicurezza viene cioè
letta come prodotto di una fisiologica crescita delle aspettative proprie di un
maturo stato sociale. Si registra quindi un fraintendimento della realtà. In effetti
si inverte il nesso causale, cadendo in un pericoloso equivoco: l’insicurezza si
diffonde proprio perché sono entrate in crisi le politiche di welfare, palesandosi
oramai incapaci di farsi carico delle nuove problematicità e pertanto non si può
indicare come rimedio del male ciò che è la causa dello stesso. Ripeto: un
fraintendimento in cui allora versava quasi tutta la politica democratica e di
sinistra italiana. Vitali, in questo, non fece certo eccezione.
Coerentemente con quel presupposto (certo, viziato sia pure da un
perdonabile fraintendimento), l’amministrazione del tempo affida la delega alla
sicurezza all’assessorato ai servizi sociali. Scelta fortunata: l’assessora di
riferimento si paleserà avveduta e soprattutto attivissima. Ma per quanto
avveduta e attiva approccerà il tema nella sola ottica possibile per la cultura dei
servizi sociali, cioè in quella dell’aiuto, dell’assistenza, della presa in carico dei
soggetti portatori del disagio e del conflitto, confidando che più prevenzione
sociale si traducesse anche in più sicurezza e rassicurazione sociale.
Il progetto sicurezza che emerge (“Bologna sicura”) si struttura come
addizione da un lato di tutti i servizi sociali già operanti, a cui viene solo
nominalisticamente indicata anche una capacità di produzione di sicurezza e
rassicurazione e, dall’altro lato, la messa in campo di nuovi servizi indicati
come capaci di arricchire “la rete sociale”, in verità apprezzabili per la quantità,
ma “messi insieme” un po’ disordinatamente. Alla fine, non si intende la
“filosofia” del progetto, se non appunto quella assai generica di una ingenua
fiducia che … più ingredienti ha la torta, più apprezzato sarà il dessert.
Ripeto: un progetto “confuso”, ma ricco. Ricchissimo soprattutto di risorse
finanziarie. Avvalendosi di consulenze esterne all’amministrazione assai rodate
nel catturare finanziamenti europei, in breve tempo su “Bologna sicura” e
sull’Assessorato ai servizi sociali piovono molti, moltissimi soldi. E in ciò sta
tanto la forza che la debolezza del progetto. Confuso ma ricco; dispersivo ma
generoso; intelligente in alcune forti intuizioni, ma inefficace nel breve periodo
perché non ha gambe su cui camminare speditamente, mancando di
professionalità amministrative e tecniche adeguate alle aspettative. Forse, se
avesse avuto più tempo, avrebbe potuto correggersi e diventare anche un ottimo
progetto. Ma tempo non ebbe per crescere.
Eppure, sia pure nel breve arco di un solo biennio, “Bologna sicura” traccia
alcune direttive di fondo che sopravviveranno anche nelle politiche sulla
sicurezza dell’Amministrazione Guazzaloca e che la presente erediterà a sua
volta. La creazione delle “Antenne” poi trasformate in Sportelli sicurezza a
livello di quartiere, da un lato, e i “mediatori di comunità” sempre a livello di
quartiere, dall’altro lato, sono assi portanti delle politiche di sicurezze ideate e
implementate allora e che, pur con alcune trasformazioni, sono sopravvissute
fino ad oggi.
Una progettualità quindi tutta costruita sul versante tradizionalmente più
consono alle politiche dei servizi sociali e quindi capace di esaltare tutte le
potenzialità proprie delle politiche di prevenzione sociale, anche ed
ulteriormente arricchite dagli apporti offerti dalle risorse della mediazione e della riduzione del danno. Questo modo di declinar