INTRODUZIONE:
IL GOVERNO DEL BENE PUBBLICO DELLA SICUREZZA:
UN TEMA COMPLESSO
PARTE PRIMA:
LA COSTRUZIONE SOCIALE DELLA
SICUREZZA A BOLOGNA
1. - IL “CAMPO” SU CUI OPERARE
Alcuni dati di realtà
Cosa possiamo “ realisticamente" attenderci a breve e medio termine
La scarsità di risorse
Disordini “artificiali”
e mercati illegali
2. - POLITICHE DI SICUREZZA A
BOLOGNA
3. - LE COORDINATE POLITICHE
DELLA PRESENTE AMMINISTRAZIONE
4. - IL “PUNTO DI VISTA
GENERALE”
5. - LA PROGETTUALITA’
“VIRTUALE”
PARTE SECONDA:
LE “RICADUTE” AMMINISTRATIVE
1. - “LA FRECCIA E IL TALLONE
DI ACHILLE”
2. - IL SINDACO E L’INTERFACCIA
AMMINISTRATIVA
3. - IL SETTORE POLITICHE PER
LA SICUREZZA
4. - LA POLIZIA MUNICIPALE
5. - I QUARTIERI E LE POLITICHE
DI SICUREZZA
6. - LA VALUTAZIONE DELLE
POLITICHE DI SICUREZZA
INTRODUZIONE:
IL GOVERNO DEL BENE PUBBLICO DELLA SICUREZZA:
UN TEMA COMPLESSO
1. Glossario
Cosa intendo per governo locale del bene pubblico della sicurezza?
Purtroppo nella realtà italiana – in carenza di una tradizione culturale del
tema “sicurezza”– i pericoli di fraintendimento sono costanti. Meglio procedere
ad alcune definizioni che, per quanto convenzionali, consentano comunque di
intendersi.
1.1. Politiche di sicurezza
Nel documento approvato dalla riunione di Presidenza del Forum generale
italiano per la sicurezza urbana nel giugno del 2005, viene offerta una
definizione di “politiche di sicurezza” che mi soddisfa:
“Le politiche di sicurezza riguardano l’intera popolazione, la qualità delle
relazioni sociali e interpersonali, la qualità dell’ambiente urbano, mentre le
politiche criminali riguardano solo la prevenzione e repressione di determinati
comportamenti personali qualificati come reati. In sostanza, le politiche
criminali sono solo una parte, più o meno rilevante a seconda dei contesti, delle
politiche di sicurezza. L’equivoco nasce dal fatto che in Italia, anche per
mancanza di esperienze diverse, per politiche di sicurezza si finisce per
intendere le sole politiche di prevenzione e repressione della criminalità,
tradotte in ‘sicurezza pubblica’ o ‘pubblica sicurezza’. In questo caso la lingua
italiana non aiuta; chi parla francese o inglese ha due diversi termini per
indicare, da un lato, la sicurezza urbana in senso ampio, dall’altro quella
specifica che si riferisce all’azione della polizia contro la criminalità: securité e
sureté in francese, safety e securety in inglese.”
Le politiche di sicurezza urbana includono quindi anche le politiche di
prevenzione e repressione della criminalità, ma non si esauriscono in queste.
Stante che nel contesto istituzionale italiano queste ultime appartengono
“esclusivamente” ad agenzie pubbliche distinte dalle Amministrazioni locali,
nel presente rapporto quando userò il termine “politiche locali di sicurezza” farò
riferimento a quelle autonomamente agibili dalle Amministrazioni locali.
1.2. Governo del bene pubblico della sicurezza
Quando parlo invece di “governo del bene pubblico della sicurezza”
intendo riferirmi al governo “unitario” sia delle politiche della sicurezza che
delle politiche di prevenzione e repressione della criminalità. Governo unitario
tra agenzie e poteri autonomi implica di necessità una strategia “integrata” nella
produzione del bene pubblico della sicurezza. Nel nostra realtà istituzionale,
questa è una necessità imprescindibile. Giova ricordare, al fine di rendere
prudenti in certe comparazioni, che questo non avviene ovunque nel mondo,
soprattutto in quelle realtà in cui chi ha il governo democratico di una città ha
anche competenze più o meno ampie di ordine pubblico.
1.3. La sicurezza come “bene pubblico”
Questione complessa e delicata. In effetti, la topica della sicurezza cittadina
è sorta nella/dalla crisi dello stato sociale come questione prevalentemente
“privata”, nel senso che il bene della sicurezza è stato originariamente inteso
come risorsa “dei cittadini”.
Il passaggio dalla topica dell’ordine pubblico a quella della sicurezza
cittadina implica, alle origini, un’enfasi sul diritto del cittadino alla sicurezza
non più garantito dalla pretesa statuale all’obbedienza del diritto, come dire che
il diritto alla sicurezza è in sé altro o quantomeno esso non si esaurisce
nell’obbedienza dei cittadini alle leggi dello Stato. Lo Stato si difende dalla
criminalità perché anche storicamente in essa coglie sempre un attentato alla sua
autorità; i cittadini vogliono difendersi della criminalità, perché essa attenta ai
loro diritti. Come dire che attraverso l’ordine pubblico si garantisce la
tranquillità pubblica, cioè dello Stato, mentre attraverso la sicurezza cittadina si
proteggono sempre e comunque i singoli, i privati. E’ innegabile che siamo di
fronte ad un tentativo di ri-appropriazione della società civile di quanto
espropriato con fatica, fin dal suo processo di formazione originaria, dallo Stato.
Siamo di fronte quindi ad una valenza privatistica, fortemente antistatualista.
La sicurezza è quindi originariamente tematizzata anche, se non
soprattutto, come nuovo bene dei privati, cioè dei cittadini. Può essere infatti
negoziata contrattualmente sul mercato che offre prestazioni private di sicurezza
(vedi polizie private e sistemi privati di sicurezza situazionale); e consente
opportunità di trovare soddisfazione in modalità altrettanto private (ad esempio,
nella mediazione tra vittime ed autori di reato).
La sicurezza cittadina come diritto “privato” dei cittadini si palesa però
come risorsa scarsa. La sicurezza cittadina come risorsa “privata” è
ontologicamente limitata, perché chiamata a soddisfare bisogni che si
determinano all’esterno del sistema di produzione della sicurezza stessa: solo i
soggetti contrattualmente più forti quindi riusciranno ad accaparrarsi quote
consistenti di sicurezza, a scapito ovviamente degli attori sociali più deboli. E le
cose certo non cambiano se si conviene che la sicurezza debba essere
disegualmente distribuita in ragione del peso politico degli attori in
competizione “democratica”. Come dire: la sicurezza delle maggioranze a
scapito delle minoranze.
Assumere invece il bene della sicurezza come “bene pubblico” significa
operare per la tutela dei diritti di tutti. La sicurezza non è pertanto un “nuovo”
diritto, ma lo stato di benessere che consegue alla tutela dei diritti di tutti. Una
sorte di rivoluzione copernicana: il tema della sicurezza cittadina si converte
pertanto dalle politiche volte a soddisfare “il diritto alla sicurezza” a quelle
orientate a garantire “la sicurezza dei diritti”.
2. Politiche “di destra” e politiche “di sinistra”
Il governo del bene pubblico della sicurezza (e quindi anche quello locale)
è fondamentalmente vincolato con le politiche di welfare. Infatti, l’idea di come
governare il disordine delle città è una topica che rinvia alla fede del primato
della politica sul mercato. Detto diversamente ed estremizzando per ragione di
semplificazione: politiche neoliberiste non sono ontologicamente interessate a
politiche di sicurezza. Esse infatti confidano nell’ordine del mercato stesso, cioè
nella qualificazione della sicurezza come bene essenzialmente privato e pertanto
non hanno un’idea di ordine da contrapporre al disordine. Esse, affatto
paradossalmente, accettano “questo” disordine come inevitabile.
Il tema del governo pubblico della sicurezza – per eccellenza problema
politico – rischia, nella attuale contingenza politica, di sfuggire alle capacità
della ars politica. Dall’agenda della politica non ne escono il panico sociale e la
domanda sociale di sicurezza - nel senso che sempre più questi fenomeni sono
di sentita preoccupazione per il sistema politico, a ragione timoroso che su
questi problemi si giochi la questione nodale del consenso -, ma appunto non è
affatto scontato che “la politica” riesca a produrre capacità di governo dei
problemi stessi. A tutt’oggi il governo del bene pubblico della sicurezza è per la
politica una “scommessa”.
3. La specificità italiana
La prorompente emersione del tema sicuritario in Italia soffre di
peculiarità. Se da un lato, anche l’Italia di questi ultimi quindici anni incontra
alcune emergenze che sono proprie di tutto il mondo occidentale (crisi del
sistema della giustizia penale, diffondersi di sentimenti di deprivazione relativa, nuove povertà, crisi identitaria nei confronti degli immigrati, micro-criminalità
predatoria diffusa, ecc.), dall’altro lato il nostro Paese impatta con questi
problemi in maniera naif, privo di ogni memoria di politiche di controllo
sociale, semplicemente perché esse non sono mai state prodotte. Esse non hanno
mai fatto parte delle politiche dello stato sociale: in Italia il controllo sociale è
sempre stato affidato al solo sistema penale.
Senza che questo debba fungere da giustificazione alle incapacità del
sistema della politica, è comunque comprensibile come questo non riesca ad
intendere il novum e pertanto si atteggi come semplicemente e
drammaticamente “stupito”, con tutto quanto ne consegue a livello di capacità
reattiva e propositiva.
E qui a mio avviso si pone la questione nodale. Il governo della sicurezza
(anche e soprattutto nella sua dimensione locale) si pone nell’Italia di questa
ultimi quindici anni al di fuori di culture e prassi di controllo sociale. Ripeto:
culture e prassi di controllo sociale da “maturo” stato sociale.
La questione sicuritaria è un problema politico solo per una cultura politica
capace di pensare e costruire un ordine sociale diverso dal presente disordine. E
qui la mia nota sofferta: le forze politiche progressiste di fronte alla crisi del
vecchio stato sociale e agli effetti da questa crisi determinati, si sono mostrate
per ora incapaci di elaborare una nuova idea di ordine sociale.
Ritorniamo quindi a temi classici della politica: quale ordine al presente
disordine?; come governare politicamente i processi di trasformazione verso un
nuovo ordine?; come rendere egemonica - e quindi come socialmente orientare
la collettività verso - l’idea di un nuovo ordine?
Temi della politica - meglio del primato della politica, come con orgoglio
si diceva un tempo - e purtroppo temi che la politica riformatrice si mostra in
grosso ritardo e grave difficoltà ad elaborare. A ben intendere la drammaticità
dell’attuale contingenza politica sta tutta in questo ritardo della politica sulle
trasformazioni in atto. Se così non fosse, neppure sarebbe emersa la questione
della sicurezza.
4. “Che fare?”
Come “tecnico” della questione - non saprei come altrimenti definirmi
anche se questa identità professionale mi sembra a volte eccessiva - ho
progressivamente maturato il convincimento su poche, pochissime cose “in negativo”, cioè su alcune cose che una forza politica progressista non dovrebbe
mai fare in tema di sicurezza.
In sintesi e con parole semplici:
.. Rassegniamoci. Il tema della sicurezza ci accompagnerà per
molto tempo ancora. Se esso è nella sua essenza null’altro del modo in cui
oggi socialmente vengono costruiti, nella realtà e nell’immaginario
collettivo, i problemi connessi ai processi di trasformazione in atto, sarebbe
un imperdonabile errore aspettare che la “moda” passi. Anche se obtorto
collo, conviene farsene carico.
.. Ma non illudiamoci neppure che il recupero della politica
progressista possa essere repentino sul tema, nel senso che essa sia in grado
di ritradurre e pertanto decostruire il tema della sicurezza nell’azione di
governo verso un nuovo ordine. Appunto: questo sarebbe l’obiettivo, ma
non è affatto scontato l’esito. Voglio dire che per un certo lasso di tempo
forse ci dovremo accontentare di fare meno errori possibili (una sorta di
riduzione del danno della politica!), piuttosto che presumere di centrare
l’obiettivo.
.. Uno degli errori che non si dovrebbero mai fare è quello di
assumere il tema della sicurezza come un problema che si può risolvere. So
bene che da questo verso l’orecchio della politica non ama sentirci, ma si
dovrà abituare a non essere più sorda. Non tutti i problemi possono essere
risolti. Per la buona ragione che o non sono problemi o sono problemi mal
posti. E quello della sicurezza è tanto un non-problema quanto un problema
mal posto. Non c’è farmacum perché non c’è malattia da cui difendersi.
Affrontare l’elettorato promettendo di dare sicurezza, vuol dire garantirsi il
sicuro insuccesso nel turno elettorale successivo. La sicurezza è un tema (o
il tema) di governo complessivo della città. Si può e si deve governare la
sicurezza senza dover promettere di sconfiggere l’insicurezza. “Farsi
carico” (to care) non vuol dire risolvere. Piuttosto che promettere la
soluzione di problemi ancora in buona parte irrisolvibili, meglio promettere
e convincere socialmente su come si governeranno i problemi, cioè
convincere sul “metodo”.
.. Ma farsi carico vuol dire comunque scegliere un punto di vista.
Anche le politiche maltusiane si facevano carico della miseria “da un certo
punto di vista”, appunto quello indicato dal geniale ricettario di come
cucinare e servire a tavola i bambini poveri irlandesi! La sicurezza, se è
bene dei privati, è bene scarso e concorrenziale, come ho in precedenza
detto. E allora quale ordine politico di priorità? L’opportunismo politico
segna ovviamente il centro, le grandi classi medie, appunto dove si
decidono le maggioranze politiche. Temo che sotto la lente della questione sicurezza le classi medie si rivelino o assai più composite o troppo ampie
per essere prese complessivamente in carico. Penso quindi che la questione
sia ben diversa: bisogna che progressivamente le forze politiche progressiste
declinino la sicurezza come “bene pubblico”, cioè di tutti e per tutti. Lo so,
non è assolutamente facile, ma ancora una volta necessario. E la sicurezza
può essere intesa e governata come bene pubblico solo nella produzione di
maggiore “sicurezza dei diritti di tutti”, in primis di coloro - i più deboli -
che soffrono di minore tutela dei propri diritti. Da intendere non è poi tanto
difficile: bisogna agire politicamente in senso esattamente contrario a quello
del governo della sicurezza come bene privato. Se volete, lo riduco in uno
slogan: la sicurezza come bene pubblico si produce e governa ampliando gli
spazi di agibilità dei diritti, cioè affatto paradossalmente ampliando la
cultura e le occasioni di assunzione dei “rischi”. Se la politica della
sicurezza come bene privato convince a ridurre i nostri diritti per correre
meno rischi, la politica della sicurezza come sicurezza dei diritti di tutti,
convince a correre più rischi per garantire di più l’esercizio dei nostri diritti.
.. Proprio il tema per eccellenza politico - la sicurezza - dovrebbe
essere governato in termini non ideologici, o quantomeno meno ideologici.
Non dico banalmente pragmatici, ma in termini laici sì. Voglio dire che
infinite questioni di disordine sociale sono prodotte o amplificate dal
“volontario” e colpevole disordine determinato artificialmente dal processo
definitorio che li colloca nell’area dell’illegalità. I grandi mercati illegali
della droga, della prostituzione, del gioco d’azzardo sono diventati
emergenze sicuritarie perché si è voluto che tali fossero. E per uguale
volontà, ma di segno contrario, tali non sarebbero.
.. Si dice, e in parte concordo, che l’Italia ha potuto fare a meno di
politiche pubbliche di controllo sociale (e in qualche modo anche di
politiche sociali sviluppate), perché la disciplina sociale era in parte
garantita dalla presenza di un forte e diffuso “capitale sociale”. In primis la
famiglia, ma non solo: l’associazionismo, il volontariato ed altre formidabili
reti. Tutto vero, come vero che questo capitale sociale si è, se non
depauperato, certo trasformato. Ma il tema rimane: è possibile ancora
confidare - e in che modo - che il capitale sociale si appropri di funzioni
disciplinari?; è possibile ancora sollecitare e quindi governare questo
patrimonio in una prospettiva di progressiva riduzione dell’egemonia
statuale nelle politiche di disciplinamento sociale? Onestamente ignoro se
tutto ciò sia (ancora) possibile, ma certo mi sembra si faccia ben poco
politicamente per mettere di nuovo in gioco queste risorse.
.. Infine i quadro della grandi riforme, in assenza delle quali temo
che ben poco si possa altrimenti fare. Pensiamo, ad esempio, alle le forze di
polizia. Il paese delle mille e una polizie, ha una cultura poliziale di
controllo del territorio ancora deficiente, per quanto in forte trasformazione.
Ma esiste poi anche il tema della riforma della giustizia penale, oramai al
collasso come quella civile; della normativa sull’immigrazione, a mio
avviso sciagurata su più fronti; ecc.
5. Sicurezza, differenza di genere e altro ancora
Dobbiamo al movimento delle donne avere posto perentoriamente la
centralità della differenza di genere nelle politiche di sicurezza. Sappiamo che la
donna è il soggetto “insicuro” per definizione: e non tanto perché sia sempre e
più vittimizzata degli uomini e neppure perché a ragione si senta più insicura
degli uomini. E’ che le donne da sempre sono state oggetto di una costruzione
sociale che le ha costrette a vivere gli spazi pubblici come spazi pericolosi, le ha
educate a non correre rischi e a trovare protezione nello spazio privato. E al
fondo di questa costruzione del pericolo declinato al femminile, è dato cogliere
lo stato di riduzione dei diritti o di godimento non pieno dei diritti delle donne,
da quelli politici a quelli sociali.
Come ama dire l’amica Tamar Pitch “una città sicura per le donne è una
città sicura per tutti”. Purtroppo questa città (ancora) non esiste.
Non si tratta quindi di elaborare e implementare azioni di governo della
sicurezza “speciali” per il genere femminile. O meglio: questo non è sufficiente.
Si tratta invece di declinare la differenza di genere all’interno di tutte le
politiche di sicurezza, come il punto di vista che consente di produrre sicurezza
per tutti.
6. Dopo un anno
Dopo un anno di intenso lavoro all’interno dell’Amministrazione del
Comune di Bologna, ho capito che i problemi non si collocano solo a livello
politico, vale a dire per le difficoltà della politica di assumere il tema del
governo del bene pubblico della sicurezza, ma si pongono, e severamente, anche
a livello di azione amministrativa. E tra i due piani si determina un’ulteriore
sinergia negativa.
In estrema sintesi: il governo amministrativo a livello locale [forse non
diversamente di quello nazionale] è – nella migliore delle ipotesi (ripeto: nella
migliore delle ipotesi) - capace di operare se e in quanto possa agire
funzionalmente rispetto ad una sfera predeterminata di competenze e con
riferimento a servizi tecnico-professionali già attivi e affidabili. Diversamente
detto: l’input politico che deve arrivare al sistema amministrativo perché questo
passa rispondere con un grado soddisfacente di adeguatezza deve essere
“formulato” nei termini di “comprensione” e di “leggibilità” dal sistema stesso.
Il che significa, quantomeno, che l’input faccia riferimento ad un’azione
attivabile da un ufficio competente attraverso un servizio già operante.
Altrimenti: o il sistema amministrativo non registra l’input, o lo registra, ma lo
riconosce come incongruo e pertanto non si attiva, ovvero risponde
erroneamente e confusamente.
Il consolidamento nel tempo delle prassi amministrative, consente alla
macchina amministrativa dell’ente locale di essere attivata adeguatamente nella
maggioranza dei casi. La divisione delle competenze e delle risorse
(economiche, professionali e tecniche) a livello assessorile risponde con
sufficiente coerenza ai bisogni di governo amministrativo a livello locale.
Il problema si pone, determinando sofferenza, quando l’input politico
risulta illeggibile o equivoco dal sistema amministrativo stesso. Purtroppo
l’emergenza sicuritaria determina ancora – e non so dire per quanto ancora – la
produzione di input politici non immediatamente congruenti al sistema di
attivazione amministrativa. L’ipotesi più ricorrente si presenta nei confronti di
domande di azione amministrativa complesse che comportano una radicale
trasversalità rispetto all’assetto delle competenze assessorili esistenti.
Semplificando, potrei dire: il governo del bene pubblico della sicurezza a
livello locale necessita di progettualità “originali” che si costruiscono
disarmonicamente rispetto all’assetto amministrativo delle competenze.
Le soluzioni – che io valuto assolutamente insoddisfacenti a livello
amministrativo - che si sono in questa ultima decade determinate in Italia sono
prevalentemente tre:
.. In alcuni casi, si è creato un assessorato ad hoc, assessorato alla
sicurezza o alla vivibilità urbana che dir si voglia. In affetti non si è poi inteso di
quali competenze specificatamente dotarlo: sovente si è provveduto a
“rosicchiare” porzioni di competenza più o meno ampie da assessorati “visti”
come più contigui: quelle dei servizi sociali, ad esempio, ma non solo.
.. In altri casi, poi, in una logica sicuramente più estremistica di azione
amministrativa reattiva ben più che proattiva, la competenza si è costruita
prevalentemente sulla polizia urbana. Una sorte di “assessorato della/alla polizia
locale”, con poche altre competenze di “contorno”.
.. Ed infine: non si è creato un assessorato specifico, ma si è conferito una
delega “aggiuntiva” alla sicurezza a qualche assessorato “storico”.
Come è dato intendere, le esigenze funzionali dell’apparato amministrativo
hanno operato tagliando, sul “letto di Procuste”, una fetta di competenza
funzionale più o meno ampia, “scippando” funzioni e risorse ad altri. Come dicevo: risposta insoddisfacente, anche se comprensibile. Insoddisfacente, per la
ragione semplice che il governo della sicurezza coincide con il governo
complessivo della città, e non con una sua porzione, più o meno ampia.
Comprensibile, perché quantomeno si determina la visibilità anche
amministrativa e non solo politica del centro di imputazione delle domande di
sicurezza.
La scelta operata dal presente governo della città di Bologna è sotto questo
profilo virtuosa. La delega ai problemi della sicurezza è nelle mani del Sindaco.
Questi è il solo a potere attivare trasversalmente tutte le competenze assessorili,
che sono appunto competenze dallo stesso delegate. In quanto nelle mani del
Primo Cittadino, il governo locale del bene pubblico della sicurezza può essere
ed “apparire” non come oggetto di nuova competenza funzionale - come se la
sicurezza fosse improvvisamente diventato un nuovo bene meritevole di tutela –
quanto il risultato o valore aggiunto del buon governo della città nel suo
complesso. Ma anche in questa situazione ideale, l’assoluta legittimità dell’agire
del Sindaco attraverso le diverse competenze delegate non si traduce sempre e
felicemente nell’efficienza amministrativa dell’azione stessa. Il Sindaco e la
stessa Giunta nel suo complesso possono condividere un progetto e accedere
alla “tastiera” avendo in mente un “motivo”, ma non è scontato che l’insieme
dei servizi attivati siano poi in grado di riprodurla fedelmente e senza stonature.
7. Come leggere il presente Rapporto
Mi occupo scientificamente del tema della sicurezza/insicurezza cittadina
da quindici anni. Più onestamente: mi occupo anche di questo. Nel 1991 e per
quattro anni ho diretto una rivista “divulgativa” e pionieristica per il nostro
Paese che si proponeva di introdurre nel dibattito politico il tema del governo
locale della sicurezza: “Sicurezza e territorio”. Dal 1994 fino al 2000 sono stato
coordinatore del Comitato scientifico del Progetto della Regione Emilia-
Romagna, “Città sicure”. Ho diretto e prodotto numerose ricerche empiriche su
diversi aspetti correlati all’insicurezza delle città, diversamente finanziate da
enti locali e Università. Ho lavorato su queste tematiche anche all’estero.
Quando nell’ottobre del 2004 il Sindaco Sergio Cofferati mi ha chiesto se
ero interessato ad una consulenza scientifica sui tema della sicurezza per la città
di Bologna, ho accettato ponendo una sola condizione: che mi fosse consentito
per un intero anno vivere “dall’interno” della macchina amministrativa
comunale le emergenze sicuritarie. Solo così avrei potuto tentare di cucire un
abito su misura per la mia città. Questa mia condizione fu accettata e di questo
sinceramente sono grato al Sindaco e all’intera Amministrazione comunale. Per
un anno ho vissuto giornalmente dentro la macchina comunale. Ho appreso
molte, moltissime cose. Per me, il saldo è quindi positivo: esco da questa
avventura sapendone di più. E con estrema umiltà e certo anche timoroso di deludere, con questo Rapporto desidero aiutare la mia città e questa
amministrazione a progredire nella cultura politica ed amministrativa di
governo del bene pubblico della sicurezza.
Quello che segue è un Rapporto “scientifico”, ma rivolto a chi ha il
governo politico ed amministrativo di Bologna. Ho fatto di tutto perché fosse
comprensibile a chi sui problemi deve politicamente ed amministrativamente
agire. Non è quindi un Rapporto per la comunità accademica.
Con la massima attenzione possibile ho sempre distinto “i fatti” dalle mie
“personali” visioni del mondo. Non è sempre facile, in assoluto forse
impossibile, ma confesso di essermi impegnato “al meglio” nel distinguere il
livello descrittivo da quello valutativo.
Ho cercato la semplicità nell’esposizione.
Mi sono imposto la massima sinteticità. Nella sua prima stesura questo
Rapporto superava le 300 pagine, cioè era “obbiettivamente” illeggibile per chi
professionalmente è chiamato a governare una città e non, come il sottoscritto, a
leggere le “idee” dei colleghi. Quindi ho riscritto il tutto, ponendomi il limite
delle 100 pagine o meglio delle 40.000 parole. Credo di esserci riuscito
abbastanza bene.
Ogni affermazione “sui fatti” è rigorosa, nel senso che è documentata,
anche se non ho voluto appesantire questo lavoro di sintesi con note, citazioni di
fonti, grafici e tabelle. Ma se richiesto, su ogni punto trattato posso “mostrare i
dati e dare i numeri”.
PARTE PRIMA:
LA COSTRUZIONE SOCIALE DELLA
SICUREZZA A BOLOGNA
1. - IL “CAMPO” SU CUI OPERARE
1.a. - ALCUNI DATI DI REALTA’
Per quanto Bologna non goda – come altre città italiane ed emiliano-
romagnole - di rilevazioni costanti e puntuali e di medio-lungo periodo sui tre
grandi profili su cui può definirsi la “questione sicurezza” – vale a dire: tassi di
criminalita-delittuosità, tassi di vittimizzazione e percezione sociale
dell’insicurezza -, possediamo comunque informazioni da ricerche empiriche
scientificamente valide sufficienti per tentare con relativo grado di attendibilità
la descrizione del presente e per osare, correndo inevitabili ma controllabili
rischi di predittività, alcune prognosi almeno per il futuro più prossimo, vale
dire non oltre il termine del presente mandato politico-amministrativo.
La natura del presente rapporto mi esime dal citare, di volta in volta, le
fonti statistiche e di ricerca, per altro sufficientemente conosciute dagli addetti
ai lavori e di procedere quindi per estrema sintesi.
1.a.1. “Alle spalle” una forte crescita della criminalità
A fare corso dagli inizi degli anni settanta del secolo scorso, Bologna – e in
ciò non diversamente della maggior parte delle città italiane – ha registrato un
significativo aumento dei reati denunciati (indice di delittuosità) sia contro il
patrimonio che contro la persona. In particolare l’incremento della delittuosità
ha conosciuto due impennate, esattamente a metà degli anni settanta e dalla
metà degli anni ottanta fino ai primi anni novanta. Poi dalla metà degli anni
novanta, per il seguente decennio, l’indice di delittuosità è rimasto
sostanzialmente costante (intorno alle 40.000 denunce annue). Recentemente –
primi di novembre 2005 – il Questore di Bologna ha dichiarato in più occasioni
che nell’ultimo anno si sarebbe determinato un significativo decremento delle
denunce. Non ho ragione per dubitare di ciò, ma in verità non ho altri elementi
di valutazione che le sole dichiarazioni del Questore. In verità la ricerca vittimologica parrebbe contraddire questo dato ottimistico, registrando un
incremento di 6 punti percentuali nel tasso di vittimizzazione tra i cittadini
bolognesi nell’ultimo anno (rilevazione del 2005 sui dati della rilevazione del
2004).
1.a.2. “ Nel presente” una situazione relativamente stabile
Pur consapevoli che gli indici di delittuosità non sono in grado di registrare
la criminalità reale e ciò in ragione del peso determinante della propensione
denunciataria dei cittadini, possiamo però convenire che la variazione nella
propensione denunciataria è nel breve-medio periodo relativamente stabile per
cui è ragionevole assumere gli indici di delittuosità e la loro variazione nel
tempo come sufficientemente rappresentativi dell’andamento della criminalità
reale – cioè di quella manifesta più la c.d. cifra oscura - nella città di Bologna.
Dalle ultima rilevazione (2005) risulta che circa un bolognese su cinque è stato
vittima negli ultimi 12 mesi di un qualche fatto di reato, quasi il doppio di
quanto si è registrato tra i cittadini nel resto della provincia bolognese e
sicuramente molto di più (anche se non lo possiamo affermare con riferimento
al 2005) rispetto al resto dei cittadini emiliano-romagnoli. Quindi, assai
indicativamente e sommariamente, i reati di cui sono vittime annualmente i
cittadini bolognesi (i soli residenti e non i city users) dovrebbe aggirarsi sulle
70.000/80.000 unità; cifra sufficientemente congruente all’ammontare delle
denunce (40.000) e che stimerebbe pertanto la propensione denunciataria dei
nostri concittadini intorno al 60%. Ovviamente, inutile forse precisarlo, questi
cifre indicative, ma realistiche, riguardano solo i c.d. “delitti con vittima” e
quelli in cui le vittime percepiscono di essere tali (e quindi, da un punto di vista
criminologico, una contenuta minoranza tra tutti i fatti penalmente rilevanti).
1.a.3. Alcune specificità criminali
Per quanto non sia possibile confrontare i tassi ponderati di delittuosità e di
criminalità presunta nel suo insieme nelle diverse città italiane, per alcuni reati
tra i più significativi possiamo confrontare Bologna rispetto ad altre centri
metropolitani. Oggi Bologna registra un tasso particolarmente elevato di lesioni
dolose denunciate; si colloca ancora tra le primissime città d’Italia per i
borseggi; vede invece in forte decremento gli indici degli scippi, ma in questo
seguendo un andamento decrescente a livello nazionale; registra, poi, una
crescita sensibile nei furti nei negozi, incremento peraltro registrabile in quasi
tutte le città di dimensioni comparabile a Bologna; dal 1990 segna un trend
calante nei furti in appartamento; in decisa diminuzione poi i furti di autovettura
e furti su autoveicoli; le rapine contro banche ed uffici postali si mantengono
comparativamente alte a Bologna rispetto alle altre città italiane anche se negli
ultimi anni in lieve contenimento. Bologna, poi, è una città in cui è articolarmente elevato il consumo e quindi lo spaccio di droghe illegali, ma
essendo lo spaccio un “delitto senza vittime” e quindi ovviamente non
denunciato, possiamo indurre la forte presenza di una criminalità connessa al
mercato delle droghe vuoi dall’indice dei fermi, arresti, condanne di spacciatori
e sequestri di droga operati dalle forze dell’ordine e dalla magistratura, vuoi dal
numero dei tossicodipendenti problematici presi in carico dei servizi, tutti indici
che segnano Bologna come una città assai problematica sotto questo profilo.
1.a.4. La criminalità organizzata non controlla il territorio, ma (forse) fa
buoni e “leciti” affari
Se le informazioni attendibili che concernono la criminalità comune,
predatoria e di strada sono ancora relativamente “deboli” per consentire di
dettagliare con maggiore accuratezza la questione della sicurezza “oggettiva” a
Bologna, per quanto concerne la criminalità organizzata e/o la criminalità dei
potenti e le connessioni tra queste a Bologna, le nostre conoscenze sono ancora
più lacunose, al punto di potere scientificamente dire ben poco. Parrebbe – ma
uso il condizionale – doversi escludere la presenza di organizzazioni criminali
“forti” in grado di controllare il territorio, mentre è ragionevole sospettare
l’attenzione della criminalità organizzata su Bologna come luogo di
investimenti di capitali illeciti, nonché la collisione di questa con alcune forme
di economia “grigia” autoctona. Ma appunto: sospetti, pochi dei quali hanno
trovato, per ora, una conferma giudiziaria. Ciò ovviamente non esclude
aprioristicamente che Bologna sia sotto questo profilo effettivamente non
problematica, ma certo così, a tutt’oggi, ancora appare.
1.a.5. Bologna non è (più) un’oasi tranquilla
Sotto il profilo, quindi, della criminalità – almeno per quel poco e tanto che
possiamo dedurre dalle fonti statistiche – Bologna ha subito nell’ultimo
ventennio un significativo processo trasformativo, in parte analogo a quanto
occorso nelle altre città del Nord, tale da renderla ben diversa dal rassicurante
quanto diffuso stereotipo che la vorrebbe “un’oasi tranquilla”. Ovviamente non
è e né potrebbe presumere di essere un’eccezione. Di più: sotto alcuni profili
criminologicamente significativi, Bologna è progressivamente diventata e
tuttora è una città problematica. Non certo tra le più problematiche d’Italia, ma
sicuramente con seri problemi.
1.a.6. Città “postmoderna” e “edonistica”
Ma la questione della sicurezza a Bologna non può essere a pieno intesa
solo con riferimento ai problemi criminali in senso proprio, che peraltro – come abbiamo visto – sono presenti. Bologna è una città che soffre in modo
particolarmente accentuato di livelli significativi di degrado sociale e di
presenza massiva di condotte devianti, sia pure non sempre né necessariamente
criminali. E oggi la scienza criminologica più avveduta sa bene che la questione
sicuritaria non è circoscrivibile solo e unicamente alle definizioni legali di
criminalità. In particolare Bologna soffre di latenti ed espliciti conflitti nell’uso
degli spazi pubblici tra popolazioni diverse e con stili di vita confliggenti: una
popolazione residente sempre più anziana da un lato, la presenza massiva di city
users, la comunità di giovani studenti, la repentina crescita di popolazioni
immigrate, ecc. Ovviamente tutto questo non ha un gran che a che vedere con la
questione della sicurezza dalla criminalità a Bologna, ma non del tutto: la forte
presenza di giovani universitari, ad esempio, dota certo di una vitale risorsa –
economica e culturale - la città, ma nel contempo la caratterizza per la presenza
di un universo sociale che in quanto giovane ha una propensione alle condotte
devianti particolarmente spiccata; e lo stesso sembra potersi dire per gli
immigrati, soprattutto se irregolari. Ma anche quando volessimo trascurare le
ricadute possibili sul rischio criminale vero e proprio, la dimensione economica,
storica, culturale e sociale di Bologna la rende assai diversa da altre città italiane
di comparabili dimensioni. La sua specificità sta proprio nella sua particolare
vocazione “edonistica”, tale forse da farne uno dei pochi esempi di città
postmoderna nel nostro Paese. Città ricca, ma storicamente non segnata
dall’egemonia e dalla disciplina della “grande fabbrica”, è da lungo tempo
conosciuta come città accogliente, accattivante, vivace, conviviale,
“godereccia”, nottambula, capace di offrire opportunità ampie di “fruizione”
anche se non soprattutto a chi la consuma occasionalmente. Bologna, che non è
mai stata e ancora non è meta significativa del turismo di massa, ha nonostante
ciò un numero di esercizi pubblici orientati allo svago, all’intrattenimento
soprattutto notturno, di dimensioni ragguardevoli. Non stupisce, così, che in
regime di regolamentazione della prostituzione (dalle seconda metà
dell’Ottocento fino alla seconda metà del secolo scorso), Bologna contasse il
numero di postriboli “legali” più alto d’Italia. E tuttora Bologna conosce un
mercato della prostituzione di strada tra i più fiorenti, comparabile ad esempio a
quello di Rimini durante la stagione estiva, quando appunto la città romagnola è
fruita giornalmente da più di un milione di “spensierati” vacanzieri. Se Bologna
ha da lungo tempo goduto e meritatamente ancora gode della fama di città
“ospitale”, oggi – in ragione dei processi di “tribalizzazione sociale” e di
corrispondente forte caduta delle “virtù civiche” che segnano tutte le realtà
metropolitane – più di altre città italiane soffre di livelli di conflitto e di
degrado. Tutto ciò è, a mio avviso, un dato di fatto, per dirla sociologicamente.
Un dato di fatto che ha una sua specificità e che si relaziona significativamente
anche con il sentimenti sociali di insicurezza dei bolognesi in gran parte
alimentati dai fenomeni di degrado e di “inciviltà”.
1.a.7. I bolognesi mettono al primo posto delle loro preoccupazioni
l’insicurezza
La percezione sociale di insicurezza a Bologna è stata oggetto di
monitoraggio, costante e uniforme nel rilevamento, negli ultimi sei anni. Un
arco sufficiente di tempo da consentire di fornire alcune valutazioni
scientificamente “fondate”. La preoccupazione dei bolognesi per la criminalità è
sempre risultata in testa – e di parecchi punti percentuali - ad ogni altra
apprensione. Ha conosciuto una significativa flessione nel biennio 2002-2003,
per poi nuovamente crescere nel biennio successivo, distanziandosi però sempre
di 5 punti percentuali in più rispetto agli abitanti del resto della Provincia. Per
quanto l’ultimo rilevamento (2005) sia avvenuto immediatamente a ridosso
dell’allarme sociale determinato dallo stupro occorso nel parco di Villa Spada –
per cui è ragionevole attribuire a questa coincidenza temporale una qualche
significativa ripercussione sul panico sociale cittadino – nella sostanza, pur
leggendo in modo estremamente prudente i dati dell’ultimo sondaggio, è
possibile convenire su alcuni profili di fondo.
1.a.8. Preoccupazione per la situazione economica-sociale e
preoccupazione sicuritaria rendono i cittadinii “depressi”
A Bologna, l’allarme sicuritario da criminalità è particolarmente elevato e
mostra un andamento “sincronico” con la preoccupazione ed insicurezza per la
situazione economico-sociale, sia a livello nazionale che a livello locale. Come
felicemente si esprime Fausto Anderlini, coordinatore da alcuni anni del
rilevamento demoscopico sul “Problema della sicurezza nella percezione dei
cittadini in Provincia di Bologna”, “gran parte della popolazione sembra
progressivamente precipitata in un cono d’ombra di carattere depressivo (…)
che tende a proiettarsi nel contesto locale come diffusa sensazione di un
ridimensionamento della qualità della vita”. Preoccupazione per la situazione
economica-sociale e preoccupazione sicuritaria tendono quindi reciprocamente
ad alimentarsi, determinando un sentimento pessimista verso il futuro, che
sembra sempre più incerto. Questa relazione è ovunque registrabile, ma
probabilmente è più stingente in una popolazione come quella bolognese, da
tempo educata (e meritatamente anche orgogliosa) tanto dei livelli raggiunti
nelle politiche di welfare, quanto dell’elevata qualità della vita “sotto le Due
Torri”. Secondo la relazione ISTAT del novembre del 2005 Bologna è ancora la
città “dove si vive meglio” in Italia, e non solo primeggia in quasi tutti gli indici
che vengono assunti per definire la qualità di vita di una comunità
(significativamente con la sola eccezione per alcune forme di degrado urbano e
di criminalità), ma soprattutto è particolarmente ricca di “capitale sociale”,
come i livelli di partecipazione sociale, l’impegno nel volontariato e nella
cooperazione. In altri termini le aspettative della popolazione bolognese sono
nel senso di un’attenzione particolarmente avvertita (più avvertita che altrove) per tutto quanto può confermare o smentire una “tenuta” dell’eccellenza
raggiunta. E per quanto, comparativamente, Bologna ancora primeggi, i
bolognesi si avvedono, da molti e diversi segni, che le cose stanno peggiorando.
E onestamente non si può dire che intendano male. Alcune cose stanno
effettivamente peggiorando.
1.a.9. Sindrome invasiva e panico identitario di fronte ai processi
immigratori
Il sentimento di insicurezza dei bolognesi sembra quindi non tanto
relazionato con il rischio effettivo di vittimizzazione (che pure è significativo,
ma non allarmante), quanto piuttosto con la percezione sofferta di un disordine
sociale che non sembra essere (né poter essere) pienamente “controllato”. Che
Bologna sia anche segnata da un disordine sociale crescente è indubbio, ma
altrettanto e di più lo sono la maggior parte delle città italiane; non tanto è
quindi il disordine il sé, quanto la percezione che questo non venga “governato”
e soprattutto che il tradizionale sistema del welfare, a Bologna ancora
particolarmente sviluppato nonostante la crisi, non sia più in grado di
governarlo. Il sistema del welfare, lo sappiamo, si fonda nelle capacità di
inclusione sociale dei soggetti marginalizzati e pertanto portatori di disagio e
conflitto. La crisi del sistema di welfare rende sempre più e ai più evidente che
“la coperta si è fatta troppo corta” per coprire tutti. Questa sofferta
consapevolezza in parte alimenta una sorta di “sindrome invasiva” che può
anche tradursi in vero e proprio “panico identitario” nei confronti dei “nuovi”
poveri, cioè gli immigrati.
1.a.10. Insofferenza ed indignazione
Ma, appunto, non soltanto gli immigrati. La dimensione “postmoderna” di
Bologna – cioè di una città che risponde anche e soprattutto a criteri “estetici”
oltre che “funzionali” - attrae più di altre città chi vuole “consumarla”
edonisticamente. A Bologna si viene tutto l’anno – soprattutto se giovani -
anche per divertirsi. E la città dei grandi concerti di musica giovanile popolare,
dei raves, del motor show. Questa forza attrattiva inevitabilmente chiama a
Bologna anche universi giovanili radicali negli stili di vita (vedi punkabestia),
ovvero fortemente segnati da percorsi di dipendenza e di sofferenza psichica.
Nei confronti di queste minoranze giovanili - sovente più fastidiose che
effettivamente pericolose – la collettività dei residenti manifesta sentimenti di
insofferenza perché, a volte, non intende giustificabile una risposta di assistenza
(queste minoranze infatti non si offrono sempre come portatrici di bisogni
“meritevoli di compassione”) e altre volte, l’assenza delle tradizionali virtù
civiche, come l’educazione, da parte di queste soggettività giovanili, mobili, vaganti, dedite all’accattonaggio e al bivacco nella pubblica via è fonte essa
stessa del prodursi e radicarsi di sentimenti di indignazione.
1.a.11. La domanda di sicurezza chiede più “controllo del territorio”
Insofferenza, indignazione, panico invasivo e identitario finiscono per
comporsi in una miscela che esalta il sentimento di progressiva estraneità dei
residenti bolognesi rispetto al loro territorio. L’elevata domanda di sicurezza dei
bolognesi solo in parte quindi origina dal pericolo di vittimizzazione. Che così
sia, è confermato dalla circostanza che la domanda di tipo più squisitamente
repressivo (come, ad esempio, più severità nelle pene detentive se non esplicito
favore all’introduzione della pena di morte) tende progressivamente nel tempo a
scemare tra la popolazione bolognese, anche all’interno di quel nucleo resistente
(circa il 30%) che ideologicamente si attesta sulle posizioni di c.d. “law and
order”. La domanda di sicurezza dei bolognesi non invoca più repressione, ma
più “controllo del territorio”. Non si offre quindi ancora come una domanda
rigida, cioè socialmente costruita come “forcaiola”, ma aperta all’azione delle
agenzie proattive. E’ questa una circostanza di estremo interesse, perché
consente un ampio spazio di azione alle politiche del governo locale. Certo è
che ove questo bisogno di maggiore controllo sociale non fosse in grado di
mostrarsi efficace nel tempo, è plausibile paventare il rischio di una deriva
sicuritaria “rigida” e “intransigente”, cioè ideologicamente costruita in favore di
risposte prevalentemente reattive. Peraltro come è sovente e da tempo occorso
in altri contesti nazionali.
1.a.12. Legalità e bisogno di riconferma (pedagogica) delle “regole del
gioco”
Una conferma ulteriore di questo sopra argomentato ci è offerta dal
consenso che hanno incontrato le posizioni del Sindaco di Bologna in tema di
“legalità”. Un consenso che supera mediamente il 90% dei cittadini indica
qualche cosa che non si spiega nei termini tradizionali di una “crociata morale
contro il crimine”, sul modello Giuliani. In favore delle posizioni espresse dal
Primo Cittadino di Bologna, si sono schierati tanto coloro che sono portatori di
una cultura “repressiva” (30%), quanto coloro che esprimono chiaramente una
cultura “solidarista” (40% circa). Chi si è dichiarato poco o per niente d’accordo
è solo una minoranza assolutamente trascurabile di bolognesi. La maggioranza
dei favorevoli certo include, ma non si esaurisce in quella “silenziosa”,
tradizionale riferimento di ogni campagna di “legge e ordine”. Va ben oltre, e di
molto. Le posizioni del Sindaco hanno quindi dato soddisfazione ad un bisogno
diffuso, trasversale agli schieramenti politici, che definirei di riconferma
pedagogica di normatività, espressione che indica la capacità di rassicurazione
simbolica della imprescindibile e coerente vigenza di regole comuni.
Certamente non ci si può illudere che questo consenso sorregga sempre e
comunque l’azione di governo del Comune nelle politiche di sicurezza. Nel
concreto delle singole azioni, le diverse “visioni del mondo” dei bolognesi si
faranno diversamente sentire. Questo capitale di fiducia è stato guadagnato
infatti più sul punto “di metodo” che non “di merito”. Per questo definisco
“pedagogica” la discussione aperta dal Sindaco: essa ha convito l’opinione
pubblica che il “controllo del territorio” deve passare anche, sia pure non
esclusivamente, attraverso l’affermazione delle regole che “democraticamente
ci siamo dati”.
1.b.- COSA POSSIAMO
“REALISTICAMENTE” ATTENDERCI A BREVE E MEDIO TERMINE
Predire, comporta correre dei rischi. Eppure è un esercizio a cui non
possiamo mai sottrarci, sia nella vita privata che in quella pubblica.
Se la sicurezza fosse un bene chiaramente definibile come un “nuovo”
diritto sociale, potremmo e dovremmo fare previsioni su come affrontare il
futuro, sapendo di correre errori contenuti. Purtroppo la sicurezza non è tale;
essa piuttosto è l’effetto del grado di soddisfazione/insoddisfazione nel dare
soluzione all’insieme degli altri, di tutti gli altri, problemi. La variabili sono
pertanto troppe per potere essere tenute sotto controllo, e anche se mai lo
fossero l’alea complessiva nella sforzo predittivo sarebbe elevato alla potenza di
tutte le possibili incertezze che a diverso livello segnano tutti i problemi nel
governo di una città.
Ma la difficoltà dell’impresa sta anche in altro e di più specifico. La
maggiore parte delle situazione che si offrono come problematiche nel governo
del bene pubblico della sicurezza in una qualsiasi città hanno origine da cause
che sono prevalentemente al di fuori delle possibilità di governo delle città
stesse, e sovente degli stessi Stati nazionali. La sicurezza è infatti una questione
connessa fortemente ai processi di globalizzazione. Se domani, per un qualsiasi
accidente politico-economico, si aprisse il fronte di un processo immigratorio
verso l’Italia dalla Mongolia, anche Bologna dovrebbe relazionarsi con gli
effetti di una presenza “nuova”, appunto i mongoli, senza potere in alcun modo impedire “a monte” che “…i loro cavalli si abbeverino alla fontana del
Nettuno”. Sarebbe costretta a farsi carico “a valle” anche di questa nuova
situazione problematica.
Pertanto non mi voglio avventurare in un’impresa che avrebbe la stessa
scientificità di “scrutare la sfera di cristallo”. Assai più modestamente, voglio
qui di seguito indicare alcune e solo alcune situazioni già sufficientemente
“mature” per potere conoscere una eventuale (ma assolutamente non necessaria)
“permanenza” ovvero una nuova “collocazione” in tempi medio-brevi sotto il
cono di luce di un’emergenza sicuritaria a Bologna.
* * *
1.b.1. Le vecchie questioni di cui non ci liberemo:
1.b.1.1. I conflitti nell’uso dello spazio pubblico
La “vocazione edonistica” di Bologna continuerà nel tempo e forse
ulteriormente si accentuerà. Gli inevitabili conflitti tra residenti (attraverso la
loro espressione “pubblica” in comitati), il settore commerciale interessato al
mercato dell’intrattenimento e le masse giovanili, saranno ancora nell’agenda
delle preoccupazioni dell’Amministrazione della nostra città. Ma – sempre che
le cose non dovessero precipitare verso il peggio – a livello di indicazione di
metodo, questa Amministrazione ha indicato una prospettiva di governo che mi
sembra realistica e nel tempo anche efficace. Progressivo riequilibrio in alcune
zone altamente problematiche (leggi: Piazza Verdi e Pratello) dell’offerta
commerciale; azione sinergica di plurime agenzie al fine di riqualificare questi
medesimi spazi in favore di un “uso” diverso e orientato ad un target distinto;
dislocazione progressiva e “negoziata” in altre parti del territorio urbano di
un’offerta di intrattenimento giovanile; mantenimento permanente di tavoli di
ascolto e confronto con i diversi attori sociali coinvolti nel conflitto;
affermazione progressiva di regole minime di “civiltà”, attraverso anche
l’azione integrata con le forze di polizia.
Tra i conflitti nell’uso dello spazio pubblico possiamo anche includere la
questione delle occupazioni abusive tanto di edifici pubblici che di suolo
pubblico. E’ improbabile che questa problematicità sia destinata nel prossimo
futuro a risolversi definitivamente. La scelta operata dalla presente
Amministrazione di provvedere gradualmente agli “sgomberi” e procedere poi
alla ri-destinazione degli immobili e dei luoghi ad altre funzioni può essere
efficace nella “bonifica” di alcuni spazi, ma nei tempi medio-brevi non può
impedire una diversa allocazione territoriale delle occupazioni abusive. Con ciò
non voglio dire che “la freccia non raggiungerà mai il tallone d'Achille”, ma più semplicemente che la politica degli sgomberi deve essere anche accompagnata
da un’azione tempestiva e sovente defatigante di controllo sociale del territorio
comunale volta ad impedire che le occupazioni abusive si “radichino”,
cronicizzandosi nel tempo. Alcune municipalità della stessa regione Emilia-
Romagna si sono effettivamente mosse in questa direzione, riuscendo, sia pure
non completamente, a risolvere lo stato di criticità. Si deve però osservare che
sovente si è trattato di città più piccole e quindi più facilmente controllabili e
soprattutto che questa azione incisiva ha parzialmente “liberato” alcuni comuni,
penalizzando maggiormente altri limitrofi. Una diversa strategia, percorsa da
altri comuni, di provvedere agli sgomberi in maniera concordata con gli
occupanti, offrendo quindi a questi altre soluzioni abitative per quanto precarie,
purtroppo trova un limite “finanziario” difficilmente superabile stante che la
domanda abitativa non è in alcun modo controllabile.
1.b.1.2. Tossicodipendenza e condotte illegali connesse all’uso e al
mercato delle droghe
Un conto è la problematicità della droga per gli assuntori e un conto sono
le ricadute a livello di condotte criminali ed illegali in relazione all’esistenza di
un ampio mercato di droghe illegali a Bologna. Del primo aspetto non voglio
interessarmi, essendo di pertinenza del sistema socio-sanitario in senso proprio.
Del secondo profilo si può ragionevolmente prevedere questo: il mercato delle
droghe illegali è destinato a crescere, ma soprattutto a cambiare in ragione dei
nuovi stili di vita dei consumatori. Già sappiamo il sensibile decremento dei
consumatori di eroina che probabilmente proseguirà a fronte dell’espandersi
della domanda di cocaina e di altre numerose droghe sintetiche e soprattutto dal
radicarsi di una consistente domanda di sostanze stupefacenti da parte di
poliassuntori. Dal punto di vista di eventuali condotte criminali connesse al
consumo di droghe è ragionevole attendersi, da un lato, un consistente
ridimensionamento, stante una sensibile contrazione nei prezzi delle nuove
droghe (quelle sintetiche, in particolare, ma la stessa marijuana) e dall’uso
sempre più invalso di un consumo “prudente” sia pure sempre più di massa
(prevalentemente i fine settimana, in discoteca); dall’altro lato, il rischio già
avvertito negli ultimissimi tempi del diffondersi di droghe come il crack oltre
alla stessa cocaina, sostanze pericolose non solo per l’elevato tossicità e
addittività, ma anche perché sovente determinano nell’assuntore stati euforici di
vera e propria dissociazione delirante. Quindi, probabilmente, sempre meno
tossicodipendenti “costretti” a delinquere per procurarsi il denaro necessario
per” il buco”, mentre sempre più giovani “schizzati” che possono commettere
delitti anche violenti in uno stato di incontrollata esaltazione. Comunque
l’offerta di droghe illecite, già particolarmente vasta a Bologna in ragione di una
domanda assai sostenuta, è destinata ragionevolmente a crescere. Sappiamo che
l’azione di repressione dell’offerta di droghe a Bologna, come ovunque, non
confida più, in ragione delle dimensioni di massa del mercato, di contrastarla con una qualche efficacia, quanto piuttosto di “governare” il mercato delle
droghe in una logica di dislocazione territoriale. Per Bologna la situazione è
particolarmente complessa: il mercato della droga è più diffuso territorialmente
di quanto la collettività normalmente ritenga. Si spaccia droga ventiquattro ore
su ventiquattro non solo di fronte alla stazione ferroviaria, in Piazza XX
settembre e nella zona universitaria. Non c’è quartiere della città che non soffra
di alcune strade o parchi frequentati assiduamente da spacciatori e consumatori.
L’azione delle forze di polizia può prevalentemente “spostare” in altri spazi
urbani il mercato, ma con un saldo finale però quasi irrilevante sulle dimensioni
del fenomeno stesso. Ma, contrariamente a quanto dai più si ritiene, l’azione
volta ad una diversa dislocazione del fenomeno, è una strategia comunque utile
nel governo del bene pubblico della sicurezza. Ci sono infatti ottime ragioni per
ritenere che una sensibile contrazione dello spaccio in Piazza Verdi possa essere
un obiettivo virtuoso, anche se ciò dovesse essere accompagnato da un
incremento del medesimo in altre zone della città.
1.b.1.3. Il mercato del sesso mercenario
Per quanto si debba ripetere come l’esercizio della prostituzione in sé
nonché il consumo di prestazioni sessuali mercenarie sia penalmente
“irrilevante”, è di palmare evidenza che oggi il mercato della prostituzione sia
sempre più egemonizzato da pratiche criminali. E’ vero, la prostituzione di
strada in prevalenza, ma non solo, è oggi governata da organizzazioni criminali
(ovviamente non necessariamente di tipo mafioso) e vede una presenza
notevolissima di prostitute “straniere” di cui una consistente parte pesantemente
sfruttata se non ridotta in stato di vera e propria schiavitù. Di tutto questo, la
maggior parte dei cittadini – di cui una consistente parte fruitori del mercato
stesso – non sembra preoccuparsi un gran ché, anche se è intollerabile per
un’Amministrazione dovere accettare nel proprio territorio la violazione dei più
elementari diritti umani per un universo debole di alcune centinaia di donne. A
Bologna, come altrove, ci si allarma per il fenomeno della prostituzione solo ed
unicamente in relazione al possibile degrado che quella “di strada” a volte
determina. Ma sotto questo profilo, le cose stanno rapidamente cambiando.
Sempre meno lucciole lungo i viali di circonvallazione, sempre più in zone
periferiche e poco abitate e soprattutto sempre più “al chiuso”, in appartamento.
E soprattutto sempre più minorenni, nonché la comparsa significativa di minori
maschi. Parrebbe, quindi, che a Bologna, come già da tempo determinatosi in
altre città europee, anche le forme di prostituzione debole tendano a farsi più
“discrete” anche se sovente questo processo espone ancora di più chi si
prostituisce al ricatto e al dominio di chi organizza il mercato stesso. L’azione
di polizia nei confronti della prostituzione si limita quasi esclusivamente al
controllo delle prostitute, soprattutto in quanto immigrate irregolari o
clandestine. Si provvede quindi con provvedimenti di espulsione, ma che
evidentemente hanno ben scarsa efficacia sul mercato se è vero che i prezzi
delle prestazioni sessuali mercenarie sono al loro minimo storico, segno
evidente che la l’offerta continua ad essere sempre più sostenuta. Le politiche
agite dal volontariato e anche supportate dal Comune stesso volte a favorire
l’uscita dalla prostituzione avvalendosi della normativa che consente la
concessione del permesso di soggiorno per chi – irregolare – dichiara di volersi
“emancipare” dalla schiavitù della prostituzione coatta, sono tanto apprezzabili
eticamente, quanto scarsamente efficaci, vuoi per scarsità di mezzi, vuoi anche
perché quanto può essere realisticamente offerto come alternativa di vita alle
giovani immigrate che si prostituiscono è onestamente assai poco appetibile: per
quanto anche pesantemente sfruttata (e oggi forse sempre meno, da un punto di
vista economico), una prostituta di strada può ragionevolmente contare su un
reddito di molte volte superiore a quello che potrebbe mai conseguire come
“badante”, domestica o operaia. E’ quindi ragionevole attendersi non tanto una
riduzione del fenomeno della prostituzione in generale e di quella coatta in
particolare (al contrario sono portato a pensare ad un’ulteriore loro espansione),
quanto la progressiva emergenza di modalità meno “offensive” nelle modalità di
esercizio.
1.b.1.4. I rischi di vittimizzazione e l’andamento della criminalità “reale”
Un volta era diffusa e condivisa nella letteratura criminologica
internazionale l’idea che l’andamento della criminalità reale conoscesse un
andamento relativamente “lento” e graduale nel tempo. Certo cresceva o
diminuiva, ma con andamento non repentino nel periodo medio-breve. Dopo
quanto occorso ad esempio anche a Bologna dalla metà degli anni ottanta fino ai
primi anni novanta del secolo scorso in cui il tasso di delittuosità è aumentato di
ben tre volte (passando da 15.000 denunce a più di 45.000), sarei più prudente
nell’avanzare previsioni a questo proposito. Solo a posteriori, sono state
elaborate alcune ipotesi esplicative del perché del comparire di alcune situazioni
imprevedibili ed eccezionali nei tassi di criminalità e delittuosità. Per la decade
sopra indicata, molti hanno trovato una possibile giustificazione nel diffondersi
della droga e soprattutto nella drug war di quegli anni. Ipotesi che appare
ragionevole, nulla di più. Comunque nel lungo periodo, e questo è un dato
incontrovertibile ovunque, la criminalità è aumentata nel suo totale, anche se al
proprio interno si è fortemente differenziata, per cui alcuni reati sono di molto
cresciuti, ma altri sono e anche di molto diminuiti. La tendenza poi ad una
progressiva diminuzione dei reati contro la persona e una crescita prepotente dei
reati contro il patrimonio, sempre nel lungo periodo, è costante quasi ovunque,
per cui è plausibile che questo trend divaricante si confermi anche nel futuro.
Ma tutto ciò ci dice ben poco: se nei prossimi anni Bologna dovrà confrontarsi
con qualche emergenza criminale è al di fuori di ogni ragionevole previsione. In
una spiegazione eziologica multifattoriale del fenomeno criminale, la sola cosa
su cui possiamo riflettere, fin da ora, concerne appunto la variazione
quantitativa e qualitativa di alcuni (e solo alcuni) fattori che sappiamo interagire
(ma non sempre sappiamo di quanto) con l’andamento della criminalità. Per
quanto concerne i “nuovi” fattori di criticità rimando al punto seguente. Qui mi
limito a quelli già presenti:
.. La crisi economica, con i suoi inevitabili processi di marginalizzazione
sociale, sembra che segnerà Bologna anche nel prossimo futuro. Difficile
sperare in una repentina inversione di tendenza.
.. Tutto lascia supporre che i processi di immigrazione saranno ancora di
notevoli proporzioni e soprattutto non saranno governati, per cui l’area
dell’immigrazione irregolare sembra non sia destinata nell’immediato futuro a
diminuire.
.. La cultura di prevenzione dei bolognesi che si esprime attraverso
l’adozione di “comportamenti di evitamento” risulta a tuttora assai scarsa. Per
quanto i bolognesi si dicano seriamente preoccupati dal diffondersi della
criminalità, essi non sono diventati in eguale misura più prudenti.
.. L’azione di prevenzione e contrasto della criminalità da parte delle
forze di polizia è ancora radicalmente ancorata al vecchio paradigma del law
enforcement – cioè: “fare rispettare la legge sempre ed ovunque” - certamente
apprezzabile e di cui condivido anche la nobiltà d’intento, ma che alla fine non
fa i conti con la scarsità “ontologica” delle risorse preventive e repressive
effettivamente agibili in un contesto di crescente illegalità di massa. La
conseguenza inevitabile di ciò è la ridotta capacità di controllo del territorio da
parte delle forze di polizia e questa deficienza si palesa anche a Bologna,
nonostante gli innegabili e apprezzabili sforzi in questi ultimi tempi palesati ad
esempio nella firma del protocollo di sicurezza con l’Amministrazione
comunale e nella messa in campo del “poliziotto di prossimità”.
.. D’altra parte, la capacità delle rete dei servizi sociali del Comune stesso
di farsi carico a livello preventivo dei nuovi e crescenti disagi è fortemente
condizionata dalla riduzione pesante del bilancio comunale.
.. Le tradizionali e a Bologna particolarmente presenti e forti “agenzie di
controllo sociale informale” – partiti, sindacati, parrocchie, circoli sociali,
associazioni di volontariato, ecc. - da tempo manifestano chiari segni di crisi sul
fronte del controllo del territorio, in particolare nell’azione di disciplinamento
delle nuove tipologie trasgressive. Certo a Bologna le “reti sociali” e il “capitale
sociale” sono più diffusi e più forti che altrove, ma comunque e inevitabilmente
attraversati da processi evolutivi tali da non potere confidare in una loro
inossidabile “tenuta” di fronte ai nuovi fenomeni di disordine sociale.
.. Più lentamente che altrove, anche a Bologna i rischi di vittimizzazione
stanno conoscendo una torsione in favore di una distribuzione sociale differenziata tendenzialmente sempre più sfavorevole ai ceti meno abbienti.
Ancora oggi a Bologna come in altre parti d’Italia, diversamente da quanto è
registrabile ad esempio negli Stati Uniti e in Inghilterra, i ceti più esposti al
rischio di vittimizzazione da parte della criminalità c.d. predatoria sono quelli
benestanti. Ma in ragione della circostanza che sempre più il bene della
sicurezza viene percepito e agito come “bene privato”, è ragionevole attendersi
che l’accesso al mercato privato della sicurezza (già significativamente
rilevabile anche a Bologna, ad esempio, nell’accesso al mercato immobiliare)
tutelerà maggiormente chi potrà economicamente permetterselo.
Insomma queste “vecchie” criticità è da supporre che permarranno anche
nei prossimi anni. Quanto tutto ciò possa determinare un aumento della
criminalità, ripeto, è impossibile affermarlo. Ma certamente questa situazione
complessiva di presenti criticità che tendono ad aggravarsi, unitamente a quelle
“nuove” di cui farò più avanti cenno, in parte spiegano il “sentimento”
depressivo che segna l’opinione pubblica bolognese.
1.b.1.5. Permanenza (“plausibile”) di alcune emergenze criminali
“specifiche
• I borseggi. Bologna, da anni seconda solo a Venezia, dovrà convivere
ancora a lungo con questo fastidioso problema. Le ragioni che si possono
addurre in parte rinviano all’abitudine da parte dei bolognesi di fruire dei luoghi
più densamente affollati del centro storico (ove appunto si consuma
percentualmente il numero più elevato di borseggi, come al mercato settimanale
della Montagnola), di utilizzare più che altrove i mezzi pubblici di trasporto, di
essere Bologna una città che “ospita” giornalmente una popolazione quasi
doppia di quella costituita dai soli residenti; per altra parte, una certa ed
alquanto significativa “imprudenza” dei bolognesi, ancora abituati a vivere il
centro storico come il “salotto buono” di casa propria.
• Le rapine. Non tanto quelle alle banche e agli uffici postali, oramai
stabilizzatesi negli ultimi anni e che costituisco non più del 10% di tutte le
rapine denunciate annualmente, quanto quelle nei confronti delle persone, delle
abitazioni e dei negozi. A Bologna si consumano mediamente due rapine al
giorno, certamente un numero consistente rispetto alle dimensioni della città. Si
può sospettare, ma solo sospettare, che in parte questo dipenda anche da prassi
di polizia e giudiziarie tendenzialmente propense a qualificare come rapina
quanto altrove o altrimenti potrebbe definirsi come furto aggravato (scippo). So
che questa osservazione prudenziale viene sovente addotta, anche se
personalmente non ne sono pienamente convinto.
• I furti nei negozi. Circa 2000 all’anno quelli denunciati a Bologna, cioè
comparativamente con altre città italiani molti, essi si mantengono relativamente costanti negli ultimi quindici anni ed è ragionevole ritenere che
anche in futuro lo saranno. Anche in questo caso, si è sospettato una elevata
propensione denunciataria dei negozianti bolognesi anche per furti bagatellari,
altrove probabilmente da tempo non più denunciati. E’ possibile, ma non ho
riscontri da verifica empirica della validità di questa ipotesi esplicativa.
• Le lesioni personali dolose. Un piccolo “mistero” criminologico, a cui
mi sono impegnato unitamente ad altri nel trovare una spiegazione, ma
onestamente con scarsi risultati. Bologna è – sotto questo profilo – una città
particolarmente “violenta”. Nella sola decade degli anni novanta, le lesioni
personali dolose sono aumentate di ben otto volte (raggiungendo nell’anno 2000
il preoccupante indice di quasi tre al giorno) e solo di recente abbiamo potuto
registrare una lieve per quanto significativa flessione nelle denunce. Sappiamo
essere la lesione personale dolosa un reato sintomatico, in quanto un atto di
violenza intenzionale sulla persona. La loro distribuzione territoriale e quanto
altro possiamo sapere (ed è certamente poco) sugli autori e sulle occasioni
temporali e di contesto in cui queste violenze si consumano a Bologna,
condurrebbe a ritenere – e ancora uso il condizionale – che questo tipo di reato
debba prevalentemente relazionarsi con la litigiosità tra automobilisti e per
ragioni di traffico e con i conflitti di condominio. Pertanto, un campanello
d’allarme sul livello di stress dei nostri cittadini.
1.b.1.6. Degrado ed atti di inciviltà
Per quanto non si possa fornire un dato quantitativo di questa
problematicità perché in buona sostanza essa dipende dal grado di percezione
sociale di alcune condotte come “disdicevoli” e “maleducate” per quanto non
criminali, dobbiamo convenire che le condotte “incivili” sono la principale
preoccupazione dei bolognesi. Sarebbe consolante ritenere che questa elevata
preoccupazione dipenda unicamente dall’altrettanto elevato senso civico della
maggioranza dei nostri cittadini. E vero che una vettura parcheggiata sul
marciapiede, ovvero in seconda fila a Napoli è una normalità che non fa
scandalo per nessuno, mentre a Bologna suscita l’irritazione dei più. Ma questa
pur ovvia circostanza, non è in grado di spiegare esaurientemente e
definitivamente il problema. Bologna è anche una città segnata da fenomeni di
disordine sociale e degrado urbano. Alcune dimensioni di fondo favoriscono
tutto ciò: il centro storico medioevale e assai ampio (uno dei più ampi d’Italia,
non dimentichiamolo) pone la questione non ancora risolta, ma molto sofferta,
del traffico e dell’inquinamento; la presenza assai elevata di studenti e fuorisede
con abitazione prevalentemente in centro, nonché la vocazione all’ospitalità e
alla frequentazione di molti city users determina inevitabili sofferenze nella
convivenza civile tra universi sociali con stili di vita diversi; rapporti sociali che
si fondano, o meglio: si fondavano, prevalentemente sulla convivialità
spontanea (la celebrata “bolognesità”!) e non su costumi disciplinati per necessità produttive, ecc., tutto questo ed altro ancora rende Bologna
particolarmente sensibile e anche sofferente al mutamento culturale in corso che
sta minando alle radici le “virtù civiche” di molti, soprattutto giovani. Il
sentimento più diffuso tra molti cittadini bolognesi nei confronti delle condotte
“incivili” per fortuna ancora di pochi, è lo sgomento, presto seguito
dall’indignazione risentita. Se tutto ciò ha certo ben poco a che vedere con la
criminalità in senso proprio, ha molto invece a che vedere con il sentimento di
estraneità della cittadinanza nei confronti del proprio territorio. Bene: tutto
lascia supporre che questa situazione problematica e conflittuale perdurerà
ancora per gli anni a venire. E’ ragionevole sospettare che l’adesione corale dei
bolognesi nei confronti della discussione sulla legalità aperta dal Sindaco, abbia
anche, e non poco, a che vedere col diffuso bisogno di ri-conferma di regole
comuni di civile convivenza, quelle che un tempo si chiamavano principi
elementari di “buona educazione”, del tipo: è riprovevole imbrattare i muri,
orinare nella pubblica via, suonare i tamburi in piazza fino alle 4 del mattino,
bivaccare sotto i portici, praticare l’accattonaggio in maniera molesta, ubriacarsi
per strada, ecc. Insomma, c’è un nesso forte nella coscienza collettiva tra
volontà di ripristinare la legalità e volontà di ripristinare le “vecchie” virtù
civiche. E’ evidente che questo diffuso sentimento può anche conoscere una
deriva nostalgica, e pertanto regressiva, nei confronti di una “Felix Bononia”, in
verità mai esistita. Ma è un dato di fatto che questo sentimento sia molto diffuso
tra i cittadini di Bologna.
* * *
1.b.2. Le “nuove” emergenze di cui, con probabilità, dovremo occuparci:
1.b.2.1. Se i flussi di immigrati irregolari dovessero aumentare
Una profezia scontata: tutto lascia supporre che ancora e forse per molto
tempo ancora, gli immigrati irregolari aumenteranno anche a Bologna.
Questo scenario apre prospettive inquietanti. Come sappiamo, il governo di
una città non può in alcun modo governare questo processo “a monte”. Dubito
che lo possano efficacemente gli stessi stati nazionali. Comunque alle città
spetta solo di dare un ordine possibile “a valle”. E gli “ordini possibili” non
sono sempre quelli che suscitano il più ampio consenso.
Se le informazioni che si possono ricavare dalle ultimissime ricerche
sull’opinione pubblica a Bologna sono attendibili – e io ritengo che lo siano –
l’insofferenza dei bolognesi nei confronti dei problemi connessi ai processi
immigratori è già “a livello di guardia”, superato il quale la sindrome da invasione si trasformerà in vera e propria ostilità xenofoba, di fronte alla quale
ogni governo della sicurezza rischierà di essere semplicemente impotente.
Non posso misurarmi per incompetenza sulle politiche sopranazionali e
nazionali utili e necessarie per fronteggiare questa emergenza. Più
modestamente riesco solo ad intendere che gli “effetti” negativi del processo
immigratorio non disciplinato o maldisciplinato troveranno le città “da sole” a
fronteggiarli. Da sole, con le sole risorse a loro disposizione. Cioè poche,
pochissime, forse sempre più scarse.
E qui ritengo che il rapporto tra legalità e solidarietà debba essere
realisticamente definito, come si sul dire “una volta per tutte”. Se la legalità è
una risorsa scarsa (nel senso che non può essere ovunque e sempre affermata),
altrettanto se non di più deve dirsi per la solidarietà. Quest’ultima, se non la si
vuole intendere come atteggiamento morale privato, altro non è che la
“decisione” pubblica di destinare quote di ricchezza sociale ad altri per finalità
di inclusione sociale. Questa decisione non può essere semplicemente
sconsiderata. Deve essere proporzionata alle capacità economiche effettive e
soprattutto deve essere socialmente condivisa. E’ di tutta evidenza che le
politiche solidariste di inclusione sociale degli immigrati potranno estendersi
solo e nella misura in cui la popolazione autoctona sarà in grado di anticipare,
attraverso il prelievo fiscale, le risorse necessarie. Oltre questo limite non si può
invocare e praticare alcuna solidarietà pubblica. Si tratta allora di “convincere”
e “convincerci” della necessità ed utilità di investire in questa direzione. Ma per
convincere e convincerci a praticare questa distribuzione della ricchezza è anche
necessario educare al rispetto della legalità coloro che dobbiamo integrare. Se
vogliamo estendere gli spazi di solidarietà dobbiamo essere in grado anche di
affermare e fare rispettare “le condizioni minime” a cui subordiniamo lo sforzo
di inclusione sociale. La legalità può, deve diventare il punto di forza di
un’azione pedagogica.
1.b.2.2. La seconda generazione degli immigrati
Mentre scrivo questo rapporto, “Parigi brucia”. Prodi, in una intervista da
alcuni giudicata imprudente, afferma che è solo questione di tempo, perché
anche nelle periferie delle nostre città si stanno pericolosamente addensando i
fattori che porteranno alla rivolta. Altri, con più cognizione “sociologica”,
mettono in dubbio che si possano fare analogie tra i processi immigratori
determinatesi in Francia con quelli che si sono svolti in Italia. Comunque
nessun serio addetto ai lavori minimamente dubita che la seconda generazione,
cioè i figli “italiani” di nati all’estero, costituiranno a breve un serio problema
anche da un punto di vista della sicurezza. Le poche e pionieristiche ricerche
condotte nella nostra città tra i figli di immigrati, iscritti nelle scuole primarie e
secondarie inferiori, ci tranquillizzano ancora: i livelli di socializzazione e integrazione sembrano funzionare abbastanza e la propensione a condotte
devianti tra i ragazzini immigrati è solo di poco superiore a quella dei minori
italiani. Ma l’età veramente critica da un punto di vista criminologico è spostata
in avanti di quattro-cinque anni, quando quegli stessi entreranno nella fase tardo
adolescenziale e giovanile. La presenza di diciotto-ventenni figli di immigrati è
ancora troppo bassa per potere operare analisi campionarie significative.
Sappiamo però che la loro presenza, sia pure contenuta, in alcune scuole
professionali della città è vista con seria preoccupazione da docenti e genitori
che oramai ripetutamente denunciano il diffondersi negli istituti di atti di
violenza e di criminalità. La letteratura sociologica è sul punto
internazionalmente concorde: la seconda generazione di immigrati ha una
propensione criminale particolarmente spiccata, esattamente come la prima, se
regolarizzata, l’ha più contenuta rispetto alla popolazione autoctona. Temo che
sul punto l’Italia non farà eccezione. E pavento infine che le conseguenze
possano essere particolarmente gravi in una città come Bologna che registra il
numero percentuale più alto in Italia di figli di immigrati.
1.b.2.3. I minori stranieri non accompagnati
E’ un fenomeno già presente sia a livello nazionale che cittadino. E
soprattutto un fenomeno in costante crescita. I minori immigrati senza una
figura parentale in Italia sono già alcune migliaia. Secondo la pur severa
legislazione vigente di contrasto all’immigrazione clandestina o irregolare
questi ragazzi non possono essere espulsi, sia pure immigrati clandestinamente
o irregolarmente e anche quando si rendono autori di fatti illeciti, ben
difficilmente di fatto o di diritto si può provvede attraverso misure di
contenimento custodiale. Quale effetto “paradossale” di un quadro normativo
contraddittorio e lacunoso, questi minori fino al compimento della maggiore età
sono relativamente immuni dai rischi di espulsione e di carcere. Come lo sono
stati alcuni anni fa in Italia i criminali affetti da HIV, per i quali scattava un
differimento di pena obbligatorio che operava come una involontaria “licenza di
delinquere”. Questi minori non accompagnati sono in numerose ipotesi vittime
della tratta, al fine specifico di immetterli sul mercato delle attività illecite nel
nostro Paese: spaccio, furti, prostituzione minorile. Se non si trova una qualche
soluzione, la loro presenza è destinata ad aumentare ed è indubbia la loro
elevata problematicità anche criminale.
1.b.2.4. Espansione urbanistica e trasformazione della città
Bologna si sta avviando ad un significativo percorso di trasformazione
anche a livello urbanistico. La nuova stazione, l’ampliamento ulteriore della fiera, la nuova edilizia popolare e lo sviluppo di nuovi quartieri di edilizia
residenziale, lo spostamento al Lazzaretto del polo tecnologico e di alcune
facoltà scientifiche, l’emergenza già assai visibile di villaggi residenziali ad
elevata soglia di sicurezza privata, ecc. sono tutte realizzazioni in cantiere che a
breve saranno portate a termine. Il nuovo piano regolatore in gestazione,
ridisegnerà l’organizzazione degli spazi urbani della Bologna del domani. Non
mi consta che in questo cantiere in opera e in questo fervore di progettazione,
sia stata posta la dovuta attenzione all’impatto che queste trasformazione del
tessuto urbano potranno avere in termini di sicurezza, sia oggettiva che
soggettiva. Eppure, se c’è una frontiera nuova e già ampiamente praticata in
altri paesi, questa è l’ “urbanistica e l’architettura della sicurezza”. E non solo,
come ovvio, per le scelte che possono essere fatte in tema di “misure di
prevenzione situazionale” (che pure sono importanti), ma ancora più sulle scelte
in tema di destinazione e vocazione degli insediamenti con riferimento ai
diversi universi di futuri residenti e fruitori. Come accennavo poco sopra, le
nostre periferie anche quando non particolarmente gradevoli, non sono
drammaticamente degradate. Come pure i processi di allocazione residenziale
degli immigrati a Bologna e Provincia non hanno nulla a che vedere con i
processi di radicale “zonizzazione” determinatesi in altre città europee, come
appunto Parigi. E’ quindi ragionevole confidare che almeno nell’immediato
Bologna non conoscerà la problematicità eversiva di ghetti a forte vocazione
razziale ed etnica. Ma appunto nell’immediato. Se una seria attenzione non
viene posta fin da ora – e temo che si sia già in ritardo – il futuro potrebbe
riservare amare sorprese nella Bologna di domani, quella dei nostri figli.
1.b.2.5. Illegalità economiche e mercato del lavoro
Ho premesso che Bologna non risulta (ancora) segnata dal fenomeno della
criminalità organizzata di tipo mafioso. Ripeto, però: se con ciò si vuole
intendere che a Bologna non risultano organizzazioni criminali in grado di
“controllare militarmente il territorio”, come avviene in alcune parte del nostro
Mezzogiorno. Ma Bologna ha una storia passata significativa di presenze
criminali e soprattutto di cospicui capitali “illegali”, quantomeno perché
accumulati, sia pure altrove, attraverso il delitto; è quindi un territorio di
interesse per l’economia criminale.
La fase presente di crisi economica sappiamo favorire, come sempre ed
ovunque, il diffondersi dell’economia illegale. E’ quindi ragionevole attendersi
che anche nel territorio di Bologna cresca l’illegalità nelle transazioni
economiche e nel mercato del lavoro, senza che con ciò si debba temere
necessariamente il ramificarsi di una vera e propria “economia mafiosa”.
1.c. – LA SCARSITÀ DI RISORSE
E’ un tema a cui ho già fatto cenno e che anche in seguito non mi stancherò
di richiamare.
Nel momento in cui, e sempre più, siamo costretti a tematizzare la nostra
società come società del rischio, perché la nostra capacità di “prevedere” le
possibili conseguenze si è dilatata oltre la misura delle nostre capacità di
“prevenire” quelle nocive, abbiamo cominciato a sentirci sempre più “insicuri”.
Se appunto – per riprendere una classico esempio - il battito di ali di una farfalla
nella foresta amazzonica potrà determinare domani una inondazione nel nord-
est d’Italia, consapevoli che non siamo in grado di fermare oggi le ali a quella
farfalla, prevenendo così la conseguenza dannosa, avvertiamo la paura
dell’annunciata e futura inondazione. Insomma: siamo in grado di assumere la
complessità come modello esplicativo della realtà, ma soffriamo perché il
medesimo modello ci mostra la nostra inadeguatezza nel dare esauriente
soluzione alla complessità.
Siamo sempre più insicuri, perché sappiamo di essere sempre più
inadeguati; e ci sentiamo sempre più inadeguati man mano che prendiamo
coscienza delle limitate risorse a nostra disposizione per prevenire gli eventi
nocivi e dannosi.
In buona sostanza si può dire che la sicurezza diventa un “problema”
perché non sempre adeguatamente avverto come tale. Mi spiego. Se
ipoteticamente oggi vivessimo in un contesto economico, politico e sociale
ricco al punto da pervenire alla condizione estrema della piena soddisfazione
dei bisogni, neppure porremmo la questione della sicurezza. E non certo perché
ingenuamente non avremmo da temere dai rischi di criminalità o dai fastidi
delle inciviltà, come si era illusa una certa cultura politica che declinava i
rapporti tra povertà e devianza in termini alquanto meccanicistici. La sicurezza
non sarebbe una “questione” semplicemente perché confideremmo, e a ragione,
nelle possibilità di “governare” i problemi attraverso pratiche di inclusione
sociale. A risorse illimitate, illimitate politiche inclusive. Non è un caso che il
tema della sicurezza diventa una questione eminentemente politica proprio nella
crisi dello Stato sociale, quando le risorse del welfare risultano insufficienti alle
abitudini (o illusioni) “bulimiche” di disciplinare attraverso l’inclusione.
Solo ponendo al centro la cronica scarsità di risorse, il governo del bene
pubblico della sicurezza diventa un problema. Diventa una questione. Tanto è vero che da bene per eccellenza pubblico, sempre più soffre la concorrenza con
il mercato al punto da essere “tematizzato” sovente come “bene privato”.
La storia sia pur breve della questione della sicurezza ci insegna cose
istruttive. Negli Usa come in Canada, il tema della sicurezza cittadina nasce alla
fine degli anni settanta per diretta iniziativa delle stesse forze di polizia. Sono
gli apparati repressivi tradizionali – quelli che hanno rivendicato dalla nascita
della modernità il monopolio esclusivo in tema di ordine pubblico e di sicurezza
dalla criminalità – a confessare di non essere più in grado di garantire livelli
soddisfacenti di sicurezza ai cittadini. La sicurezza non può più essere solo una
questione di polizia, giudici e carcere. I cittadini da soli o in forma associata
devono farsi carico del problema. In una società sempre più “a elevato rischio
criminale”, chi aveva il compito di garantire l’ordine ammette che la risorsa
repressiva e preventiva di cui dispone è limitata, insufficiente. L’esperienza
francese segue un diverso percorso, ma anch’esso alla fine rinvia alla
constatazione della scarsità e inadeguatezza delle risorse. E’ il governo centrale,
che a fare corso dalla metà degli anni ottanta del secolo passato, invita le
amministrazioni locali a progettare - cercando il più ampio parternariato con
polizie locali e centrali, con le associazioni, con il mercato stesso - azioni
integrate di sicurezza.
E vengo subito alla realtà italiana. Di seguito sia pure rapsodicamente,
voglio indicare i profili generali che definiscono lo stato presente di “penuria”
nelle politiche di governo locale del bene pubblico della sicurezza.
1.c.1. Penuria di competenze amministrative dei Comuni
Per ragioni oramai ampiamente indagate, le città diventano il luogo in cui,
sempre più, le emergenze sicuritarie si radicalizzano. Le città sono e sempre più
saranno chiamate a rispondere alle domande di insicurezza dei cittadini. Su
questa tendenza non ci sono dubbi. E non è un caso che oggi, di fronte a
qualsiasi problema connesso alla sicurezza, i cittadini si rivolgano
prevalentemente se non esclusivamente a chi democraticamente ha il governo
della città. Ma a fronte di questa forte esposizione dei governi delle città sui
temi della sicurezza, le amministrazioni comunali in Italia sono povere di
competenze per poterli adeguatamente fronteggiare. Si pensi che in altri paesi i
sindaci hanno competenze anche in materia di ordine pubblico e a loro
rispondono polizie di ordine pubblico.
1.c.2. Limiti strutturali e contingenti della risorsa “poliziale”
Le risorse repressive e preventive della polizia in un paese democratico
sono sempre inadeguate. Questa ontologica inadeguatezza risponde anche ad
una scelta politica: gli “stati liberali” si contrappongono agli “stati di polizia”
per un ricorso limitato – sul modello della extrema ratio – al potere “poliziale”.
Se mai l’Italia contemporanea è in contro tendenza sul punto rispetto ad altre
democrazie; almeno quantitativamente, l’Italia è il paese che, percentualmente
alla sua popolazione, ha il numero più elevato di operatori di polizia.
Rispetto agli altri paesi democratici, la storia delle nostre polizie di Stato –
la loro formazione ed evoluzione nel tempo – conosce poi elementi di
specificità tali da renderle, anche oggi, corpi burocratici relativamente
“separati” dalla società civile, anche quando guadagnano un elevato indice di
fiducia da parte dei cittadini.
A fronte poi dell’elevata professionalità nel tempo acquisita in alcuni
ambiti, come la lotta alla criminalità organizzata, il controllo del territorio da
parte del Polizie di Stato è invece ancora carente se comparato con quello
riscontrabile in altri paesi.
Per queste e per molte alte ragioni storiche, politiche e funzionali, le
Polizie in Italia sono ancora apparati burocratici gerarchicamente comandati
dall’ “alto” e il cui agire è sovente autoreferenziale e irrelato dalle domande che
provengono dal “basso”. Così è ancora, anche se il processo di “avvicinamento
della polizia al cittadino” è, sia pure faticosamente, in atto.
Ancora oggi e ragionevolmente nel prossimo futuro il grado di integrazione
dell’azione poliziale con le altre agenzie nelle politiche di governo della
sicurezza a livello locale è e sarà molto prudente e parsimonioso, e soprattutto
puntigliosamente attento a riconfermare l’esclusività insindacabile delle proprie
competenze e modalità operative.
Se non è pensabile una politica di governo locale del bene pubblico della
sicurezza senza il concorso decisivo dell’azione repressiva e preventiva della
polizia, l’efficacia della stessa in Italia è, e per il prossimo futuro ancora sarà,
subordinata al grado di collaborazione che questa vorrà, di volta in volta,
effettivamente fornire.
1.c.3. Crisi del welfare a livello locale
Ai ripetuti e significativi tagli nei bilanci comunali di questi ultimi anni,
seguiranno ragionevolmente altri di “vacche magre”. Il sistema complessivo del welfare è quindi in una fase di forte contrazione. A questa poco invitante
prospettiva dobbiamo rassegnarci.
La cultura tradizionale di rispondere alle problematicità sociali crescenti
con politiche di prevenzione sociale adeguate mantiene una sua incontestabile
coerenza “astratta”, quanto una sempre più ridotta praticabilità “concreta”. Gli
spazi volti a favore l’inclusione sociale attraverso politiche di ridistribuzione
della ricchezza e di produzione di nuovo “capitale sociale” sono già assai
limitati e tenderanno ulteriormente a restringersi.
1.c.4. Cultura e professionalità politico-amministrative ancora
inadeguate
Le emergenze sicuratiarie corrono più velocemente di quanto le agenzie
preposte al loro governo siano in grado di confrontarsi con la necessaria cultura
e professionalità.
In Italia, forse più che altrove, è dato registrare un forte deficit di cultura e
professionalità nel governo della sicurezza e questo vale anche a livello locale.
Il mercato stesso, particolarmente ricco di offerte sul versante delle
tecnologie volte all’implementazione di strategie di prevenzione situazionale, si
mostra ancora carente di professionalità capaci di governare effettivamente le
nuove conflittualità o di governarle in modo diverso. Assistiamo pertanto ad un
fiorire di nuove professionalità annunciate a parole, ma relativamente vuote ed
evanescenti nei contenuti. Un esempio per tutti. Oggi una nuova pratica circola
diffusamente come alternativa alle tradizionali: la mediazione. Mediazione
sociale, mediazione penale, mediazione comunitaria, mediazione culturale, ecc.
Non c’è problema o emergenza che non vengano riconosciuti come meritevoli
di una presa in carico mediatoria. Ma a fronte di questa promessa, basta ben
poca attenzione per avvedersi che sovente dietro a questa salvifica pratica si
cela un deludente dilettantismo di chi rivendica una professionalità in questo
difficile mestiere. Ma questo non vale solo per la mediazione. Si pensi ancora
alla riduzione del danno, quando questo servizio viene offerto al di fuori del suo
originario terreno di azione, vale a dire la tossicodipendenza. E con ciò non
voglio delegittimare certo la risorsa mediatoria o quella offerta dalla riduzione
del danno. Ma più semplicemente avvertire che almeno in Italia siamo ancora
lontani da standard accettabili e verificabili di professionalità da parte di molti
che si offrono sul mercato come capaci di operare da mediatori o nelle politiche di riduzione del danno
1.d. - DISORDINI “ARTIFICIALI”
E MERCATI ILLEGALI
Una delle topiche più studiate oggi dalla criminologia concerne la
produzione “artificiale” del disordine sociale: nella costruzione sociale di alcuni
problemi poi sofferti come produttori di insicurezza oggettiva e soggettiva un
ruolo determinante è giocato “a monte” dalle scelte politiche di criminalizzare
condotte e stili di vita oramai diffusi a livello di massa. Si pensi alla
criminalizzazione del consumo di stupefacenti e alla criminalizzazione di molte
condotte connesse al mercato del sesso mercenario. Ma analogamente potrebbe
sostenersi per la legislazione di contrasto all’immigrazione irregolare e
clandestina.
Non è mia intenzione in questa sede pronunciarmi in favore o meno di
politiche abolizioniste, regolamentatrici o proibizioniste. Sta di fatto che le
scelte politiche operate per contrastare alcuni fenomeni di massa, ha
determinato la creazione di alcuni mercati “illegali” la cui dannosità sociale è da
mettere in relazione non tanto o non solo al fenomeno in sé che si è voluto
“disciplinare”, quanto alla scelta politica di disciplinarlo in un determinato
modo. In questo senso si parla appunto di disordini “artificiali” costruiti dalle
politiche di governo di alcuni fenomeni sociali.
Le politiche di governo del bene pubblico della sicurezza a livello locale si
trovano quindi a fronteggiare alcuni problemi la cui problematicità è in buona
sostanza determinata dalla cornice legislativa nazionale e a volte sopra-
nazionale vigente, all’interno della quale sono costrette comunque ad operare
senza potere altrimenti “uscirne”. Così la criminalizzazione della droga
determina il mercato criminale degli stupefacenti, e nessun governo cittadino
può sottrarsi nel suo operare da una realtà così artificialmente “costruita”. La
scelta abolizionista a suo tempo operata nei confronti della prostituzione, non
consente alle politiche locali di intervenire attraverso politiche di
regolamentazione del mercato del sesso mercenario. Per quanto
un’amministrazione comunale si dichiari – a livello di principio – contraria alle
politiche di esclusione sociale nei confronti dell’immigrazione irregolare e
clandestina, non può non adoperarsi per l’affermazione della legalità (che a ben
intendere è contingentemente solo una e una sola in uno Stato di diritto, sempre
che non si voglia dare ancora legittimità alla cultura assai diffusa in Italia, della
“doppia legalità”) anche di quella politicamente a volte non condivisa. Non fare
chiarezza su questo delicato aspetto, rischia di determinare una pericolosa
confusione.
Tutto ciò determina quindi ulteriori limiti all’azione di governo del bene
pubblico della sicurezza a livello locale. Limiti “pesanti” e sovente “sofferti”.
Ritengo che l’approccio sul paradigma della “riduzione del danno” sovente
adoperato nei confronti di alcune problematicità sia stato determinato più dalle
necessità di non evadere dalla legalità senza dovere fare pagare fino in fondo, e
ai più deboli, i costi della legalità, piuttosto che di ridurre o contenere la
problematicità stessa.
2. - POLITICHE DI SICUREZZA A
BOLOGNA
2.1. Uno breve sguardo al passato
Solo quindici anni fa parlare di sicurezza a Bologna (il che sottintendeva
che problemi di insicurezza c’erano, anche nella nostra città) era con sufficienza
liquidato dal sistema della politica cittadina come qualche cosa sospesa tra la
provocazione e la stravaganza culturale. Pochi anni dopo, il tema era con una
qualche diffidenza ridimensionato, come una esagerazione che comunque
faceva gli interessi della destra… E poi la “destra” ha preso il governo di questa
città, facendo della sicurezza una della proprie parole d’ordine più qualificanti;
e infine la “destra” ha perso il governo della città, a pareri di molti perché
nonostante le promesse, proprio sulla sicurezza aveva fallito.
E’ una ricostruzione storica condivisibile solo a metà. E per una semplice
ragione: l’evoluzione della topica “sicurezza” a Bologna si è prevalentemente
esaurita nelle parole della politica e assai poco nelle azioni amministrative.
Come dire che il tema della sicurezza è entrato progressivamente a fare parte
del vocabolario della comunicazione politica, mostrando capacità di supplire
efficacemente altri linguaggi, ma senza che ciò sia stato accompagnato da una
equivalente crescita nelle politiche di sicurezza.
Ma, come in tutte le cose del mondo, si è sempre, in qualche modo, figli
anche del passato. L’attuale Amministrazione eredita comunque un “storia”
politica e amministrativa anche in tema di politiche di sicurezza cittadina.
Qualunque sia la direzione che voglia imprimere nel futuro al governo locale
del bene pubblico della sicurezza, l’attuale amministrazione non può non fare i
conti con quelle che l’hanno preceduta.
A ben intendere, il compito che 15 mesi fa ho ricevuto dal Sindaco era ed è
sempre stato questo, al di la delle deformazioni mediatiche che sempre
accompagnano chi copre l’incarico di “consigliere del principe” su un tema
politicamente scottante: fornire una consulenza tecnica sull’organizzazione dei
servizi amministrativi che il Comune dovrà darsi per governare il tema della
sicurezza cittadina a Bologna. Nulla di più e nulla di meno.
Vediamo allora criticamente quanto sinteticamente il passato.
2.2. Un errore di “fraintendimento”
Il governo Vitali esprime con coerenza nelle politiche di governo della
sicurezza a Bologna, quanto a quel tempo la sinistra democratica e di governo in
Italia, con ben poche eccezioni, unanimemente intendeva. Meglio: poteva
intendere.
La sicurezza era un tema “nuovo” nel governo cittadino: ne parlavano, ma
scientificamente, pochi addetti ai lavori, facendo riferimento ad esperienze di
altri paesi. Ma appunto ne parlavano alcuni intellettuali. Politicamente era poi
un tema caro alla destra o che comunque a parole le forze di destra si riteneva
avessero maggiore disinvoltura a cavalcare. E’ vero, si sapeva che altrove, come
in Inghilterra, le forze di sinistra al governo avevano “scippato” questo tema
alla destra, facendone un tema del “nuovo realismo di sinistra”. Ma quanto era
potuto accadere in altri paesi, allora sembrava qualche cosa di politicamente
“distante” dalla preoccupazioni di un sindaco di Bologna. Condivisibili
preoccupazioni “garantiste” poi, fortunatamente presenti nella cultura della
sinistra, conducevano a diffidare di un oggetto che si prestava a facili e
strumentali derive del tipo “legge ed ordine”. Insomma: era prudente diffidare
di questa “emergenza”, o meglio: era prudente approcciarla con un profilo
politicamente defilato.
Ma a consigliare prudenza, c’era anche altro e di più rilevante. Allora si
poteva realisticamente confidare che l’Amministrazione comunale e la società
civile bolognese potessero fare fronte a questa “nuova” emergenza con quanto
era loro ovunque e dai più riconosciuto: uno sviluppato welfare e un ricco
capitale sociale. Come dire: i sentimenti diffusi di insicurezza altro non sono
che manifestazioni di bisogni insoddisfatti a cui possiamo e dobbiamo
rispondere potenziando ulteriormente i nostri servizi. L’insicurezza viene cioè
letta come prodotto di una fisiologica crescita delle aspettative proprie di un
maturo stato sociale. Si registra quindi un fraintendimento della realtà. In effetti
si inverte il nesso causale, cadendo in un pericoloso equivoco: l’insicurezza si
diffonde proprio perché sono entrate in crisi le politiche di welfare, palesandosi
oramai incapaci di farsi carico delle nuove problematicità e pertanto non si può
indicare come rimedio del male ciò che è la causa dello stesso. Ripeto: un
fraintendimento in cui allora versava quasi tutta la politica democratica e di
sinistra italiana. Vitali, in questo, non fece certo eccezione.
Coerentemente con quel presupposto (certo, viziato sia pure da un
perdonabile fraintendimento), l’amministrazione del tempo affida la delega alla
sicurezza all’assessorato ai servizi sociali. Scelta fortunata: l’assessora di
riferimento si paleserà avveduta e soprattutto attivissima. Ma per quanto
avveduta e attiva approccerà il tema nella sola ottica possibile per la cultura dei
servizi sociali, cioè in quella dell’aiuto, dell’assistenza, della presa in carico dei
soggetti portatori del disagio e del conflitto, confidando che più prevenzione
sociale si traducesse anche in più sicurezza e rassicurazione sociale.
Il progetto sicurezza che emerge (“Bologna sicura”) si struttura come
addizione da un lato di tutti i servizi sociali già operanti, a cui viene solo
nominalisticamente indicata anche una capacità di produzione di sicurezza e
rassicurazione e, dall’altro lato, la messa in campo di nuovi servizi indicati
come capaci di arricchire “la rete sociale”, in verità apprezzabili per la quantità,
ma “messi insieme” un po’ disordinatamente. Alla fine, non si intende la
“filosofia” del progetto, se non appunto quella assai generica di una ingenua
fiducia che … più ingredienti ha la torta, più apprezzato sarà il dessert.
Ripeto: un progetto “confuso”, ma ricco. Ricchissimo soprattutto di risorse
finanziarie. Avvalendosi di consulenze esterne all’amministrazione assai rodate
nel catturare finanziamenti europei, in breve tempo su “Bologna sicura” e
sull’Assessorato ai servizi sociali piovono molti, moltissimi soldi. E in ciò sta
tanto la forza che la debolezza del progetto. Confuso ma ricco; dispersivo ma
generoso; intelligente in alcune forti intuizioni, ma inefficace nel breve periodo
perché non ha gambe su cui camminare speditamente, mancando di
professionalità amministrative e tecniche adeguate alle aspettative. Forse, se
avesse avuto più tempo, avrebbe potuto correggersi e diventare anche un ottimo
progetto. Ma tempo non ebbe per crescere.
Eppure, sia pure nel breve arco di un solo biennio, “Bologna sicura” traccia
alcune direttive di fondo che sopravviveranno anche nelle politiche sulla
sicurezza dell’Amministrazione Guazzaloca e che la presente erediterà a sua
volta. La creazione delle “Antenne” poi trasformate in Sportelli sicurezza a
livello di quartiere, da un lato, e i “mediatori di comunità” sempre a livello di
quartiere, dall’altro lato, sono assi portanti delle politiche di sicurezze ideate e
implementate allora e che, pur con alcune trasformazioni, sono sopravvissute
fino ad oggi.
Una progettualità quindi tutta costruita sul versante tradizionalmente più
consono alle politiche dei servizi sociali e quindi capace di esaltare tutte le
potenzialità proprie delle politiche di prevenzione sociale, anche ed
ulteriormente arricchite dagli apporti offerti dalle risorse della mediazione e della riduzione del danno. Questo modo di declinare la questione del governo
della sicurezza a livello locale è coerente alle politiche di welfare, nel senso che
in queste e in queste solo alla fine finisce per confidare. Ma purtroppo, come
internazionalmente sperimentato, il bene della sicurezza sociale solo in parte
soddisfa quello della sicurezza – soggettiva ed oggettiva - dalla criminalità e
dalla devianza e lo può eventualmente soddisfare nei tempi lunghi e non in
quelli brevi dell’urgenza politica, ma soprattutto non è mai in grado di offrirsi
ad una verifica convincente della sua efficacia. Aiutare, ad esempio, i giovani
tossicodipendenti ad uscire dalla droga, è una politica ragionevole che si
rifletterà positivamente nel futuro anche in una diminuzione degli scippi e dei
borseggi, ma non esiste verifica empirica che possa suffragare questa
aspettativa. E ciò vale per tutte le politiche di prevenzione sociale. E mentre con
fatica il progetto “Bologna sicura” cerca di diffondere ed allacciare i mille nodi
delle “reti sociali che uniscono”, l’Amministrazione comunale deve
fronteggiare i comitati di cittadini che protestano per i livelli crescenti di
degrado del centro storico, ovvero che manifestano per il diffondersi della
prostituzione di strada e soprattutto deve fare i conti “politici” con un’opinione
pubblica che i sondaggi dicono sempre più preoccupata e alla fine insoddisfatta.
2.3. L’impossibilità della coerenza “muscolare”
Non c’è dubbio. La destra vince a Bologna anche – ma non soprattutto, a
mio avviso – giocando la carta della sicurezza. E una volta al governo della
città, si comporta di conseguenza. Viene istituito l’assessorato alla sicurezza e la
delega viene data ad un alto funzionario che proviene dalle forze di polizia,
uomo certamente capace e che in più occasioni si era distinto per la “mano
dura” nella repressione della criminalità a Bologna.
La scelta è astrattamente coerente. E’ il “modello Giuliani made in
Bologna”. Purtroppo per Guazzaloca, quanto è possibile negli USA, non lo è in
Italia: “zero tollerance” può essere agita solo in un contesto politico e giuridico
in cui il Primo Cittadino abbia anche ampi poteri in tema di ordine pubblico e in
cui a lui solo spetti di nominare l’equivalente italiano del Procuratore della
Repubblica. Senza il comando pieno e esclusivo della risorsa repressiva nelle
mani del Sindaco, il “modello Giuliani” non può essere esportato. Non avere
inteso questa semplice verità è sconcertante.
In una primissima fase, fu giocoforza d’obbligo offrire un’immagine –
ripeto: un’immagine ben più che un’effettività – di impegno e forza “muscolari”
nelle politiche di sicurezza. Era necessario rendere evidente il radicale
cambiamento con il passato. Furono censurate le parole - ripeto ancora: più le
parole che le azioni politico-amministrative – che si richiamavano alla filosofia
della mediazione, della riduzione del danno, dell’aiuto e del soccorso, per
esaltare quelle prevalentemente “reattive” e “situazionali”. Indubbia coerenza politica nell’indicare un percorso “di destra”, peccato solo che quella direzione
non fosse praticabile alle condizioni giuridico-istituzionali, allora come tuttora,
presenti.
In breve tempo, il Sindaco è costretto a cambiare “cavallo”: si “licenzia”
un assessore “tecnicamente” competente quanto politicamente “delegittimato”
nella possibilità di agire coerentemente ad un mandato di “legge e ordine”. Una
sconfitta disastrosa, che deve fare riflettere, anche a sinistra.
Il nuovo assessore – assolutamente “incompetente” da un punto di vista
tecnico - si palesa invece politicamente “adeguato”, incarnando abbastanza
felicemente l’altro volto dell’amministrazione Guazzaloca. Il volto della
“bolognesità”. Simpatia, bonomia, una filosofia di fondo secondo la quale
“prima o poi, a Bologna, le cose si risolvono da sole”, “non c’è bisogno di
agitarsi troppo”, “mediare nella sostanza su tutto e con tutti, ma non dirlo troppo
forte e troppo in giro”. L’insicurezza a Bologna perde ogni drammatica asperità
di tipo metropolitano. Come se Bologna fosse ancora un grosso paese di
campagna, dove si vive bene e ci si diverte pure e se c’è qualche volta un po’ di
casino, non facciamone un dramma, passerà, come sempre!
Ovviamente, tutto ciò, più a livello di immagine che nella sostanza. Nei
fatti, è un governo del bene pubblico della sicurezza che mette in campo molte
cose, ancora una volta non tutte ottime e tra loro coordinate, ma sicuramente
molte: dalla video-sorveglianza di quasi tutto il centro storico
all’organizzazione degli assistenti civici; dalla mediazione con i centri sociali
più problematici alla “sistemazione” antibivacco dei punkabbestia all’ “Isola
che non c’è”; dalla prudente utilizzazione nel controllo del territorio del reparto
sicurezza della Polizia municipale alla rivitalizzazione commerciale del centro
storico, soprattutto nelle aree più degradate.
E’ una politica “nei fatti” spostata prevalentemente sulla riduzione del
danno, senza però poterla esplicitamente nominare “a parole”. Paradossi della
politica. Infatti, il sistema di video-sorveglianza non entrerà mai in funzione; la
“vis repressiva” quasi mai verrà agita né esplicitamente richiesta alle polizie di
Stato; le politiche di prevenzione sociale verranno ancora supportate sia pure
senza nutrire eccessive aspettative. L’azione amministrativa sarà
prevalentemente volta a “mettere la sordina” ai conflitti, a dare una immagine
“rassicurante” della città.
2.4. Qualche istruttiva nota sulle occasioni perdute
La città di Bologna, dopo ormai più di un decennio, non è riuscita ad
elaborare ed implementare una politica amministrativa in tema di sicurezza urbana. Temo sia difficile non convenire con questa malinconica osservazione.
Ancora una volta: a parole molto si è detto, se non urlato; nel vocabolario della
politica, la parola sicurezza urbana è stata forse tra le più pronunciate; molte
azioni volte a determinare sicurezza o rassicurazione sono state messe in campo,
ma alla fine una capacità di governo del bene pubblico della sicurezza non si è
prodotta. Certo questo può dirsi della maggiore parte delle città italiane, e forse
di tutte, ma per Bologna la valutazione è ancora più “severa”, perché Bologna è
stata la città dove per la prima volta in Italia il problema è stato posto
all’attenzione dell’amministrazione comunale, dove per prima e di più si è
prodotto scientificamente sul tema e dove si è fatto anche più ricerca empirica.
Eppure Bologna alla fine ha perso molte occasioni: si è tormentata molto, ma ha
prodotto poco. Un’idea complessiva e complessa di governo del bene pubblico
della sicurezza non è di fatto emersa. Non c’è mai stata.
In estrema sintesi, gli errori commessi sembrano, a posteriori, essere stati i
seguenti:
1. Negazione del problema. Per lungo tempo il sistema politico-
amministrativo ha negato che il diffondersi dell’allarme sociale tra i cittadini
avesse a che vedere con alcuni “problemi reali” di insicurezza oggettiva.
Insomma: non ha preso seriamente in conto quanto la gente pensava e temeva.
Quasi che la preoccupazione sociale per il diffondersi della criminalità e delle
inciviltà fosse solo effetto dell’influenza dei mass media.
2. Riduzione del problema. Anche quando assunto, il sistema politico-
amministrativo ha cercato di “ridimensionarne” l’emergenza. Come abbiamo
visto, a volte si è ritenuto che il tutto potesse essere governato attraverso
un’ulteriore ampliamento delle politiche inclusive, altre volte si è cercato di
stemperarlo semplicemente non enfatizzandolo troppo, altre volte ancora si è
“navigato a vista”, cercando di dare una qualche soluzione alle singole
emergenze, senza mostrare di avere una qualche strategia di fondo.
3. Contraddittorietà negli approcci al problema. A volte si è invocata
la repressione e la mano dura, altre volte la solidarietà e la presa in carico, altre
volte, ancora, la mediazione dei conflitti a tutti i costi. E questo è corretto,
perché i problemi sono diversi e diverse devono essere anche le risposte. Ma
bisogno “spiegare” all’opinione pubblica la ragione delle diversità negli
approcci e nelle soluzioni prospettate. Altrimenti si crea una pericolosa
confusione. Non si può, ad esempio, a volte far credere che la polizia
municipale debba farsi carico anche di compiti di controllo del territorio e altre
volte affermare che le sue competenze non le consentano di fare ciò; ovvero,
che a volte si può trattare e mediare con i centri sociali giovanili e altre volte no.
Senza coerenza, si perverte la funzione pedagogica del messaggio, che da
mezzo di produzione di consenso diventa ragione di ulteriore dissenso.
4. Incoerenza nell’azione. Certo, si può anche sbagliare sulle singole
azioni, ma non si può dare l’idea di sbagliare sempre e su tutto. Assunta una
determinata posizione, bisogna reggere il timone verso la meta o il metodo
assunti anche di fronte alle difficoltà e alle inevitabili reazioni. A Bologna, il
governo della sicurezza ha proceduto incoerentemente, seguendo il vento
favorevole e cangiante del consenso e quindi cambiando sovente rotta. E questo
è un male, perché si educa l’opinione pubblica che se una scelta politica
dell’amministrazione non piace, basta opporsi per vederla cambiata.
5. Equivocità nelle soluzione proposte. Niente di più nocivo che
invocare una soluzione, sapendo di non poterla garantire. Se si prospetta
un’ordinanza di divieto di sosta anche momentanea lungo i viali di
circonvallazione al fine di dissuadere i clienti delle prostitute, bisogna essere
certi che la polizia municipale effettivamente provvederà ad elevare le
contravvenzioni dalle 23 alle 3 della mattina. Faccio questo esempio, perché nel
passato è avvenuto che questa ordinanza venisse adottata dall’Amministrazione
di Bologna, sapendo che la Polizia municipale non l’avrebbe fatta rispettare per
“resistenze” sindacali, come nei fatti poi risultò. E lo stesso deve dirsi per
l’ordinanza antibivacco: prima minacciata, poi disposta formalmente, ma mai
applicata. E gli esempi potrebbero essere numerosi. Il governo locale del bene
pubblico della sicurezza non sopporta la scorciatoia delle “grida manzoniane”,
cioè mal convive con la dimensione solamente “simbolica” nella produzione
dell’ordine. Il possibile consenso guadagnato in un primo momento, si converte
in breve tempo in moltiplicatore di dissenso quando l’opinione pubblica si
avvede che alle parole non fanno seguito i fatti. E in una “piccola” città come
Bologna, le “bugie hanno sempre le gambe corte” perché tutto si viene ed in
breve a sapere.
6. Subalternità nella risposta. A Bologna le cose sono sempre andate in
questo modo, lasciando il “servizio” agli altri (di volta in volta, l’opposizione
politica, la stampa, i comitati dei cittadini, ecc.). In altri termini:
l’amministrazione comunale si e mossa e tardivamente sui singoli problemi solo
quando questi sono stati nessi all’ordine del giorno delle emergenze. Come se i
problemi di sicurezza esistessero solo ed in quanto definiti dal sistema della
comunicazione politica e mediatica. Ma così agendo si finisce per intervenire su
una realtà problematica “costruita” appositamente per non trovare una
ragionevole soluzione da parte dell’amministrazione. Al contrario:
l’Amministrazione deve anticipare le emergenze o meglio deve decidere lei per
prima quali problemi devono essere affrontati come emergenze. Ma per
“conquistare il servizio” e quindi una posizione di vantaggio, bisogna avere una
strategia e sufficiente forza per imporla. E questo non si è quasi mai dato a
Bologna.
7. Difetto di comunicazione sociale. Quel poco o molto che viene agito
dal Comune in tema di politiche di sicurezza alla fine “non appare”. O meglio non ne appaiono le ragioni. Non emerge mai forte “il punto di vista”
dell’Amministrazione. Quello che “appare” è un coro di posizioni stonate. E’
scontato che la stampa cittadina abbia poi buon gioco nel fomentare questa
situazione cacofonica. Ma tutto ciò non aiuta però l’Amministrazione. Su una
questione così delicata come la sicurezza che tanto si presta a letture confuse, la
voce dell’Amministrazione dovrebbe essere chiara ed univoca. Così non è mai
stato.
3. - LE COORDINATE POLITICHE
DELLA PRESENTE
AMMINISTRAZIONE
Non è possibile progettare in “astratto”. Ovvio.
Quanto fin qui premesso, segna per me il quadro “realistico” entro il quale
è necessario pensare e progettare per il futuro: le emergenze criminali passate,
presenti e presumibilmente future; le rappresentazioni che del tema della
sicurezza hanno i nostri cittadini; quanto ci è giunto dal passato amministrativo;
lo stato delle risorse attivabili; lo stato di disponibilità delle altre agenzie con
cui interagire; il quadro nazionale più in generale.
Ma accanto a queste già esaminate coordinate, debbo assumere anche
quelle politiche che la presente Amministrazione ha indicato nelle linee di
mandato in tema di sicurezza.
3.1. Il governo della sicurezza nelle mani del Sindaco
E’ la scelta qualificante di questa Amministrazione che segna un elemento
di discontinuità con il passato.
Ho sempre e da sempre privilegiato questa opzione come la più opportuna
per dare un governo “forte” alla sicurezza a livello comunale. Scelta anche
coraggiosa: il Sindaco non potrà “coprirsi” all’occorrenza, facendo leva
sull’operato di chi delegato, come più volte avvenuto in passato. Ma scelta che
pone anche nuovi problemi a livello di organizzazione amministrativa. E non
facili, come avrò modo di esaminare più oltre, quando mi occuperò in specifico
del problema.
3.2. Il modello integrato di sicurezza
In qualche modo si può dire che è una scelta normativamente obbligata
oggi in Italia. Il Comune non ha competenze di ordine pubblico – che sono
invece di sola ed esclusiva spettanza delle Polizie di Stato – e pertanto nel
governo locale del bene pubblico della sicurezza può rispondere delle sole a lui
riservate, vale a dire quelle prevalentemente proattive o preventive che dir si
voglia. In effetti, questa necessaria actio finum regundorum è opportuna quanto
ovvia. Tanto ovvia, che non meriterebbe neppure doverla esplicitare, come una
excusatio non petita. In verità la questione è invece alquanto più complessa.
La complessità può essere colta tenendo presente i seguenti profili:
.. Per quanto il Sindaco dovrebbe a rigore rispondere solo di quanto a lui
istituzionalmente dovuto, oggi risponde politicamente in tema di sicurezza,
sempre e comunque. Una sorte di responsabilità oggettiva. Delle plausibili
ragioni politiche di questo processo di imputazione politica di responsabilità
ben oltre i limiti di competenza istituzionale si è già molto scritto per cui debba
anche in questa sede insistere.
.. A fronte di ciò, ben raramente le Polizie di Stato sono responsabilizzate
per quel che fanno e per quello che non fanno dall’opinione pubblica cittadina.
Insomma: se c’è qualche problema anche di ordine pubblico in città, i cittadini
si rivolgono prima al Sindaco e poi, eventualmente, al Questore.
.. La distinzione tra politica dell’ordine pubblico e politica di sicurezza a
livello cittadino è difficile ma possibile a livello teorico, ma purtroppo solo
teorico. Se infatti l’ordine pubblico come ordre dans la rue, da un lato, e come
law enforcement dall’altro fossero ambedue pienamente soddisfatti da chi ne ha
esclusiva competenza, neppure sarebbe nata la nozione di sicurezza cittadina.
Nasce e si diffonde invece la cultura di governo della sicurezza a livello locale,
proprio perché le collettività percepiscono e quindi lamentano la presenza e il
diffondersi di disordini che non possono più essere disciplinati attraverso le sole
politiche di ordine pubblico. Se tutto ciò si determina in contesti nazionali in cui
il Sindaco è responsabile tanto dell’ordine pubblico cittadino, quanto delle
politiche preventive, il governo del bene pubblico della sicurezza indicherà
appunto un approccio più ampio di quello che sarebbe stato possibile nella sola
prospettiva dell’ordine pubblico, ma ovviamente includendo al suo interno e in
termini non problematici quote consistenti di tradizionali politiche di ordine
pubblico. Nelle realtà invece in cui la titolarità delle competenza di ordine
pubblico non appartiene a chi ha il governo democratico della città si pone
drammaticamente quanto sovente confusamente la questione dell’“integrazione”
di competenze, servizi e culture non solo diverse, quanto funzionalmente
“distinte”. E qui nascono i problemi. Qualsiasi governo del bene pubblico della
sicurezza necessita di quote più o meno consistenti di “ordine pubblico”. Sarei
tentato a dire che qualsiasi politica di ordine pubblico che voglia essere efficace, necessità oggi di essere integrata da quote più o meno significative di “sicurezza
cittadina”. E la distinzione manichea che si tende a proporre tra repressione e
prevenzione – la prima in capo alle forze poliziali e alla magistratura e la
seconda ai servizi del governo locale – non coglie la sostanza delle cose. Le
Polizie di Stato di fatto e di diritto sono anche agenzie di prevenzione; chi opera
nei servizi del Comune di fatto e di diritto agisce anche in una prospettiva di
controllo sociale. Le distinzione “giuridiche” sfumano insomma nell’azione
concreta. E lo stesso si può dire per la distinzione tra “contrasto della
criminalità” e “lotta al degrado”. Distinzioni possibili, ma solo in astratto.
.. Nella situazione sopra descritta, i confini nella distinzione di
competenze e funzioni – certi sulla carta – diventano alquanto “elastici”
nell’azione quotidiana di governo di una città. Il fronte più aperto a possibili
“sfondamenti” è quello della Polizia municipale: è infatti un corpo di Polizia a
tutti gli effetti (burocratici, di mission, ecc.), che può assumere compiti di
polizia giudiziaria e che nella sua azione può esercita anche funzioni di ordine
pubblico. E’ poi un Corpo poliziale armato, a cui sindacalmente gli è
riconosciuta un’indennità speciale di ordine pubblico e che se comandato opera
unitamente alle Polizie di Stato in attività di ordine pubblico e di repressione
della criminalità. La sola risorsa di “vis repressiva” di cui il Sindaco può
autonomamente disporre. Comprensibile quindi che in molte realtà la Polizia
municipale sia diventata il centro gravitazionale intorno al quale si è costruito il
governo locale del bene pubblico della sicurezza. Bene: la presente
Amministrazione comunale ha scelto di non seguire questa opzione, affermando
di volere mantenere entro i confini più consolidati e sicuri o meglio,
tradizionali, l’azione della Polizia municipale. Gli sviluppi futuri che si aprono
di fronte al processo di devolution in atto, potrebbe (ma uso il condizionale)
condurre in parte a rivedere questa posizione.
Da quanto sopra esposto, ne consegue una diversa coordinata politica: il
governo del bene pubblico della sicurezza a Bologna dovrà essere costruito
nella condivisione e successiva integrazione di competenze, poteri,
professionalità diverse e distinte, attraverso un’azione concertata tra servizi
comunali e Polizie di Stato, ispirandosi ad un modello integrato di sicurezza.
Ma non solo.
3.3. Condivisione sociale e concertazione
Parrebbe a prima lettura un richiamo retorico. La politica in democrazia
sempre si legittima sul valore della condivisione sociale.
A ben intendere, l’enfasi posta dalla presente Amministrazione sulla scelta
“metodologica” di procedere attraverso la più ampia partecipazione e
condivisione sociali nelle politiche di governo della città, finisce per indicare
un’altra significativa coordinata “politica” in tema di sicurezza. E sotto diversi
aspetti:
.. Praticare la defatigante pratica della partecipazione su di una topica così
sensibile agli “umori” e alle “emozioni”, quale è appunto è la sicurezza dei
cittadini, significa che l’Amministrazione comunale si incarica di una funzione
“pedagogica” di educazione alle virtù civiche necessarie alla produzione sociale
della sicurezza. La scorciatoia giacobina – tanto apprezzata dalla ars politica del
nostro Paese – di decidere per il bene della collettività anche contro l’opinione
pubblica viene pertanto bandita. Ma cercare il consenso sociale sulle politiche di
sicurezza, vuol dire correre il rischio di confrontarsi anche con “sentimenti”
prepolitici, irrazionali, tra di loro inconciliabili … insomma: fare i conti con “la
pancia” della gente. Se questa scelta può apparire in prima istanza diseconomica
e rischiosa, alla fine invece è la sola a pagare se è effettivamente capace di
educare ad un metodo “democratico” di ascolto delle ragioni altrui e di forte
relativizzazione delle ragioni proprie. Personalmente condivido questa scelta:
essa è come non mai saggia proprio in tema di governo della sicurezza, perché
fino in fondo assume che la questione sicurezza sia essenzialmente una
costruzione sociale che può essere governata solo ed in quanto “de-costruita”, in
cui tutti gli attori sociali siano capaci di assumere anche il punto di vista
“dell’altro” e non solo “del sé”. Il che significa educare chi è diseducato a
quelle virtù civiche fondamentali del rispetto delle regole, della tolleranza e
della solidarietà e soprattutto della “pazienza democratica”. Certo, tutto ciò può
anche svilirsi a retorica demagogica. Ma non necessariamente.
.. Il metodo dell’ampia partecipazione nella condivisione delle scelte – se
efficace – produce poi livelli elevati di concertazione nell’azione. E questo esito
è più che utile, direi necessario, nelle politiche di sicurezza. E in ciò si coglie, e
fino in fondo, quanto diverso sia il governo della sicurezza dal governo
dell’ordine pubblico. Quest’ultimo può essere delegato, come in effetti lo è
stato, a sole agenzie professionali. Il governo del bene pubblico della sicurezza,
no. Direi, mai in democrazia. La società civile, nelle sue diverse articolazioni,
deve partecipare da primo attore. Anche in questo caso, facile da dire,
difficilissimo da realizzare. Pazienza democratica e tempi lunghi, quindi.
4. – IL “PUNTO DI VISTA
GENERALE”
Da quello che sono venuto fin qui argomentando, se ne deve dedurre che
Bologna non ha ancora espresso una politica di governo locale del bene
pubblico della sicurezza. Ha certo conosciuto in questa ultima decade azioni di
governo della sicurezza – alcune apprezzabili, altre meno -, ma una politica di
governo, no. Da qui, credo, si debba partire.
Perché si possa parlare di governo della sicurezza a livello locale bisogna
infatti che si diano contemporaneamente alcune condizioni: 1. Che il tema della
sicurezza cittadina venga politicamente assunto e con un livello determinato di
priorità rispetto alle altre questioni di governo; 2. Che venga esplicitata una
strategia, nella individuazione degli obbiettivi e delle modalità di operare; 3.
Che gli obiettivi siano estremamente “realistici” e le modalità di operare
effettivamente “possibili”; 3. Che vengano indicate le risorse economiche
adeguate al raggiungimento degli obiettivi; 4. Che la strategia di governo locale
della sicurezza sia socialmente comunicata nelle forme e nei modi idonei a far si
che la cittadinanza sappia con sufficiente precisione “che cosa” e “come”
l’amministrazione opererà; 5. Che l’Amministrazione proceda con estrema
determinazione, senza sbandamenti, nell’implementazione politico-
amministrativa delle singole azioni, di volta in volta “pedagogicamente”
mostrando come queste siano parte coerente della strategia complessiva.
E’ di tutta evidenza che non solo Bologna non ha mai espresso questo
“livello” di progettualità politico-amministrativa in tema di sicurezza, ma che
neppure possiamo ragionevolmente contare che possa pervernirvi in tempi
rapidi. Diciamo allora che questo livello rappresenta un “modello ideale” da
perseguire nei tempo medio-lunghi, che potrà essere raggiunto solo quando il
Comune sarà capace di elaborare una progettualità articolata e sarà in grado di
mettere a regime e in maniera tra loro coordinata servizi ed azioni.
Penso invece che nei tempi medi – diciamo entro la fine del presente
mandato amministrativo – si possa realisticamente pervenire a questo livello
intermedio:
1. L’assunzione “forte” e “decisa” del tema del governo della sicurezza
come volontà di “farsi carico” dei problemi connessi alla sicurezza senza
impegnarsi nel garantire politicamente la “soluzione” degli stessi. Con questo
non dico che alcuni potranno essere risolti. Ma bisogna avere ben chiaro che nel
medio periodo non si può assolutamente impegnarsi a dare soluzione al
problema in generale, per le ragioni che ho già in precedenza esposto.
2. E’ invece importante fare intendere quanto il governo locale della
sicurezza cittadina venga assunto come un obiettivo qualificante
dell’Amministrazione. Il fatto che nella presente Amministrazione, il Sindaco
abbia deciso di non delegare a livello assessorile il tema della sicurezza
certamente da un senso di forte priorità al tema. Ma di più: in quanto nelle mani
del Primo Cittadino, il governo della sicurezza non potrà che realizzarsi
attraverso l’ “intera macchina” amministrativa comunale, cioè attraverso una
politica inter-assessorile, affermando pertanto che il governo della sicurezza a
livello locale si determina “attraverso” e “nel” buon governo complessivo della
città. E anche questo è un forte messaggio.
3. Gli obbiettivi. Non è ancora possibile specificarli dettagliatamente e
forse mai sarà possibile, per la semplice ragione che il tema della sicurezza
rischia di diventare sempre più il contenitore di “risulta” dei problemi non
altrimenti risolti nell’azione amministrativa “ordinaria”. Infatti, qualsiasi
problematicità, se ed in quanto irrisolta, rischia di costruirsi socialmente come
questione sicuritaria. E’ ovvio che questo pregiudica e non di poco la
“leggibilità” dell’azione di governo del bene pubblico della sicurezza cittadina.
A fronte di ciò, ritengo realistico muoversi prudentemente. Alcuni obiettivi
“minimi” possono, debbono essere indicati. Ad esempio, impegnarsi a trovare
nel medio termine un diverso equilibrio “ecologico” nella zona universitaria che
consenta di ridurre (ripeto: ridurre) il grado di degrado della stessa, può essere
promesso. Così come, impegnarsi a contenere (ripeto: contenere) il fenomeno
delle occupazioni abusive del suolo pubblico è un obiettivo “realistico” che può
essere enunciato. Impegnarsi, invece, a liberare Bologna dagli spacciatori,
assolutamente no. Così come impegnarsi a ridurre del 50% i borseggi. E sia
chiaro: è possibile contenere lo spaccio e ridurre i borseggi, ma non lo si può
promettere perché le variabili che determinano l’andamento dello spaccio e dei
borseggi non sono tutte governabili dall’Amministrazione comunale. Ci si può
solo impegnare a contribuire, unitamente ad altre agenzie, al contrasto di questi
fenomeni. Promettere quindi poco, ma quel poco essere relativamente sicuri di
conseguirlo nel tempo. Ma comunque sempre e comunque garantire di “farsi
carico” di tutti i problemi anche se non soprattutto di quelli che non potranno
trovare una radicale soluzione. Rispondere che di alcuni problemi particolarmente avvertiti dalla collettività, l’Amministrazione Comunale non
vuole farsene carico perché ad altri spetta dare una soluzione, è certamente
ineccepibile da un punto di vista giuridico, ma assolutamente inintelligibile
dall’opinione pubblica e quindi politicamente nocivo. E anche in questo caso,
sia chiaro: nel contempo bisogna intelligentemente mettere in mora le altre
agenzie, fare assumere a queste il loro carico di responsabilità nel governo di
alcuni fenomeni.
4. Se ancora prudenti nell’indicazione degli obiettivi, grande enfasi
comunicativa deve essere data ai profili di metodo che si sono assunti nel
governo del bene pubblico della sicurezza. E vero: qui il metodo è sostanza.
Bisogna impegnarsi e a fondo in un’azione pedagogica sia nei confronti dei
sevizi e delle altre agenzie chiamate al governo della sicurezza, sia nei confronti
degli stessi cittadini perché si impari tutti a nutrire aspettative “ragionevoli”. Il
governo della sicurezza è e sempre sarà una strada in salita. Baldanzosamente e
di corsa non la si percorre granché. Piccoli passi e anche significativi, possono
invece essere fatti, anzi lo debbono.
5. Le risorse. Sappiamo essere scarse. Pavento che lo saranno sempre di
più e ancora per molto. La forbice tra la produzione del disordine sociale e le
risorse per costruire ordini possibili sarà destinata nel tempo ad aprirsi
ulteriormente. Così posta, la questione è tragica. La questione della penuria di
risorse e quindi nodale e ha pure risvolti teorici di rilievo. Allo stato attuale
dell’arte, il governo del bene pubblico della sicurezza a livello locale può
orientarsi solo in due prospettive o scenari o campi che dir si voglia. Quello
proprio della cultura “materiale” del welfare, sia pure rivisitato e corretto, vale a
dire nel perseguimento di finalità di inclusione sociale; ovvero quello,
“immateriale”, di cassa di risonanza mediatica, per enfatizzare
“simbolicamente” soluzioni che alla fine sono, e non possono che essere, di
ulteriore esclusione sociale. Questa seconda prospettiva non costa nulla, è
facilmente utilizzabile dal sistema politico, determina nell’immediato consenso
sociale. Non conosco realtà a livello internazionale in cui o permanentemente o
saltuariamente il sistema politico non vi abbia fatto ricorso. E neppure sono così
ingenuo da ritenere che non si possa prudentemente farvi a volte ricorso, nella
consapevolezza però che anche la risorsa immateriale e simbolica delle
campagne “legge e ordine” è scarsa (alla fine anche l’esclusione costa) e
soprattutto ha caratteri di forte “addittività”, per cui nel tempo necessita sempre
di quote crescenti per raggiungere il medesimo effetto sia pure solo mediatico.
Non se ne può quindi, neppure con cinismo politico, abusare. E quindi –
comunque la si prenda – la questione delle risorse si pone. Sono radicale, ma
non provocatorio. E’ importante comunicare ai cittadini questa realtà: se
vogliono più sicurezza, alla fine devono mettere mano al portafogli. So che la
cosa suona male alle orecchie di chiunque abbia responsabilità nel governo
della città e soprattutto suona malissimo alle orecchie dei cittadini. Ma le cose
temo stiano in questi termini. La sicurezza non può essere prodotta a costi zero.
5. – LA PROGETTUALITA’
“VIRTUALE”
Le sfere di competenza, lo stato delle risorse, la cultura di governo della
sicurezza a livello locale espressa in questa ultima decade da diverse
Amministrazioni in Italia e quanto è possibile “importare” delle esperienze
maturate in altri contesti nazionali, definiscono il campo “virtuale” della
progettualità futura per Bologna. Aggettivo come “virtuale” questo campo di
azioni, perché spetta sola alla decisione politica la scelta di quali attuare.
A me spetta, come tecnico, tracciare solo i “confini estesi” di questo campo
di azioni di governo, con la sola cautela di indicare gli spazi “realisticamente”
(quindi non “astrattamente”) occupabili dalla presente Amministrazione, tenuto
nel dovuto conto le molte e complesse osservazioni fin qui avanzate.
Questo campo “virtuale” di progettualità nel governo del bene pubblico
della sicurezza a livello locale è stato diversamente definito a livello scientifico.
Sono evidenti le ragioni che suggeriscono al “teorico” di indicare il “proprio”
(nel senso da lui preferito) criterio “esplicativo” del perché vengano definiti
quei confini e non altri al campo virtuale. In effetti al fine dell’azione politico-
amministrativa questo impegno di fondazione paradigmatica non è di grande
utilità. Pertanto mi autocensuro rispetto a questa “esercizio teorico” e molto
descrittivamente indico i “territori” che l’esperienza politico-amministrativa
delle città ha progressivamente eletto come “propri” nel governo del bene
pubblico della sicurezza.
5.1. La sicurezza urbana non si interessa solo di criminalità
E vero che il rischio di vittimizzazione è nel medio tempo aumentato e di
molto, sia pure nei confronti dei soli reati contro la proprietà; è verissimo che a
Bologna un cittadino su cinque denuncia di essere stato vittima di qualche reato
nell’ultimo anno, come è vero che il diffondersi della criminalità è messa al
primo posto delle preoccupazioni dei bolognesi. Ma è altrettanto vero che le
paure sicuritarie dei cittadini di Bologna – come peraltro di qualsiasi città –
hanno a che vedere solo in parte con la questione criminale in senso proprio. I
sentimenti depressivi, le percezioni di estraneità nei confronti del proprio
territorio, il diffondersi di una sindrome di tipo invasivo fino alla
determinazione di vere crisi identitarie, hanno molto più a che vedere con le
situazioni di degrado urbano, con la presenza crescente di atti di inciviltà o di
cattiva educazione e con le relazioni ancora difficili nel confrontarsi con la
presenza degli immigrati. Tutto ciò determina “insicurezza soggettiva” anche se
nulla di tutto ciò ha a che vedere con condotte penalmente illecite. C’è infatti
chi, e forse a ragione, vorrebbe potere distinguere insicurezza da criminalità da
insicurezza “da altro”, sovente indicato come “degrado”, termine peraltro
fortemente equivoco. Purtroppo, nel governo del bene pubblico della sicurezza,
l’Amministrazione non può operare questa distinzione “formale”, quanto
giuridicamente ineccepibile. La realtà sociale si è costruita in modo tale da
omogeneizzare sotto la voce “sicurezza” realtà diverse. Al cittadino bolognese
che si lamenta della presenza massiva di prostitute sotto casa, politicamente non
ha alcun senso spiegargli che oggi in Italia prostituirsi è una condotta
penalmente irrilevante. O meglio: forse è utile spigarglielo, ma questo certo non
servirà a renderlo tranquillo. E lo stesso deve dirsi a proposito dei comitati di
cittadini esasperati di quanto succede di notte a Piazza Verdi e Pratello. In
quelle realtà di veramente criminale c’è ben poco, se non la presenza di un
prospero mercato di stupefacenti che, alla fin fine, è forse la realtà che allarma
di meno. In Piazza Verdi e al Pratello c’è ben altro e di più “intollerabile” per i
residenti e questo altro è il conflitto nell’uso dello spazio pubblico tra chi vuole
giustamente riposare e chi vuole, altrettanto giustamente, divertirsi. Di
criminale, alla fine c’è ben poco. E quel poco, anche quando grave (vedi il
recente tentativo di stupro in un locale, le frequenti risse tra spacciatori e
alcolizzati e altre gravi violenze commesse nei confronti di alcuni residenti) non
è certo la sola cosa né la prevalente che spiega la problematicità di Piazza Verdi
e Pratello. Di fatto, però, se questi territori del centro storico vengono
progressivamente sofferti come “inospitali” e da molti anche “infrequentabili”
se non per necessità, è possibile che subiscano processi di “desertificazione
selettiva” e ciò può anche determinare o favorire nel tempo il diffondersi di
fenomeni criminali. Ma comunque, per chi ha responsabilità di governo di
Bologna, piazza Verdi e il Pratello sono un sofferto problema sia pure non
prevalentemente criminale. La sicurezza, come già si diceva, è lo spazio
tematico di risulta dei problemi non altrimenti risolti. E sotto quest’ottica alla
fine l’Amministrazione dovrà farsene carico. Quindi – e sul punto concludo – il
governo del bene pubblico della sicurezza è più ampio, molto più ampio di
quello a rigore definibile come sicurezza dalla criminalità.
5.2. C’è bisogno di prevenire, ma anche di reprimere
Affermazione ovvia. Ma stante che nel nostro sistema giuridico
l’Amministrazione comunale ha competenze quasi esclusivamente di natura
preventiva, l’ovvietà si traduce sovente in equivocità, come quando si afferma
che il governo del bene pubblico della sicurezza a livello locale si deve limitare
a sole azioni di prevenzione.
La risorsa preventiva è necessaria, ma non sufficiente per un’azione
efficace di governo della sicurezza. Esattamente come la risorsa reattiva è
necessaria, ma non sufficiente. Il problema – perché di problema trattasi e non
di facile soluzione nella pratica quotidiana – è che la titolarità della necessaria
“vis repressiva” appartiene istituzionalmente ad agenzie autonome e “distanti”
dall’Amministrazione comunale. Ragionare nel senso che ognuno faccia il
proprio dovere e alla fine tutto si risolverà è semplicemente illusorio. La realtà
ci dimostra esattamente il contrario: alla fine, così operando, non si esprime
nessuna capacità di governo dei problemi. E questo è un serio problema.
Bisogna “fare di necessità virtù”: pur nella distinzione di funzione e di
competenze, polizie di Stato e servizi comunali (ma non ometterei neppure il
Potere giudiziario) devono trovare le modalità più appropriate per operare in
maniera coordinata, facendo riferimento ad una sola “cabina di regia”. E questo,
non solo a Bologna, ma ovunque in Italia non si è ancora dato. E forse nel
medio periodo, se non interverranno eventi “eccezionali”, neppure si darà.
La scelta di operare attraverso “politiche integrate di sicurezza” è stata
quindi una necessità. Certo avvertita in modo particolare dalle Amministrazioni
Comunali, ma in un primo momento non “ostacolata” dai vertici nazionali delle
Polizie di Stato e dal Governo nazionale. Lo strumento adottato
pionieristicamente prima a Modena, poi diffusosi “a cascata” un po’ ovunque, è
stato il Protocollo o Contratto di Sicurezza. Il Comune di Bologna, da ultimo,
ha siglato il suo primo Contratto di sicurezza con la Prefettura di Bologna
nell’ottobre del 2005. Lo strumento del Contratto o Protocollo di sicurezza si è
rilevato in generale uno strumento valido. Il contenuto dello stesso è più o meno
ovunque il medesimo: intese volte ad integrare l’azione delle Polizie di Stato
con quelle della Polizia Municipale; momenti di formazione congiunta tra
agenti delle Polizia di Stato, della Polizia Municipale e operatori dei servizi
sociali; iniziative congiunte sul fronte dell’educazione alla legalità; reciproca
informazione su dati di comune interesse e poco altro. Accanto a questo
strumento “contrattuale” e alla presenza del Sindaco nel Comitato per l’ordine e
la sicurezza (organo consultivo prefettizio), “di fatto”, in diverse realtà – tra le
quale da ultimo anche Bologna – si sono sperimentati anche con un qualche successo momenti di consultazione tecnica ed operativa, attraverso incontri
periodi di dirigenti dei rispettivi Gabinetti su questioni specifiche. In molte
realtà – compresa Bologna nel presente momento – si sono creati rapporti di
“cordiale collaborazione” tra i Palazzi.
E’ scontato che bisogna proseguire lungo questa strada e andare
progressivamente anche oltre, ove possibile.
E’ importante però tenere presente che da più parti e già da tempo si
registrano con una certa sofferenza anche i limiti di questa strategia di
integrazione. In buona sostanza pare che più di tanto non si riesca a procedere
nelle intese e nella integrazione dei distinti servizi. Le intese e le integrazioni si
fermano prudentemente alle soglie del potere decisionale in tema di ordine
pubblico, sempre rivendicato ineccepibilmente di riserva esclusiva delle agenzie
statuali. E quindi siamo lontani secoli-luce da un’unica “stanza di regia” nel
governo del bene pubblico della sicurezza a livello locale.
5.3. Si fa presto a dire “prevenzione”
Se “prevenire” vuol significare “venire prima” del determinarsi di un certo
evento o fenomeno, le politiche di prevenzione della criminalità e di altre
condotte ritenute nocive o indesiderabili sono tutte quelle volte a fare sì che
questi eventi nocivi ed indesiderabili non si realizzino, intervenendo appunto
prima che originino. Detto così, tutto è o può essere prevenzione.
5.3.1. La prevenzione penale
I sistemi di giustizia penale moderni si legittimano universalmente per
perseguire finalità di prevenzione del delitto. Prevenzione della criminalità,
perché si confida che la punizione del criminale possa trattenere i potenziali
violatori della norma penale dal delinquere; perché la sanzione penale mette
nell’impossibilità di ulteriormente delinquere chi è stato giudizialmente
riconosciuto colpevole di un delitto; perché la pena consiste in un trattamento
volto alla rieducazione del criminale; ed infine prevenzione come funzione
espressiva della pena nella produzione di integrazione sociale.
Che il sistema di giustizia penale sia riuscito a raggiungere, anche
parzialmente, questi obbiettivi di prevenzione è dubbio. Personalmente, sul
fondamento delle numerose ricerche empiriche volte a verificare se gli scopi del
sistema penale si siano e in che misura realizzati in funzioni materiali di
prevenzione, propendo per una risposta negativa.
Di diversa specie e di remota origine, si definiscono pure orientate a scopi
di prevenzione criminale le misure di prevenzione ante delictum che consistono
in limitazioni della libertà personale o patrimoniale - e quindi sofferte come
“pene di fatto” - inflitte a chi è “sospettato” di essere socialmente pericoloso,
senza che si possa provare giudizialmente in capo a questi alcuna azione
criminale. Insomma: “pene” comminate senza delitto e processo. La natura
fortemente antiliberale di questi provvedimenti finalizzati a garantire l’ordine
pubblico attraverso un’azione di disciplina sociale svincolata dalle garanzie
formali del sistema penale, da ragione della critica intransigente che la cultura
garantista ha da sempre rivolto a questo mascheramento di funzioni repressive
attraverso il linguaggio della prevenzione criminale.
5.3.2. Prevenzione come azione politica
A fare corso dalle seconda metà del diciannovesimo secolo, il tema della
prevenzione del delitto è stato al centro delle proposte dei movimenti politici
progressisti e rivoluzionari: polemica spesso aspra tra chi posticipava
all’avvento della nuova società senza classi la soluzione definitiva della
questione criminale, e chi invocava le politiche delle riforme come unico
“sostitutivo” alla repressione penale del delitto.
Quel dibattito ci appartiene, nel senso che le politiche dello Stato sociale
nei confronti della criminalità, con diversa accentuazione e sottolineatura,
ancora si muovono nel solco interpretativo della criminalità come “effetto” delle
disuguaglianze e contraddizioni sociali, per cui solo nella rimozione o soluzione
di queste è possibile prevenire il delitto. Insomma: più giustizia sociale e meno
delitto. O altrimenti espresso nella sua accezione più radicale: «Socialismo o
barbarie».
Facile mostrare come l’ottimismo che ispira questa fede nella prevenzione
criminale sia sovente ingenuo, nell’assunzione alquanto meccanicistica di un
stretto rapporto causale tra benessere, giustizia sociale e criminalità. Purtroppo
paesi ricchi e a sviluppato welfare conoscono spesso indici di criminalità
superiore, per quanto spesso qualitativamente diversi, da quelli registrati in
nazioni in via di sviluppo; e poi, per la maggiore parte dei paesi occidentali,
l’aumento della ricchezza, dello sviluppo e della giustizia sociali non sono stati
accompagnati da una diminuzione della criminalità. Anzi.
Certo un rapporto tra politiche sociali ed economiche, disagio sociale e
criminalità esiste, ma non nella forma lineare cara al pensiero positivista
ottocentesco di salari più alti, meno disoccupazione, più istruzione … uguale:
meno criminalità.
Quindi, anche per questa diversa prospettiva, che coniuga prevenzione
criminale con sviluppo sociale non si definisce lo spazio tematico di quanto
oggi chiamiamo “prevenzione”.
5.3.3. La “nuova prevenzione”
Liberato così il campo dalle “altre” prevenzioni, oggi internazionalmente si
definisce azione di “nuova” prevenzione quella che si dimostra capace nei fatti
di ridurre la frequenza di determinati comportamenti indesiderati, non sempre e
necessariamente definiti come criminali, ricorrendo a soluzioni diverse da
quelle offerte dal sistema di giustizia penale.
Gli elementi qualificanti di questa nozione di prevenzione criminale sono
pertanto tre: 1.) riduzione della criminalità; 2.) senza fare ricorso al sistema
della giustizia penale; 3.) e verificabilità empirica dell’obbiettivo raggiunto.
Una definizione assai ampia e alquanto generica, sotto cui si possono
ricomprendere cose assai diverse. L’elemento originale di questa nozione di
prevenzione è costituito dalla pretesa verificabilità empirica dell’azione di
prevenzione; mentre l’elemento negativo del non ricorso alla giustizia penale in
verità dice assai meno di quanto possa sembrare.
Di questo modo di intendere la prevenzione sono state fornite diverse
interpretazioni.
5.3.3.1. La prevenzione situazionale
E’ possibile rendere un quartiere o un caseggiato più sicuri dalla
criminalità elevando quei dispositivi di sorveglianza che rendono più difficile la
commissione dei delitti e/o più facile la difesa delle vittime, senza in alcun
modo intervenire sulle cause della criminalità.
I mezzi, una volta che si decida di utilizzarli, non mancano: più presenza
della polizia e di polizie private, dispositivi di sorveglianza televisiva e
elettronica, sistemi di allarme diffusi, ecc.
Se si vuole, un quartiere o un rione possono essere “fortificati”, ove - certo
- è più facile respingere l’assalto della criminalità. Ma questo - ove fossimo
disposti a pagare il prezzo di vivere in una dimensione sociale di massima
sicurezza - può realisticamente realizzarsi in spazi sociali contenuti e per tempi
limitati. Non è possibile fare di una metropoli moderna una città fortificata
contro il delitto; l’attenzione nella sorveglianza di un quartiere urbano o meglio di un rione non può essere protratta oltre un tempo ragionevole. Ne va di mezzo,
altrimenti, la sopravvivenza della città, del quartiere, del rione.
Illusoria è quindi la prevenzione quanto confida in sole soluzioni
tecnologiche; ingenua, anche, perché un’azione di prevenzione situazionale di
questo tipo rischia di rendere momentaneamente più sicura un’area
metropolitana a scapito di quelle limitrofe, ove finirebbero per riversarsi quote
addizionali di criminalità. Ma spesso anche controproducente sui sentimenti
collettivi di insicurezza: affatto paradossalmente più controllo e sorveglianza
possono tradursi in una diminuzione della illegalità “nascosta” a favore di
quella “manifesta”.
Con ciò certo non si vuole sostenere che non si debbano anche
sperimentare politiche di prevenzione situazionale, solo che non è prudente
confidare solo ed unicamente in queste.
5.3.3.2. La prevenzione comunitaria
E’ anche possibile rendere un quartiere più sicuro dal crimine attivando e
potenziando il controllo sociale del territorio da parte di chi lo abita, al fine di
realizzare una sorveglianza diffusa e partecipata. L’immagine quindi non è più
quella della città fortificata, ma della società civile che si trasforma in rete, in
cui le informazioni circolano velocemente e in cui nulla sfugge.
Il riferimento decisivo è pertanto alla nozione, anch’essa in verità ambigua,
di comunità come insieme di persone che condividono a volte una medesima
situazione, altre i medesimi interessi o valori.
Le ipotesi realizzate che più direttamente si richiamano a questa strategia
di prevenzione si muovono all’interno di un arco di soluzioni abbastanza ampio:
dalla creazione di collettivi di cittadini organizzati in azioni di vigilanza (del
caseggiato, della scuola, del centro sportivo, del parco), all’organizzazione di
veri e propri gruppi privati di autodifesa (ad esempio i negozianti di una
determinata strada contro i rischi di attentati alle loro proprietà; collettivi di
donne contro i rischi di violenza sessuale o di spaccio di droga ai minori in certi
locali o in altri luoghi pubblici).
Non credo si debbano nutrire preconcetti negativi nei confronti di queste
esperienze, anche se è innegabile che bisogna esaminarle attentamente, caso per
caso. Il rischio infatti che queste manifestazioni spontanee di prevenzione
nascondano tentativi inaccettabili di supplenza di funzioni repressive (e non
preventive) da parte della società civile è sempre presente e non deve essere
sottovalutato. Ma di più: le esperienze condotte in questi ultimi tempi di azioni
di prevenzione comunitaria hanno mostrato la loro scarsa efficacia preventiva nei confronti della criminalità. Meglio: hanno mostrato come questa attenzione
sociale diffusa sia in grado di prevenire le azioni trasgressive di minore conto,
spesso neppure criminali, ma di solo disturbo del quieto vivere, come alcune
azioni vandaliche e di piccolo teppismo. Con un effetto singolare, però, e di non
trascurabile importanza: relativamente inefficaci nel prevenire il delitto, le
azioni di prevenzione comunitaria producono invece rappresentazioni sociali di
maggiore sicurezza. Insomma: la comunità si sente più sicura dal delitto, anche
se probabilmente non lo è.
5.3.3.3. La prevenzione sociale
Infine le politiche di nuova prevenzione sono state tematizzate anche nel
senso più ampio di azione sociale. Le “azione di prevenzione sociale” si
realizzano in programmi di intervento sociale e assistenziale generali, i cui
destinatari spesso non sono precisamente individuati e neppure spesso
individualizzabili. Qualsiasi intervento volto a migliorare le condizioni di vita -
sia in senso economico, abitativo, culturale, ecc. - rivolto nei confronti di
un’utenza disagiata, o nei confronti di un territorio definito, è indubbiamente
anche azione di prevenzione criminale. Garantire un’abitazione e un lavoro ai
nuovi immigrati certo aiuta alla integrazione sociale degli stessi nella città;
investire in corsi di formazione professionale è utile alla integrazione dei
giovani nel mondo del lavoro; organizzare attività ricreative e sportive, può
servire ad allontanare i giovani dalla strada; interessarsi nel recupero sociale dei
detenuti attraverso una azione di assistenza post-penitenziaria, è qualche cosa
che può contrastare gli effetti criminogeni del carcere. Tutto vero: ma quanto
ciò possa tradursi in azione di prevenzione, nessuno mai potrà saperlo.
Purtroppo la non verificabilità degli effetti preventivi di questo tipo di
azione sociale finisce per delegittimare sovente l’azione stessa: infatti, anche se
probabilmente in grado di produrre sicurezza, difficilmente è in grado di
produrre sentimenti collettivi di sicurezza. La crisi spesso sofferta da questa
strategia preventiva in buona parte dipende, nelle difficoltà economiche delle
stato sociale, dalla circostanza che essa non incontra consenso sociale proprio
perché “non appare” immediatamente utile a garantire più sicurezza.
5.3.3.4. Eppure, nonostante tutto …
Come oggi si constata a livello internazionale, la maggior parte delle
politiche di prevenzione naviga tra un eccesso di specializzazione e una troppo
grande genericità. Infatti: le azioni di prevenzione situazionale e comunitaria in
quanto dirette verso devianti virtuali nel tentativo di influenzare positivamente
le loro condotte finiscono per sviluppare una strategia puramente “difensiva”, di
cui è sovente dubbia l’efficacia preventiva. Al contrario, le azioni sociali di prevenzione rischiano di essere “offensive” ma non mirate, in quanto
aggrediscono un disagio sociale ampio, certo lenibile, ma difficilmente
risolvibile; e soprattutto non possono sempre dare prova “empirica” di efficacia
preventiva.
Eppure, nonostante tutto, la cultura e le prassi di prevenzione sono gli unici
strumenti nella “scatola di attrezzi” delle Amministrazioni locali per governare
l’insicurezza urbana. E solo nella sapiente e a volte fortunata combinazione
delle diverse azioni di prevenzione che possiamo alla fine confidare. Altro, per
ora, non ci è dato mettere in campo, semplicemente perché altro non c’è.
Ma come valorizzare al massimo questa risorsa?
Penso che la oramai vasta letteratura critica sulla prevenzione, possa offrire
alcuni validi contributi.
Cominciamo intanto con fare tesoro di due acquisizioni critiche:
1. Oggi si concorda che l’azione di prevenzione criminale deve
privilegiare la dimensione “locale”, la più decentrata possibile: il riferimento
più raccomandato è il “quartiere”. Ma bisogna intendersi sul significato di
questa scelta. Se con essa si vuole negare efficacia ad una strategia preventiva
imposta dall’alto, come potrebbe essere una politica nazionale di prevenzione
criminale, non si può che convenire. Serie perplessità invece susciterebbe una
strategia preventiva che pretendesse di esaurirsi a livello locale. Più corretto
invece cogliere l’essenzialità del rapporto tra dimensione locale e dimensione
centrale, come potrebbe essere tra un quartiere e l’Amministrazione comunale,
nel senso che l’azione di prevenzione è agita sempre “localmente”, ma deve
dialogare con un “polo centrale” che sia in grado di finanziare, coordinare,
correggere e soprattutto indicare le linee strategiche di fondo, nonché di valutare
l’efficacia dell’azione stessa.
2. L’azione di prevenzione è efficace se in grado di mobilitare la
gente. Certo, se con ciò si vuole intendere che intorno all’azione di prevenzione
è necessario suscitare ampio consenso sociale. Più prudente deve invece essere
il giudizio se si vuole intendere che l’azione di prevenzione debba essere agita
sempre direttamente dalla collettività e/o con la collettività interessata.
Quantomeno è prudente non farsi eccessive illusioni. Non c’è chi non veda
come oggi, in particolare nella grosse concentrazioni metropolitane, sia
problematico potere contare sulla condivisione diffusa di quel patrimonio di
valori che consente di parlare correttamente di “comunità”. E sotto altri aspetti,
forse non è neppure auspicabile che questa condivisione si produca. La
mobilitazione della gente sui progetti di prevenzione spesso si costruisce sul
solo elemento negativo della “paura” della criminalità. E noi sappiamo come
non sempre la rappresentazione allarmata del crimine coincida con la realtà.
Alcune volte l’allarme è più diffuso tra chi di fatto è meno esposto al rischio di
essere vittima; e, altre volte, si verifica anche il contrario: dove c’è più rischio
può esserci meno paura. Insomma: se la paura collettiva della criminalità va
presa seriamente in considerazione, non è sulla sola paura che si deve costruire
consenso nelle politiche di prevenzione criminale. Bisogna tenere distinta
l’azione di prevenzione che cerca di ridurre il rischio e quindi rendere le città
più sicure e quegli interventi che riescono a fare sentire più sicura la collettività,
senza peraltro renderla tale.
5.4. La riduzione del danno
Le strategie di “riduzione del danno”, originariamente tematizzate e
sperimentate nelle politiche di prevenzione, cura e riabilitazione delle
tossicodipendenze, poi diffusesi come modalità di approccio nei confronti di
molte altre problematicità, nel contesto italiano ancora oggi, dopo più di
vent’anni di applicazione, dividono il sistema politico e la stessa opinione
pubblica. Il contrasto origina da soli pregiudizi “ideologici” che alla fin fine da
opposte sponde equivocano sul senso proprio della riduzione del danno.
La riduzione del danno è un approccio utile alla gestione di alcuni conflitti
o situazione problematiche senza in alcun modo pregiudicarne l’esito voluto,
cioè è un metodo d’agire che lascia “aperta” l’opzione finalistica che si vuole
imprimere all’azione. Ridurre il danno della tossicodipendenza in verità
significa solo contenere i costi sociali e personali che una certa costruzione
sociale della droga produce, costi sociali e personali che si aggiungono a quelli
comunque “connessi” alla dipendenza da sostanze stupefacenti. Insomma: se si
vuole utilmente farsi carico dei problemi (fisici, psichici, relazionali, ecc.) del
tossicodipendente è importante “liberarlo” sia pure solo in parte di altri che
sovente solo “artificialmente” aggravano ulteriormente la situazione già di per
sé complicata e sovente compromessa. E così, ad esempio, distribuire
gratuitamente siringhe sterili non risolve certo il problema della dipendenza, ma
può ridurre il danno sanitario ulteriore di gravi infezioni che un eroinomane
sovente corre per l’uso di siringhe infette. Se questa è la riduzione del danno,
allora questo approccio non solo è utile, ma “doveroso” sempre ed ovunque.
Negarlo è una semplice follia “ideologica”.
Molti, moltissimi problemi di cui dobbiamo farci carico nel governo del
bene pubblico della sicurezza sono problemi irrisolvibili, nel senso che non
possediamo la “ricetta” capace di dare sempre e comunque a questi una
soluzione positiva. A ben vedere la medesima situazione caratterizza qualsiasi
servizio sanitario: le malattie che si possono guarire sono assai poche rispetto a
quelle che si debbono comunque curare. Curare, cioè farsi carico di chi soffre di
una infermità senza avere la capacità di guarirlo, che altro è, se non operare al
fine di ridurre, contenere, lenire le sofferenze, cioè i danni dell’infermità?
Quindi: sempre, dovunque e in primo luogo, ridurre i danni. E’ il contenuto
specifico del giuramento di Ippocrate. E allora non si vede perché di fronte a
quanto determina insicurezza oggettiva e soggettiva – cioè provoca sofferenza -
non ci si debba impegnare per ridurne e contenerne il grado, l’intensità. A meno
che non si sia preda di quella follia “ideologica” di onnipotenza che ci porta a
credere che possiamo sconfiggere la criminalità, indurre i giovani ad astenersi
per sempre dalle sostanze e a condurre un’esistenza morigerata e virtuosa,
convincere i maschi a non frequentare le prostitute, ecc., semplicemente
confidando che basti vietare le condotte e punire i trasgressori. E non affermo
certo che non sia necessario vietare anche alcune condotte socialmente nocive e
punire anche e severamente gli eventuali trasgressori. Non sono un ingenuo. Ma
appunto perché non lo sono, da “realista” sono consapevole che si vietano
alcune condotte nocive e si puniscono i trasgressori non perché si creda di
risolvere i problemi, ma proprio perché si è consapevoli di non essere in grado
di risolverli.
5.5. La nuova frontiera della mediazione
Delle diverse letture che la dottrina offre del "perché" dell'emergere,
almeno a fare corso dalla decade degli anni settanta, della mediazione nei
sistemi di controllo sociale uno più di altri mi convince: il modello riparativo-
mediatorio si sarebbe sviluppato - per effetto di una connaturata tendenza
entropica dei sistemi di produzione di ordine - oltre i confini dell'ordine stesso.
Esso quindi sarebbe germogliato imprevedibilmente in territori sociali
progressivamente abbandonati dai sistemi formali di produzione di ordine.
Sappiamo che intere “provincie” vengono lasciate di fatto sguarnite di ogni
presidio effettivo offerto dalla legalità: il limite oltre il quale Hic sunt leones
ritaglia a macchia di leopardo spazi sociali disomogenei e diversi ove l'ordine
legale non si produce più. E in questi spazi "spontaneamente" germoglia o può
germogliare un diverso ordine.
Il dominio del sistema di controllo sociale è insomma troppo vasto per
potere essere mantenuto, e pertanto metaforicamente sembra dovere esso pure
rispondere alla seconda legge della termodinamica. Ciò che si produce al di
fuori di esso, e a volte anche contro di esso - negli spazi del crescente disordine
- richiama alla mente veri e propri processi di rifeudalizzazione dei rapporti
sociali. Conflitti e violenze intrafamiliari e nei rapporti di vicinato, degrado
sociale, vandalismi, micro-criminalità nelle periferie metropolitane, intolleranze
razziali producono sofferenze da vittimizzazione diffusa che si traducono in
domande altrettanto diffuse di riaffermazione normativa, esse stesse poi
inevase.
In questo contesto politico di dissoluzione, è quindi possibile assistere all'emergere di dinamiche sociali che si pongono come obbiettivo quello di
responsabilizzare la società civile, di re-staurare capacità e virtù di
autoregolamentazione dei conflitti che beneficiano di un ampio capitale di
"simpatia sociale".
La messa in scena pubblica della mediazione si colloca così in questo
scenario di ampia adesione consensuale alla "presa in carico" "informale" delle
situazioni problematiche di fatto abbandonate dai sistemi formali di controllo.
La sua crescita "spontanea" e "disordinata", investe segmenti diversi e
disomogenei di presa in carico delle problematicità, attraversando i confini
formali dell'ordine legale "tradizionale". Su tutto sembrerebbe potersi dispiegare
felicemente.
La retorica giustificativa del suo imporsi è socialmente accattivante:
informale, dolce, intelligibile, semplice, di prossimità... sono termini di un
lessico costruito sul genere "femminile" contro quello "maschile" di una
giustizia formale, dura lex, incomprensibile, complessa, distante.
Tutto il bene e tutto il male che si può dire della mediazione si gioca
intorno a questo suo originario e primitivo fondarsi su un modello consensuale
contra quello conflittuale dei rapporti sociali. Le simpatie e le diffidenze, gli
amori e gli odi che ci dividono di fronte a questa esperienza si radicano in
sostanza su questo decisivo punto.
Si può così convenire che l’altra" giustizia (che correttamente "giustizia"
non è e neppure gradisce esserlo) ha successo nella gestione delle situazioni
problematiche che socialmente sono costruite, e pertanto avvertite dagli attori
sociali coinvolti, come "disagi" e "sofferenze" e non come "conflitti". Insomma:
aree di disordine "non conflittuale" o comunque di "contenuta conflittualità".
Situazioni problematiche certo, spesso produttrici anche di grande sofferenza e
di esteso disagio negli attori sociali coinvolti, ma che socialmente non sono
avvertite come "minacciose" e "contestatrici" dell'egemonia dell'ordine
normativo statuale su cui si cementa il patto di cittadinanza.
Lo spazio di praticabilità di una "gestione del conflitto tra le parti private" è
quindi in ragione di quanto la struttura sociale sia condivisa come stabile, di
quanto, in diverse parole, quella determinata situazione problematica sia
sofferta solo "privatamente". Ed è oltremodo significativo che i contesti
nazionali ove per prima e più diffusamente si è sviluppata l’esperienza della
mediazione sono quelli in cui la struttura e l'ordine sociali sono fortemente
condivisi, ovvero in quelli in cui, per ragioni certo diverse, culturalmente lo
Stato è assai debole e pertanto il conflitti difficilmente sono "pubblicizzati".
In queste ultime due decadi la mediazione ha fatto molti proseliti. Anche
in Italia. La mediazione è apparsa come la panacea di tutti i mali sociali:
mediazione penale, sociale, di comunità, dei conflitti, di prossimità, ecc.
Purtroppo al successo “mediatico” non ha fatto seguito ancora un altrettanto
adeguato grado di professionalizzazione da parte di chi si offre come
“mediatore”. Ancora troppe indirizzi, troppe “scuole” e filosofie di fondo,
insomma troppa confusione e molto dilettantismo. Insomma: la mediazione è
una risorsa forse utile e preziosa anche nel governo del bene pubblico della
sicurezza, ma è ancora difficile potersene avvalere con relativa sicurezza.
Etichettare un servizio come “mediazione” e reperire sul mercato soggetti che si
professano mediatori è relativamente facile e anche gratificante. Ma che cosa si
celi, al di là delle parole, sotto quell’etichetta è per me qualche cosa di
relativamente indefinito. Confesso che questa valutazione diffidente è
certamente anche frutto di ignoranza, di cui doverosamente faccio ammenda.
Ma, oserei dire: “anche” e “non solo”.
LE “RICADUTE” AMMINISTRATIVE
La storia delle politiche di sicurezza a Bologna si è svolta
amministrativamente in questa ultima decade sotto diversi criteri organizzativi,
imputabili a distinti mandati politici.
Quanto riceve “in dote” la presente Amministrazione comunale è, a livello
di organizzazione amministrativa, una struttura determinatasi per
sedimentazione progressiva.
In questa seconda parte del Rapporto, mi impegno a considerare - sulla base di
quanto esaminato nella prima parte - quali dovrebbero essere le “ricadute”
amministrative del governo del bene pubblico della sicurezza a Bologna nel
presente mandato politico-amministrativo, con attenzione a quanto già c’è, perché
ereditato dal passato e a quando deve essere invece cambiato e innovato.
Potrò solo suggerire alcune ipotesi di massima tra quelle che mi sembrano
più efficaci e rispondenti alle presenti necessità di governo del bene pubblico
della sicurezza a Bologna, assumendo ovviamente come “punti fermi” le scelte
politiche in tema di sicurezza esplicitate nelle linee di mandato dalle presente
Amministrazione.
1. - “LA FRECCIA E IL TALLONE
DI ACHILLE”
Ripeto in termini più approfonditi quanto ho già accennato nella
introduzione.
Dopo quindici mesi di intenso lavoro all’interno dell’Amministrazione del
Comune di Bologna, ho progressivamente maturato questa convinzione.
La macchina amministrativa comunale è capace di operare se e in quanto
messa in condizione di agire funzionalmente rispetto ad una sfera
predeterminata di competenze e con riferimento a servizi tecnico-professionali
già attivi e affidabili.
Pertanto l’input politico che deve arrivare al sistema amministrativo perché
questo passa rispondere con un grado soddisfacente di adeguatezza deve essere
“formulato” nei termini di “comprensione” e di “leggibilità” dal sistema stesso.
Il che significa, quantomeno, che l’input faccia riferimento ad un’azione
attivabile da un ufficio competente attraverso un servizio già operante. Se
questo non si determina il sistema amministrativo non registra l’input, o lo
registra, ma lo riconosce come incongruo e pertanto non si attiva, ovvero
risponde erroneamente e confusamente.
Il problema si pone, determinando sofferenza, quando l’input politico
risulta illeggibile o equivoco dal sistema amministrativo stesso.
Purtroppo l’emergenza sicuritaria determina ancora – e non so dire per
quanto ancora – la produzione di input politici non immediatamente congruenti al sistema di attivazione amministrativa. L’ipotesi più ricorrente si presenta nei
confronti di domande di azione amministrativa complesse che comportano una
radicale trasversalità rispetto all’assetto delle competenze assessorili esistenti.
Da qui la mia osservazione critica di fondo: il governo locale del bene
pubblico della sicurezza necessita di progettualità “originali” che si
costruiscono sovente “disarmonicamente” rispetto all’assetto “tradizionale”
delle competenze.
Gli esempi che si possono addurre sono sotto gli occhi di tutti.
Partiamo da un esempio tra i più semplici: la decisione di operare lo
sgombero di immigrati clandestini o irregolari sul Lungoreno. Questo intervento
necessita il coordinamento e la regia di diversi uffici e servizi. In primo luogo,
la problematicità dell’insediamento abusivo deve trovare un servizio capace di
offrire e in tempo utile le coordinate precise della situazione che si vuole
affrontare: non solo quanti sono gli occupanti, ma di quale provenienza o etnia;
quanti sono i minori, le donne incinta o con bambini a carico; se tra la
popolazione ci sono alcuni sospettati di avere commesso reati e quali, ovvero se
ci sono persone già prese in precedenza in carico dai servizi comunali; ma di
più: la comunità di immigrati qui in oggetto deve essere già stata avvicinata da
servizi appositi capaci di valutare realisticamente quanti saranno coloro che
tenderanno fare resistenza allo sgombero, quanti invece si renderanno
irreperibili, quanti accetteranno pacificamente una diversa soluzione abitativa,
quanti nel breve e medio tempo dovranno essere espulsi, quanti e chi sia pure
irregolarmente sta svolgendo un lavoro “lecito”, chi si sospetta sopravviva di
altri espedienti meno leciti, ecc. Sulla base poi di queste necessarie informazioni
è necessario eventualmente concordare con la Prefettura le modalità di
intervento delle Polizie di Stato. La Polizia municipale dovrà poi coordinarsi
con l’azione delle Polizie di Stato e con gli operatori dei servizi sociali e sanitari
e non “in astratto” ma con riferimento all’azione di sgombero in oggetto. Prima
di operare lo sgombero, dovrà essere determinato il luogo e le strutture del
nuovo insediamento: per quanti, per chi, a che condizioni, ecc. Nel frattempo è
necessario avere già messo a punto un progetto di diversa destinazione dello
spazio pubblico “liberato”: quale progetto, a chi affidarlo, con quali risorse, con
quali tempi di realizzazione, con quali garanzie che nel frattempo lo stesso
spazio non venga altrimenti occupato illecitamente, ecc. E mille altri piccoli e
grandi problemi di dettaglio.
Un esempio, invece, estremamente complesso: come procedere al
“risanamento” di Piazza Verdi e dintorni. Essendomene occupato
specificatamente all’inizio del mio incarico di consulenza credo di potere
parlare con cognizione di causa. Il progetto che allora proposi all’attenzione del
Sindaco, contava più di venti diversi settori o campi di azione. Da quello del
riassetto commerciale, a quello dei servizi igienici; dal coordinamento con l’Università, Teatro Comunale, Pinacoteca, Conservatorio, ecc. per la
rivitalizzazione culturale dell’area, agli interventi strutturali di ristrutturazione
degli edifici pubblici; dalla illuminazione di alcune strade, alla chiusura al
traffico di altre; dall’azione di videosorveglianza contro lo spaccio e altre forme
di criminalità, alle politiche di riduzione del danno nei confronti dell’abuso di
alcolici e droghe; dalle politiche di mediazione dei conflitti tra giovani e
residenti e tra residenti e negozianti, alle iniziative di educazione alla legalità,
alle politiche urbanistiche volte a dislocare in alcune aree periferiche i centri
sociali giovanili; ecc. Venti e più campi di azione che, almeno nelle mie
intenzione, avrebbero dovuto essere tutti e contemporaneamente messi in azione
al fine di godere del vantaggio aggiuntivo della loro sinergia.
In questi due esempi – da quello semplice a quello complesso - ad operare
è l’intera macchina amministrativa comunale, e non certo un solo o pochi
servizi “specializzati”, unitamente ad altre e distinte amministrazioni (Polizie di
Stato, Università, imprese pubbliche o private, volontariato, ecc.).
La questione, a ben intendere, non è unicamente di coordinamento tra
servizi e agenzie diverse, che peraltro è già di per sé un problema organizzativo
di non sempre semplice gestione.
Il profilo più problematico è dato dalla disomogeneità tra le missions
(unitamente alle prassi “rodate”) dei singoli servizi e il “senso nuovo” che
l’azione di governo della sicurezza a quelle imprime. Un’azione che si declina
amministrativamente in momenti di parternariato, integrazione e
coordinamento, finisce per rendere sovente l’input politico iniziale distante e a
volte anche indecifrabile. E questo può alla fine tradursi in un’azione inefficace
o poco efficace.
Il grado di “disomogeneità” è in ragione quindi del livello di “originalità”
dell’azione di governo del bene pubblico della sicurezza. A volte quindi la
sofferenza che si registra è minima, perché la cultura e le prassi dei servizi sono
già educate e professionalizzate ad quel determinato modo di agire ed inter-
agire. Ma come ho cercato in più occasioni di spiegare, la natura stessa
dell’azione di governo della sicurezza risponde sovente solo ad una congruenza
progettuale contingente, appropriata a dare soluzione in quel momento, a quel
determinato problema e in tempi brevi.
Qualche esempio.
Questione prostituzione di strada. Questa emergenza ha oramai una sua
storia, a cui il sistema dei servizi ha nel tempo messo a regime alcune azioni di
governo. Prevalentemente si aggredisce il problema su due fronti: da un lato con
interventi di riduzione del danno (mappatura della prostituzione di strada,
avvicinamento delle operatrici del sesso mercenario da parte di servizi mobili, distribuzione di opuscoli informativi sulla prevenzione delle malattie
sessualmente trasmissibili, accompagnamento ai servizi sanitari, ecc.); dall’altro
lato, con azioni volte a contrastare la prostituzione coatta e pertanto interessate a
costruire percorsi assistiti di uscita dalla prostituzione stessa, avvalendosi anche
della normativa che consente alle prostitute straniere immigrate irregolarmente
di non essere espulse se ed in quanto disposte a collaborare e ad impegnarsi in
un programma di “uscita dalla prostituzione”. Queste politiche rinviano ad una
progettualità “pensata” con riferimento alle problematicità proprie che la
prostituzione di strada palesava solo alcuni anni fa. I nuovi flussi immigratori e
i processi di trasformazione del mercato della prostituzione hanno in breve
tempo mutato la situazione di fatto. Il mercato del sesso mercenario di strada è
oggi prevalentemente composta da giovani donne straniere, sempre più giovani,
molte addirittura minorenni, certamente sfruttare e schiavizzate, ma sempre più
determinate a rimanere comunque nel mercato del sesso mercenario e
consapevoli anche dei rischi che corrono. Gli operatori sanitari ci dicono, infatti,
che molte straniere prostitute si recano “spontaneamente” ai sevizi, se mai
accompagnate dallo stesso sfruttatore. Insomma: il target di riferimento ha
oramai già acquisito sufficienti capacità di contenere e ridurre i “danni
collaterali” all’esercizio della prostituzione. Nel contempo, le politiche di uscita
dalla tratta, nei fatti non decollano. Certo, un numero consistente di ragazze
viene prese in carico dai servizi a questo deputati, ma alla fine l’offerta che
questi possono realisticamente prospettare (vale a dire, nella migliore delle
ipotesi: un inserimento lavorativo come badanti, infermiere, operaie, ecc.) non è
in alcun modo “elegibile” se messo a confronto con quanto possono, per quanto
sfruttate, illudersi di guadagnare attraverso la prostituzione. Così, dopo un
percorso di presa in carico per altro faticoso e anche costoso, molte, se non la
maggioranza, ritorna “sulla strada”. Ma in effetti, sempre meno “sulla strada”:
assistiamo infatti ad una significativa emergenza di una modalità meno
impattante di organizzazione del mercato del sesso, che tende progressivamente
a privilegiare quella più discreta dell’esercizio del meretricio domiciliare, come
peraltro è già da tempo avvenuto in molti altri paesi. Che alcune centinaia di
donne straniere siano oggi a Bologna sfruttate e schiavizzate da chi organizza
l’offerta del sesso mercenario è un dato di fatto. Ma è altresì un dato di fatto che
il modo di approcciare questa problematicità da parte dei servizi si palesa
progressivamente sempre più inefficace di fronte alle trasformazioni che nel
frattempo sono occorse al mercato della prostituzione. E’ quindi evidente che
bisogna cambiare strategia e in breve tempo. E quindi cambiare i servizi, il loro
modo di operare, la loro professionalità. E così un servizio appena
implementato e messo finalmente a regime già si palesa, a distanza di soli pochi
anni, inefficace se non inutile.
Un secondo esempio. Con la firma del protocollo di sicurezza con la
Prefettura (ottobre 2005), finalmente dovremmo perimentare – con tutte le
prudenze del caso – l’uso della videosorveglianza “attiva” in Piazza Verdi e
dintorni. Per arrivare a questa intesa ci sono voluti quasi dieci mesi, poi oggi scopriamo che non possiamo partire subito con l’ “esperimento” perché molte
telecamere sono state nel frattempo vandalizzate. Siamo ottimisti: a gennaio del
prossimo anno si partirà. Ma… nel frattempo lo spaccio della droga in Piazza
Verdi e dintorni è profondamente mutato. I puschers che fanno affari nello zona
universitaria oggi sono prevalentemente giovani minorenni. Una trasformazione
nel mercato largamente prevedibile. Gli stranieri minori non accompagnati sono
utilizzati proprio perché relativamente immuni da ogni sanzione detentiva e dal
rischio di espulsione. Ma sperimentare la videosorveglianza attiva per prendere
atto che chi spaccia è un soggetto nei cui confronti alla fine non possiamo fare
nulla, non lo ritengo né intelligente, né utile. Di fronte a questa repentina
trasformazione del mercato degli stupefacenti sarebbe necessario quindi un
diverso progetto che fosse in grado di scoprire gli “adulti” che comandano
questo esercito di bambini. E allora non so se l’uso della video-sorveglianza
come l’abbiamo pensata, serva effettivamente a qualche cosa. Insomma:
bisognerebbe pensare ad altro e diversamente, come, ad esempio, provvedere
unitariamente al Tribunale dei minorenni all’elaborazione di un diverso
progetto.
E gli esempi che potrei fare sono molti. In ognuno di questi si coglie la
cronica “sfasatura” tra progettualità, tempi e professionalità che si debbono
attivare e i processi e le loro trasformazioni che si vogliono disciplinare. Qui,
veramente, per usare una metafora giù utilizzata in precedenza, “la freccia
rischia di non raggiunge mai il tallone di Achille”. E’ chiaro che questa
sfasatura non potrà mai essere superata definitivamente, nel senso che è
congenita a qualsiasi azione di governo della realtà. Ma la questione non è tanto
che si arriva comunque “tardi” sul fenomeno, è che si arriva sovente quanto il
fenomeno è già cambiato, è “altro”. E sui “nuovi” fenomeni, si rischia neppure
di arrivarci.
Se la mia diagnosi ha un qualche fondamento, si tratta allora di
riconsiderare l’organizzazione amministrativa dei servizi attivabili nella
politiche di sicurezza perseguendo i seguenti obbiettivi:
.. L’informazione sulle diverse criticità deve giungere a
chi chiamato istituzionalmente a decidere, permanentemente,
dettagliatamente e con la massima sollecitudine.
.. Deve essere possibile avvalersi di un servizio, oggi
inesistente, che sia in grado di prospettare su ogni distinta e nuova
criticità una o più ipotesi di governo. Un servizio quindi “creativo”,
capace non solo di descrivere ed esaminare nel dettaglio i fenomeni,
ma capace di pensare progettualmente. Spetterà poi a chi ha
responsabilità di governo scegliere, modificare, censurare
discrezionalmente i progetti sulla base delle necessarie valutazioni di
opportunità politica.
.. Per dare spazio al momento progettuale, bisogna
alleggerire la macchina burocratica oggi finalisticamente organizzata
sulle politiche di sicurezza (Settore politiche per la sicurezza) di tutte
quelle attività che e in quanto oramai di routine, possono essere
meglio e più “fisiologicamente” governate all’interno dei distinti
assessorati o decentrate a livello di quartiere.
.. La delicata fase volta a arricchire della dovuta
“visibilità esterna” l’azione progettuale deve essere lasciata solo ed
unicamente nelle mani del Sindaco. L’azione di governo è infatti del
Sindaco e solo il Sindaco è centro di imputazione di responsabilità
politica nel governo della sicurezza. Questo comporta che chi ha
responsabilità di mantenere e tessere i canali di “comunicazione” con
la stampa e altri mezzi di comunicazione, sia capace di offrire
all’esterno sempre un’idea chiara, comprensibile e inequivoca.
.. La necessaria ricerca di condivisione politica “interna”
sulle distinte azioni dovrebbe limitarsi a quelle istituzionali: la Giunta
comunale, il Consiglio Comunale e gli incontri periodici con i
presidenti e direttori di quartiere. Quella c.d. “esterna” seguirà le
strade già praticate della mediazione politica.
.. L’azione progettuale anche nella sua articolazione
amministrativa fa comunque sempre capo al Sindaco o chi da lui
“tecnicamente” preposto, all’interno vuoi del Gabinetto del Sindaco,
vuoi del Settore politiche per la sicurezza. E’ scontato che in quanto
azioni integrate e coordinate, in ogni progettualità operino servizi che
fanno capo a distinti assessorati. Ma non mi sembra opportuno che
un’azione di governo della sicurezza sia, o appaia, riservata ad un
assessorato o ad un altro o a più assessorati. Il governo “politico” è
uno e uno solo e come tale deve anche amministrativamente essere ed
apparire.
2.- IL SINDACO E L’INTERFACCIA
AMMINISTRATIVA
Abbiamo già visto come il non avere delegato la sicurezza a livello
assessorile sia una delle scelte più qualificanti, da un punto di vista politico,
della presente Amministrazione. Il governo della sicurezza a Bologna è ora solo
nelle mani del Sindaco, mentre nella precedente Amministrazione era stato
delegato ad un Assessorato apposito e ancora prima, nella Giunta Vitali, la
delega era stata data all’Assessorato ai servizi sociali.
Il tema della sicurezza, oggi direttamente assunto dal Sindaco, comporta
problemi specifici rispetto al passato per quanto concerne non tanto il momento
propriamente politico (nel senso che è chiaro che a decidere è solo il Sindaco),
quanto alcuni e non semplici problemi si pongono a livello amministrativo,
esattamente nel rapporto funzionale tra fase decisionale e fase esecutiva.
Quale l’interfaccia amministrativo-esecutiva più efficace, quindi, alle
decisioni politiche del Sindaco in tema di sicurezza?
Da quello che ho potuto capire in questi mesi di lavoro a contatto
quotidiano con la macchina amministrativa comunale, mi sentirei di prospettare
due possibili scenari.
2.1. Il Gabinetto del Sindaco
L’ufficio amministrativo più “vicino” al Sindaco è il Gabinetto del
Sindaco. Dove “più vicino” sta ad indicare quanto “effettivamente” è, oggi.
Diciamo che il Gabinetto del Sindaco nella presente Amministrazione risulta il primo snodo amministrativo con cui il Sindaco controlla la macchina
burocratica del Comune.
Una prima scelta potrebbe essere pertanto questa: nel Gabinetto del
Sindaco è utile allocare l’interfaccia amministrativa competente alla sicurezza a
livello apicale.
Non entro nel merito se questa funzione debba e o possa essere svolta dal
capo-gabinetto o da altro dirigente. L’importante è che nel Gabinetto del
Sindaco ci sia chi abbia competenza e legittimità di attivare, coordinare e
ricondurre ad unità i diversi servizi “ubicati” nei diversi assessorati e nel
“Settore politiche per la sicurezza” al fine di dare esecuzione tecnico-
amministrativa alle scelte politiche operate.
Questa scelta è da un lato efficace. Lo è, perché il Gabinetto del Sindaco è
“di fatto” cabina di regia della macchina amministrativa, dove finiscono per
essere conosciute in tempo reale almeno le questioni più significative
politicamente. Posso solo ricordare che anche in altre Amministrazioni
comunali questa è stata la soluzione adottata.
Ma non è però la scelta più fisiologica, per lo meno nel presente assetto di
competenze del Comune di Bologna. Esiste infatti già chi dovrebbe fungere a
livello apicale da interfaccia amministrativo alle politiche di sicurezza: il
Direttore del Settore per le politiche di sicurezza.
2.2. La Direzione del Settore politiche per la sicurezza
Questa diversa soluzione suggerisce di “puntare tutto” sul Direttore del
settore alla politiche per la sicurezza. Ma ad una condizione, quella di una
competenza amministrativa apicale effettivamente esclusiva e fortemente
“visibile”, esercitabile solo “a tempo pieno”.
Così in questi quindici mesi non è stato. A volte il Direttore del Settore
sicurezza non era al corrente di quanto veniva deciso a livello di Gabinetto del
Sindaco; a volte si dava esattamente il contrario. Ed infine la presenza del
Direttore del Settore sicurezza sui temi della sicurezza è sempre stato “a tempo
parziale”, dovendosi istituzionalmente occupare anche di altro.
3. - IL SETTORE POLITICHE PER
LA SICUREZZA
3.1. “Stand by” e demoralizzazione
Il Settore politiche per la sicurezza nasce durante l’Amministrazione Vitali.
La delega alla sicurezza, come si sa, all’epoca era stata data all’Assessorato ai
servizi sociali; era pertanto fisiologico, da un punto di vista amministrativo,
“distinguere” alcuni servizi che mal sopportavano una loro “immediata”
inclusione/confusione con le politiche sociali in senso proprio. Venne pertanto
creato il Settore per le politiche di sicurezza i cui uffici furono ubicati in Piazza
XX settembre.
L’Amministrazione Guazzaloca mantiene, anzi potenzia, questo settore,
ulteriormente “sforbiciando” alcuni servizi originariamente appartenenti ad altri
assessorati. Il Settore viene potenziato e con pochi aggiustamenti amministrativi
“sopravvive” al cambio di governo della città fino ad oggi.
Quando ho dovuto scegliere un ufficio dove potere svolgere il mio incarico
di consulente alla sicurezza, ho scelto questo Settore. L’ho frequentato
assiduamente per quindici mesi.
L’impressione che ne ho ricavato è complessa: da un lato, come era da
attendersi, ho riscontrato (anche) la presenza di buone se non ottime intelligenze e
professionalità; dall’altro lato ho percepito lo stato di profonda demoralizzazione
che affligge i più, se non la totalità di chi vi lavora.
Con l’avvento della nuova Amministrazione il Settore Sicurezza è entrato in
stand by, in attesa di vedere che sarebbe successo. Sono passati due anni circa,
ma l’aria che si respira in Piazza XX Settembre è sempre quella di chi teme che
da un giorno all’altro dovrà fare le valige e emigrare in qualche altro ufficio
dell’amministrazione comunale. Di conseguenza: continuano con lentezza le sole
attività di routine, mentre la fantasia e l’entusiasmo progettuali si sono
progressivamente ridotti quasi a zero.
Peraltro i tagli al bilancio comunale ulteriormente penalizzano il Settore che
con estrema fatica e precarietà riesce a mantenere appena l’esistente. Di più non
riesce neppure a sognare.
La situazione “psicologica” determinatasi è comprensibile. Non penso che
convenga trascinare oltre questa situazione “penosa”. Si tratta, ed in breve tempo,
di dire chiaramente se si “chiude” ovvero se si “prosegue”, ma in che direzione e
con quali necessarie trasformazioni e risorse. Così, in verità, le cose non possono
continuare.
Confesso, che in alcuni momenti, io stesso sono stato preso da un sentimento
di sconforto e sinceramente ho pensato che la cosa migliore sarebbe stata la
soppressione del Settore, punto e basta. Ogni ufficio e servizio poteva o tornare
nella sua casa madre o essere altrimenti allocato presso un Assessorato di confine.
Che continuassero a stare tutti insieme sotto il cappello di un Settore, quando
oramai le competenze alla sicurezza erano nelle sole mani del Sindaco e
soprattutto quando ancora non era chiaro quale sarebbe stata la politica della
sicurezza di questa Amministrazione, non aveva alcun senso.
Ma alla fine, mi sono venuto convincendo che è importante che esista anche
in futuro il Settore Politiche per la Sicurezza, ma a condizione che esso si
trasformi e radicalmente.
3.2. Quale riforma?
Mi sono fatto un’idea. Di questa ovviamente me ne assumo la piena
responsabilità. Debbo solo precisare che me la sono fatta parlando e a lungo con i
responsabili dei distinti uffici del Settore. Sempre, e per ovvie ragioni di
correttezza, ho esternato a tutti “questa mia idea” e non ho registrato alcuna
obiezione di fondo. Mi sento di affermare che questa mia idea è sufficientemente
condivisa.
L’ipotesi di riforma radicale del Settore Sicurezza che voglio proporre si
fonda su due criteri di metodo: alleggerimento, da un lato, portando o ri-portando
alcuni servizi nell’area amministrativa funzionalmente più congrua; arricchimento, dall’altro lato, di nuove funzioni, competenze, professionalità e
risorse.
A livello di contenuti, l’ipotesi di riforma del Settore Sicurezza che ho in
mente è quella di farne il luogo “privilegiato” di nuova progettualità. Un Settore
che oltre a tenere le fila amministrative di alcune, solo alcune azioni di sicurezza
già implementate, sia capace di elaborare progettualmente nuove azioni. Un
Settore che in una logica aziendale verrebbe indicato come “creativo”. E’ di
questo che, alla fine, il governo del bene pubblico ha effettivamente bisogno.
Ma procediamo con ordine.
3.2. Quanto può ragionevolmente “uscire” dal Settore Sicurezza
3.2.1. Rapporti con il volontariato
In questa area funzionale, in effetti il servizio prevalente è quello conosciuto
degli “assistenti civici”, probabilmente la cosa migliore che riceviamo in eredità
dalla passata Amministrazione.
Ne fanno parte 22 associazioni di volontariato che complessivamente
mobilitano più di 600 volontari; questi operano quotidianamente già in stretto
collegamento con i quartieri e con il Nucleo territoriale della Polizia Municipale,
alla sorveglianza “rassicurante” davanti alle scuole elementari e medie, nei parchi
e nelle aree verdi della città. Vi fanno parte anche associazioni con specifiche
caratteristiche e competenze operative, quali le Guardie Ecologiche Volontarie,
l’Ente Nazionale Protezione Animali, il Corpo delle Pattuglie Cittadine, ed altre
ancora che consentono all’Amministrazione comunale di fruire di capacità
professionali più specifiche e quindi di orientare l’azione degli Assistenti Civici
anche verso azioni di controllo del territorio più mirate (monitoraggio zone
degradate, vigilanza notturna di alcune aree, ecc.).
L’esperienza degli Assistenti Civici a Bologna – da quanto risulta,
apprezzata dalla cittadinanza – si colloca amministrativamente nell’area tematica
dei rapporti tra istituzione comunale e volontariato ed opera funzionalmente nel
settore prevalente della “prevenzione comunitaria” e solo in parte “situazionale”.
Ma questo, potrebbe dirsi, è solo l’inizio: in effetti – tenendo conto di
analoghe esperienze maturate in altri contesti – il protagonismo del volontariato
nel settore della produzione del bene pubblico della sicurezza a livello locale,
potrebbe dilatarsi ben oltre le attività oggi prestate dagli Assistenti Civici: dalla
assistenza alle vittime del reato (sull’esperienza pionieristica a Bologna
dell’Associazione San Bernardo) a forme di mediazione comunitaria; dalla
costituzione di progetti di “sorveglianza del vicino di casa”, alle azioni di educazione alla legalità, ecc. Insomma: una grande risorsa che se ben valorizzata
anche attraverso momenti di formazione, ragionevolmente potrebbe dare molto di
più di quanto già non offra alla cittadinanza.
Ora, per come è strutturato e per le attività che attualmente compie,
l’organizzazione del servizio offerto dagli Assistenti Civici potrebbe
fisiologicamente essere più propriamente coordinata a livello centrale dal
Comandante della Polizia Municipale e trovare nei quartieri e nella costituenda
figura del “vigile di prossimità”, l’articolazione decentrata e la figura
professionale con cui meglio raccordarsi.
L’importante è che all’interno del Settore Sicurezza permanga chi opera
come centro di raccolta delle informazioni che provengono periodicamente
dall’attività degli Assistenti Civici. L’ufficio che provvede a ciò, potrebbe poi
interessarsi anche dei momenti di formazione nonché della messa in campo di
nuove progettualità.
3.2.2. Rapporti con i cittadini e i quartieri
In questo ambito, lo spazio originariamente egemone era costituito dagli
“sportelli sicurezza”, trasformazione delle originarie “antenne”.
Le finalità della costituzione e implementazione di questo servizio sono
evidenti e assolutamente condivisibili: ascolto delle problematicità decentrato a
livello di quartiere; prime risposte di rassicurazione all’utenza; segnalazione e
allertamento dei servizi predisposti alla presa in carico e soluzione degli stessi;
prima sommaria ricognizione della problematicità denunciata; intervento
tempestivo a livello di quartiere se e quando possibile; ritorno di informazione
all’utenza sulla soluzione o meno del problema.
Ottima, poi mi sembra la scelta amministrativa di utilizzare giovani
laureandi/laureati dell’Ateneo Bolognese, chiamati a svolgere - come necessario
tirocinio all’interno del proprio corso o master - una qualche attività “pratica”
presso la pubblica amministrazione.
Insomma: tutto bene, salvo che - dati statistici alla mano – questo servizio
alla fine non è mai decollato “nei fatti”. Ad esempio: nel presente anno, il numero
totale delle segnalazioni pervenute agli sportelli sicurezza dei quartieri è di poco
superiore al migliaio. Insomma: tre al giorno per tutto il territorio del comune. Se
poi si considera che nelle diverse tipologie di segnalazioni il 50% è costituito da
problemi concernenti il “degrado del verde”, il traffico, l’inquinamento acustico
ed atmosferico e “altri”, se ne deduce che di segnalazioni direttamente attinenti a
questioni connesse alla sicurezza urbana agli sportelli sicurezza ne arriva forse …
una al giorno. Se gli “sportelli sicurezza” registrassero effettivamente il livello di preoccupazione dei cittadini bolognesi, Bologna potrebbe vantarsi di essere una
città più che sicura, direi quasi una città segnata da una tranquillità cimiteriale.
Ma sappiamo che così non è. I bolognesi sono particolarmente allarmati e
preoccupati, ma evidentemente non si rivolgono agli sportelli-sicurezza. Le
ragioni plausibili di questa deprimente utilizzazione di un servizio sono
molteplici, come la scarsa conoscenza tra la cittadinanza dell’esistenza del
servizio e/o la convinzione diffusa, forse erronea, dell’inutilità dello stesso.
Ovvero: probabilmente i cittadini attivi preferiscono comunicare le loro
preoccupazioni direttamente al Presidente di Quartiere. O costituirsi in comitati di
cittadini. O altro ancora, che sinceramente ignoro. Sta di fatto che così come sono
oggi organizzati, questi sportelli finiscono per non registrare praticamente nulla di
significativo.
La scelta di recente operata dall’Amministrazione di attribuire la diretta
responsabilità degli sportelli-sicurezza ai Direttori di Quartiere credo che in parte
si muova nel senso di un miglioramento del servizio. Il rischio, che sarebbe
ingenuo non paventare, è che i giovani operatori agli sportelli sicurezza vengano
ancor più utilizzati “impropriamente” anche per altre funzioni. Pertanto ritengo
che il Settore sicurezza debba fortemente investire sul ruolo del Referente di
Quartiere presso il Settore stesso, figura di snodo tra progettualità (in capo al
Settore) e operatività decentrata a livello di Quartiere.
Ma la questione ha anche un diverso risvolto problematico di carattere più
generale. Esso concerne il tema dell’informazione. Certo, è di nodale importanza
che chi è chiamato ad operare sul tema della sicurezza sia messo velocemente e
dettagliatamente a conoscenza di qualsiasi cosa si determini sul questo fronte.
Bene: lavorando all’interno della macchina comunale mi sono venuto
convincendo che Bologna non soffra minimamente di deficit informativo sul
tema. Anzi, affatto paradossalmente, soffra appunto di “eccedenza di
informazione”. Delle problematicità concernenti il fronte della sicurezza si sa
tutto, ma lo si sa da più fonti (vigili urbani, assistenti civici, operatori sociali,
sportelli sicurezza, ecc.). Il gruppo di punkabestia che bivacca nelle ore notturne
sotto quel determinato angolo di portico, viene segnalato da plurime fonti, ma alla
fine il fenomeno è e rimane uno solo, sempre lo stesso. E altrettanto può dirsi,
della buca nella strada. Il problema non è quindi che l’amministrazione non sia
informata tempestivamente; il problema è ben altro: i punkabestia continuano a
bivaccare sotto quel portico e la buca nella strada non viene riparata in tempi
ragionevoli. O così almeno ritengono i cittadini. Insomma: sulla rete di ascolto e
registrazione dei fenomeni si potrebbe decisamente risparmiare. Questa pluralità
ripetitiva di informazioni non aiuta.
Utile invece, e ancora più utile se ulteriormente incentivato e arricchito di
altre competenze, risulta l’ufficio informatico, mappe e rilievo del degrado; come
altrettanto utile quello che si occupa del monitoraggio dei pubblici esercizi e delle
occupazioni abusive, ambedue operanti sempre presso il Settore sicurezza.
Quando ho dovuto avvalermi delle loro prestazioni, ho sempre riscontrato
notevoli capacità tecniche. Ma di questo parlerò più avanti.
3.2.3. Attività sociali di prevenzione
Nucleo “storico” e originariamente il più “ricco” del Settore sotto
l’amministrazione Vitali, sopravvive, pur ridimensionato, anche nella
amministrazione Guazzaloca. Ma sopravvive.
Le attività sociali di prevenzione agite dal Settore Sicurezza sono
ovviamente “disomogenee”. Avere collocate queste presso il Settore Sicurezza è
conseguenza di quell’originaria volontà di differenziazione del governo della
sicurezza dalle politiche sociali, che come abbiamo visto ha segnato la “storia”
politico-amministrativa del tema a Bologna. Sono tutte e ovviamente politiche
sociali in null’altro diverse da quelle tradizionalmente agite o agibili
dall’Assessorato ai servizi sociali, se non per la valutazione - ovviamente più
politica che scientifica – che attraverso di queste la cultura e prassi del to care e
del to help intende anche responsabilizzarsi rispetto alle avvertite necessità di
disciplina e controllo sociali. Insomma: politiche sociali, ma di “confine”.
Risponde in pieno a questa logica il servizio offerto dai “mediatori di
comunità”. Esso nasce dall’intelligenza del consulente alle politiche di sicurezza
del tempo, dr. Merlo. E’ pertanto risalente all’amministrazione Vitali la creazione
ex novo di questo servizio. Chi ancora ne fa parte oggi come operatore, è stato
selezionato e formato allora.
E’ ascrivibile ad uno dei tanti misteri della politica la sopravvivenza di
questo servizio durante l’amministrazione Guazzaloca. Logica avrebbe suggerito
la sua soppressione: è infatti di tutte le azioni di prevenzione quella più orientata
“ideologicamente”, o meglio quella più distante culturalmente da un governo di
destra della sicurezza; e in secondo luogo, incide in termini assolutamente
sproporzionati sul magro bilancio del Settore. Eppure, nonostante ciò, il servizio
offerto dai mediatori di comunità è sopravvissuto fino ad oggi.
Ma, con grande onestà, è sopravvissuto “male”, almeno per quanto concerne
la qualità del servizio offerto. Da quello che sono riuscito ad intendere – e
premetto che mi sono impegnato a capire e senza pregiudizi – oggi il servizio dei
mediatori di comunità è tutto, ma non è un servizio di mediazione. Giovani e non
più giovani, anche di qualità, prestano la loro attività a “tempo parziale” presso i
quartieri; di volta in volto vengono chiamati a “interessarsi” di qualche situazione
sociale problematica; vi provvedono attraverso azioni prevalentemente di
“ricognizione” che si traducono in stringati rapporti in cui vengono anche
suggerite possibili e a volte condivisibili soluzioni. Di presa in carico
“mediatoria” vera e propria, onestamente ne ho vista sempre poca. Certo: i Presidenti di Quartiere apprezzano questo servizio, ma nella logica comprensibile
di una risorsa in più e, per i Quartieri, a costo zero. Si sa, che a volte, i “nostri”
mediatori di comunità vengono anche impiegati ad altre incombenze, non escluso
sbrigare arretrati burocratici, scrivere lettere…
Ripeto: la cultura della mediazione è una cosa seria, molto seria, ma anche
molto difficile e assai costosa; nelle politiche di governo del bene pubblico della
sicurezza si avverte la necessità di avvalersi anche della risorsa mediatoria, ma
avvertire un bisogno non equivale ad essere capaci di dare soddisfazione allo
stesso: non basta formare dieci anni fa alcuni giovani, creare l’etichetta
“mediatori di comunità” e illudersi di avere risolto il problema. Non sono un
esperto di mediazione, o meglio forse lo sono, e solo in parte, su un versate
puramente “teorico”, certamente inutilizzabile in questa circostanza. Sono
relativamente in grado “valutare” un servizio di mediazione, ma certo non sono in
grado di “formarlo”. Quindi posso solo dire con serenità che questo servizio così
come oggi è formato e come oggi viene utilizzato, è semplicemente un’inutile
spesa. Ovviamente ciò non pregiudica che se diversamente pensato, altrimenti
formato e soprattutto supportato delle risorse necessarie sarebbe invece qualche
cosa di estremamente utile nel governo del bene pubblico della sicurezza a
Bologna.
L’offerta che il mercato mette a disposizione di professionalità mediatorie è
oggi assai ampia, forse troppo. Scuole diverse, indirizzi anche “filosofici” tra loro
distanti … insomma c’è molta confusione. Una babele di linguaggi in cui è assai
difficile orientarsi. Nella mia attività presso il Settore Sicurezza, ho provveduto
ad incaricare senza oneri per l’Amministrazione un giovane laureato che si è
professionalizzato alla mediazione all’estero: gli ho chiesto di registrarmi
fedelmente le diverse risorse mediatorie, più o meno organizzate, disponibili e
operanti a Bologna. Non più di una prima mappa per non smarrirsi. Vedremo che
ne esce. Comunque a breve una scelta si impone per l’Amministrazione
comunale: rinnovare o meno l’incarico a “Nuova Sanità” per il servizio di
mediazione di comunità.
Un secondo spazio di attività sociali di prevenzione del Settore Sicurezza
concerne poi il tema della prostituzione, essenzialmente di strada. Le azioni si
richiamano prevalentemente a una duplice e già rodata strategia: quella della
riduzione del danno (“Unità di strada”) e quella di uscita dalla prostituzione
coatta (“Oltre la strada”), di cui ho già fatto cenno in precedenza. In queste
attività, possiamo contare su un’elevata professionalità e su modalità di intervento
già felicemente sperimentate. Per un complesso di ragioni intuitive, queste servizi
vanno assolutamente mantenuti, anzi, ove possibile, ulteriormente potenziati, ma
non c’è ragione che essi non debbano fare riferimento a chi spetta il governo delle
politiche sociali. Possono, forse debbono quindi ritornare alla “casa madre”.
Possono quindi “uscire fisiologicamente” dal Settore Sicurezza. Ma, come
esaminerò oltre, se questi servizi possono “uscire”, non deve uscire invece dal Settore Sicurezza l’interesse per una “nuova” progettualità su altri e distinti
profili della prostituzione.
Situazione alquanto confusa creano poi le azioni agite sul fronte “violenza
sulle donne”: incardinate (sia pure in parte) sul Settore Sicurezza, su di esse
rivendica interessi chi ha ricevuto la delega specifica alla “differenza di genere”.
E lo stesso può dirsi per le azioni nei confronti dei “minori”, tanto vittime che
autori di condotte devianti. Così le minorenni e i minorenni che si prostituiscono
sono “disfunzionalmente” sospesi tra politiche di sicurezza e politiche sociali. In
buona sostanza, stati di confusione in parte ineliminabili, in ragione della
l’equivocità stessa del tema “sicurezza” e della sua ontologica trasversalità
rispetto all’assetto delle competenze assessorili.
Sono pertanto dell’avviso che qualsiasi attività sociale di prevenzione oggi
in capo al Settore Sicurezza possa sempre e con maggior profitto entrare o
rientrare sotto la sfera di altre e più “fisiologiche” competenze, ma ad una
condizione: che “esca” dal Settore Sicurezza sotto il profilo della “sola
amministrazione”, ma vi permanga, rafforzato, sotto quello della progettualità.
Ma su questo delicato aspetto, si veda oltre.
3.3. Quanto deve restare, quanto deve essere potenziato e quanto di
“nuovo” deve essere costruito
Ritorno quindi alla mia “idea”: il Settore alle politiche di sicurezza deve
trasformarsi, qualificandosi progressivamente come Centro di analisi,
progettualità e sperimentazione nelle politiche di governo del bene pubblico
della sicurezza; pertanto deve altrettanto progressivamente liberarsi delle attività
di sola amministrazione ed arricchirsi invece di tutto quanto possa consentire di
incrementare le proprie capacità “creative”.
Sia chiaro: non sogno affatto un “centro di ricerca” di tipo universitario.
Non è affatto a questo che penso, anche se col tempo sarà necessario dotarsi
anche di capacità “scientifiche” forti, difficilmente reperibili all’interno
dell’Amministrazione. Penso invece ad altro, ad un servizio che valorizzi le
capacità progettuali peraltro già presenti, sia in grado di dotarsi anche di altre
professionalità e che permanentemente operi nelle seguenti direzioni:
.. Azione costante di monitoraggio sulle diverse
problematicità, sia rispetto a quelle che già vengono assunte
nell’ottica del governo della sicurezza, sia soprattutto rispetto a
quelle che presumibilmente vi entreranno a breve. Insomma:
massima attenzione alle trasformazioni in corso. Per quanto sono
venuto dicendo nella prima parte del presente rapporto di sintesi, non
è assolutamente possibile definire una volta per tutte i confini di quanto l’Amministrazione comunale è chiamata a governare come
“sicurezza”. Oggi, le aree di interesse sono quelle che ben
conosciamo; domani potrebbero essere altre. A questa impossibilità
di definizione “anticipata”, dobbiamo arrenderci. La sola cosa che
possiamo fare è di non arrivare troppo tardi sui problemi.
.. Monitorare nel senso più proprio. Come più volte
accennato, le emergenze sono segnalate puntualmente e con celerità:
non esistono deficit informativi a questo proposito. Comunque al
Settore Sicurezza non c’è problema di cui non si sia al corrente. Ma
monitorare vuole dire “conoscere” i fenomeni e non solo sapere che
esistono. E su questo profilo si fa invece poco. O meglio: si potrebbe
fare molto di più. Così, solo a livello esemplificativo, non c’è stata
alcuna attenzione puntuale e seria ai processi trasformativi in atto nel
mondo della prostituzione, dello spaccio di stupefacenti, negli stili di
vita giovanili; si sa di tutte le occupazioni abusive, ma appunto si sa
solo “dove” e “quante”. Sui profili più strettamente “criminali” poi
non si sa nulla, se non appunto quel poco ed insufficiente offerto
dalla statistica della delittuosità o da quella vittimologica. Mappe
precise ed aggiornate di dove avvengono nel territorio di Bologna gli
scippi, i borseggi, i furti di o in auto, nelle case, ecc., con quale
intensità, in che ore della giornata, ecc., semplicemente non ne
esistono. Così come non esiste alcun livello comunicativo sui
fenomeni criminali tra Questura e Settore Sicurezza, se non appunto
una informazione generica, non formalizzata, “di buon senso” e non
“scientifica”. E’ di palmare evidenza che in assenza o carenza di tutto
ciò è poi impossibile avanzare progetti, individuare strategie,
organizzare nuove azioni, implementare nuovi servizi.
.. Valorizzare le capacità progettuali. E’ vero: nel Settore
Sicurezza ci sono forti potenzialità. Potenzialità svilite dalla passata
Amministrazione che del “mota quietare et quieta non movere”
aveva fatto comandamento supremo. E così individualità anche
curiose e intelligenti sono state costrette ad amministrare
burocraticamente e pigramente alcuni servizi e nulla più. E’
importante recuperare questo patrimonio di professionalità ed
esperienze, orientandolo verso una mission progettuale, certo più
gratificante. Ma bisogna anche investire sulla formazione permanente
per sviluppare al meglio queste potenzialità. Ed anche sotto questo
profilo si scontano anni di inerzia. E soprattutto bisogna investire su
forze giovani e motivate. Il circuito virtuoso con l’Università e alcuni
suoi dipartimenti va ripreso con forza. Nel Settore Sicurezza devono
passare giovani laureandi e dottorandi, chiamati a prestare la loro
attività di ricerca e studio certo per finalità didattiche e scientifiche,
ma anche con una benefica ricaduta sul Settore stesso. Quelle poche, pochissime esperienze che si sono fortunosamente date nel passato e
che ancora resistono nel presente (alcune delle quali dal sottoscritto
incentivate o favorite) ci mostrano che è assolutamente necessario
muoversi verso forme collaborative agili, saltuarie, a basso costo e di
grandissima resa, con il mondo della formazione universitaria.
Insomma: sempre meno “burocrati” dietro ad una scrivania o davanti
ad un computer e sempre più operatori in the streets, meglio se
giovani altamente professionalizzati abituati a vivere ed attraversare
tutti gli spazi urbani, capaci di muoversi come “pesci nel mare” nel
centro e nelle periferie, tra i centri sociali giovanili, tra gli immigrati,
a contatto con i comitati dei cittadini, ecc.
.. Progettare anche per portare “a casa” gli
indispensabili, sempre più indispensabili, finanziamenti. Oggi il
Settore Sicurezza, con i progressivi tagli di bilancio, non è in grado di
mettere in campo nessuna “nuova” azione. Non può neppure
presentare progetti a livello europeo, semplicemente perché nn ha un
solo euro di mettere come co-finanziamento. Quindi, non si progetta.
Ergo: non si ricevono finanziamenti. Alla fine non si fa nulla. Si
gestisce e sempre peggio l’esistente. Eppure, il Settore Sicurezza
quando fu creato, fu esaltante “macchina da guerra” nel fare progetti
e nel trovare i finanziamenti necessari per realizzare i progetti stessi.
Questa creatività è stata “dolosamente” soppressa dalla passata
Amministrazione.
Muoversi progettualmente, cercare finanziamenti, sperimentare
nuove azioni, amministrare i progetti-pilota, poi una volta che un
servizio è entrato “a regime”, provvedere a “decentrarne”
l’amministrazione.
4.- LA POLIZIA MUNICIALE
4.1. Inutile nascondersi il problema
Delle mille e una difficoltà che ho incontrato nell’ideare un progetto
“realista” e “efficace” di governo del bene pubblico della sicurezza per la città
di Bologna, quello del ruolo da attribuire alla polizia municipale mi è sembrato
il più serio e difficile da risolvere.
A rendere quanto mai “confuso” il tema, concorrono molteplici profili.
In primo luogo, il quadro normativo. La recente riforma costituzione del
2001 afferma con ancora più decisione di quanto già non fosse nel passato, che
l’ordine pubblico è materia di riserva statuale e che questa è attribuita, come
competenza generale ed esclusiva, alle sole Polizie di Stato. Affermazione che
solo astrattamente è inequivoca, stante che si distingue anche giuridicamente la
sicurezza delle città dalla pubblica sicurezza, lasciando così aperto uno spazio di
azione non coperto dall’ordine pubblico. D’altra parte la legge di riferimento
che ancora in buona sostanza disciplina la polizia municipale (legge n. 65 del
1986), attribuisce alle Polizie Municipali anche funzioni di polizia giudiziaria e
funzioni ausiliarie di pubblica sicurezza. La qualifica di polizia giudiziaria
discende dal disposto dell’art. 55 del c.p.p. che fa obbligo a tutti gli operatori,
anche di propria iniziativa, di “prendere notizia dei reati, impedire che vengano
portati a conseguenze ulteriori, ricercarne gli autori, compiere atti necessari ad
assicurare fonti di prova e raccogliere quanto possa servire per l’applicazione
della legge penale (…) nonché svolgere ogni indagine ed attività disposta o
delegata dall’autorità giudiziaria”. La funzione invece ausiliaria di pubblica
sicurezza, implica che gli agenti della Polizia Municipale possano anche
collaborare con le altre Polizie per operazioni di ordine pubblico, previa
disposizione del Sindaco, dietro motivata richiesta del Prefetto, sempre ex. artt. 3 e 5 della legge n 65/86. Su tutte e due i versanti, quindi, lo spazio di
“dilatazione” delle funzione della Polizia locale è assai ampio: da un lato, ove
ed in quanto così disponga il Sindaco, gli agenti di polizia municipale possono
procedere ad attività di controllo “anche penale” e sovente l’autorità giudiziaria
dispone e delega alla polizia locale precise attività di indagine giudiziaria;
dall’altro lato, funzioni ausiliarie di ordine pubblico e quindi attività congiunte
di pubblica sicurezza unitamente alle altre Polizie di Stato sono e sempre più
all’ordine del giorno dei compiti degli operatori della Polizia Municipale.
Quindi, per concludere, il quadro normativo, anche se interpretato
restrittivamente, consente - certo: ove lo si voglia – un forte protagonismo delle
Polizie Municipali nelle politiche di controllo del territorio attraverso un’azione
reattiva/repressiva sempre più “sfumata” e alla fine nei fatti indistinguibile da
quella tradizionalmente riservata alle sole Polizie di Stato.
In secondo luogo, il livello delle prassi amministrative agite in questo
decennio da molte municipalità in Italia. Ove si sono sviluppate politiche di
sicurezza a livello locale, la Polizia municipale ha sempre conosciuto un ruolo
di nodale importanza; in alcune significative ipotesi un ruolo centrale e
predominante. Le ragioni, peraltro intuitive, le ho già esposte in precedenza. Per
rimanere solo nella nostra Regione, città come Modena e Rimini, hanno
riservato nelle politiche di governo del bene pubblico della sicurezza una
funzione strategica all’azione preventiva e repressiva della Polizia Municipale,
con distinte equilibrature rispetto al grado di integrazione in queste delle Polizie
di Stato. Insomma: nel fatti, mi sembra che si sia andato ben oltre, anche se a
volte disordinatamente, i confini tracciati, anch’essi approssimativamente, dalla
legge in tema di competenze. E questo, piaccia o meno, è un fatto. Per quanto
l’actio finum regundorum tra azione delle Polizie di Stato e azione delle Polizie
locali nel governo del bene pubblico della sicurezza non si sia in alcun modo
assestata, ma segni appunto una frontiera mobile, tutto lascia presagire che
l’“avanzamento” di queste ultime proseguirà. Lo “spazio di conquista” non è
infatti attribuibile a una volontà egemonica delle Polizie Municipale, che in
effetti non si intenderebbe, quanto dalla arrendevolezza “nei fatti” (non certo
“nelle parole”) delle Polizie di Stato. Lo dico estremizzando, per farmi meglio
intendere: le Polizie di Stato non sono oggi, e forse neppure nell’immediato
futuro lo saranno, in grado di soddisfare le domande che le collettività locali
esprimono in tema di controllo del territorio. “A parole” certo sempre e
ovunque questa deficienza verrà negata; di più: con ostinato puntiglio verrà
sempre ed ovunque rivendicato il monopolio su tutto quanto concerne l’ordine
pubblico e la pubblica sicurezza. Ma nella realtà, le Polizie di Stato sono
consapevoli di essere ancora fortemente deficienti a questo proposito, sanno
bene che la strada per colmare questa deficienza deve andare ben oltre l’idea
“accattivante”, ma di contenuta consistenza pratica, del “poliziotto di
prossimità”. Molto, forse, si potrà ancora procedere attraverso i Protocolli e i
Contratti di sicurezza, percorso obbligato, che salva almeno le apparenze di una
politica “integrata”. Ma alla fine, temo, le Amministrazioni Comunali si troveranno a potere “negoziare” quote assolutamente insoddisfacenti di
collaborazione con le Polizie di Stato. E sia ben chiaro: tutto ciò prescinde
completamente dalla buona volontà e/o sensibilità del Prefetto o del Questore di
turno. Molte Amministrazioni comunali sono di tutto ciò coscienti, per cui, pur
nel rispetto della forma, di fatto organizzano e motivano le proprie Polizie
Municipali in una strategia di “supplenza” a fronte delle evidenziate deficienze
delle Polizie di Stato. E anche questo, piaccia o meno (e a me personalmente
non aggrada, come non aggrada ogni forma di supplenza istituzionale) è un dato
di fatto.
4.2.“…la Polizia municipale di Bologna, caro professore, fa storia a sé”
Quante volte, parlando con Comandanti di Polizia Municipale di altre città
italiane, mi sono sentito ripetere questa frase. E il senso era sempre il medesimo
e neppure troppo sottinteso: la Polizia Municipale di Bologna è segnata da
particolarità tali da renderla relativamente “anomala” nel panorama nazionale e
sicuramente più restia di altre a quei cambiamenti che comportano una diversa
mission ed organizzazione del Corpo. Non sono assolutamente in grado di
convalidare o meno questo giudizio, per la semplice ragione che non ho alcuna
conoscenza specifica e professionale della Polizia Municipale di Bologna, come
peraltro di altre Polizie Municipali. Ma posso testimoniare che questo giudizio è
diffuso, anche tra gli addetti ai lavori. Certo le idee, per il solo fatto di essere
diffuse, non è detto che siano anche fondate. Vorrei capirne di più e mi sono
anche sforzato di capirne di più, colloquiando con funzionari e dirigenti
comunali e con operatori della stessa Polizia Municipale. Nessuno ha voluto o è
stato in grado di spiegarmi le ragioni di questa “anomalia”, ma è pur vero che la
maggior parte ha – sia pure obtorto collo – convenuto che la Polizia Municipale
di Bologna e non da oggi, soffre di alcuni seri problemi.
Onestamente non avrei fatto cenno a tutto ciò, se non costrettovi per una
questione altrimenti decisiva all’intelligenza del presente lavoro: la scelta “di
basso profilo” operata dalla presente Amministrazione nei confronti della
valorizzazione della Polizia Municipale nelle politiche di governo della
sicurezza risponde unicamente ad una scelta di fondo restia ad investire in
funzioni di supplenza rispetto alle Polizie di Stato o “realisticamente” è dettata
(anche) dalla consapevolezza delle difficoltà, almeno a medio termine, di fare
pieno affidamento sulla Polizia Municipale?
4.3. Dal “Reparto Sicurezza” al “Reparto anti-degrado”: storia di un
gruppo operativo “un po’ speciale”
La scelta operata dalla passata Amministrazione nella creazione del
“Reparto Sicurezza” come gruppo operativo “speciale” della Polizia Municipale
fu una scelta fortemente voluta, quanto politicamente e soprattutto
sindacalmente travagliata. Questo reparto inizialmente composto da 50 agenti,
scelti “uno ad uno”, formati appositamente, altamente “motivati” all’azione
“poliziale”, investiti di forte visibilità, prevalentemente se non esclusivamente
impiegati in azioni di controllo del territorio e di repressione/prevenzione dei
fenomeni di micro-criminalità ed inciviltà ha segnato sia la realizzazione più
coerente ad una “visione muscolare” (o meglio: reattiva) del governo della
sicurezza di una Amministrazione “di destra”, sia, affatto paradossalmente, il
più vulnerabile “tallone d’Achille” del governo del bene pubblico della
sicurezza dell’Amministrazione Guazzaloca.
E’ possibile che la scelta operata in favore della creazione di questo
Reparto speciale della Polizia Municipale, rispondesse alle necessità di
affermare l’assunzione di una responsabilità “forte” nel governo della sicurezza,
consapevoli però di non potere “convincere” su questa posizione l’intero Corpo
della Polizia Municipale. E qui, temo, si commise un errore imperdonabile.
Proprio in quanto visto come “speciale”- e “speciale” in effetti era – divenne
capro espiatorio, proprio perché visibile ed esposto, dell’intera politica sulla
sicurezza della passata Amministrazione. Di conseguenza, la presente
Amministrazione si è sempre espressa politicamente in termini negativi nei
confronti di questa esperienza.
4.4. Le nuove “auspicabili” funzione del Reparto
Eppure, e lo dico serenamente, anche attraverso questa esperienza alla fine
si sono sviluppate professionalità significative che sarebbe improvvido non
utilizzare anche nel presente. La questione è solo come utilizzarle e soprattutto
come diffondere queste professionalità all’intero Corpo della Polizia
Municipale.
L’intervento “cosmetico” di ri-nominarlo come “Reparto anti-degrado” mi
sembra comunque sufficiente per segnare la doverosa discontinuità, almeno in
un senso politico, con il passato. Inoltre il reparto si è progressivamente
“assottigliato” (oggi mi consta che sia composto di 36 agenti).
Mi persuade pertanto l’idea di mantenere ed ulteriormente investire su
questo “reparto”, alle seguenti condizioni:
.. Deve persistere un gruppo operativo addestrato e professionalizzato
alle gestione di alcune problematiche, come appunto il contrasto e la
prevenzione dei fenomeni di degrado;
.. Questo gruppo operativo può rimanere di ridotte proporzioni, comunque
non eccedente numericamente l’attuale sua consistenza, ma, sia pure “ridotto”,
deve essere assolutamente “mobile” rispetto alla sua composizione. Deve
diventare il luogo di formazione permanente di tutta la Polizia Municipale sui
temi della sicurezza e del contrasto ai fenomeni di degrado. Così sarebbe
opportuno che periodicamente si mandasse al reparto due o tre “nuovi” agenti –
ovviamente in un primo tempo attentamente selezionati - per un periodo di
formazione e altrettanto periodicamente “uscissero” due o tre “vecchi”. Quindi
una forte specialità nei contenuti di formazione ed azione a fronte di una certa
universalità negli accessi.
.. Un forte investimento al momento formativo. Formazione
prevalentemente “di strada”, ma non solo, e soprattutto formazione
nelle/attraverso le attività congiunte con le Polizie di Stato. L’obiettivo è fare sì
che in un tempo ragionevole la maggior parte degli agenti della Polizia
Municipale sia messa in grado di “parlare” la stessa lingua delle Polizie di Stato.
5. - I QUARTIERI E LE POLITICHE
DI SICUREZZA
La letteratura internazionale e le esperienze messe in campo nel governo del
bene pubblico della sicurezza nella maggiore parte dei Paesi occidentali
concordano su un punto: l’azione di governo della sicurezza deve prediligere la
dimensione amministrativa più decentrata. Certo i quartieri delle città, ma anche
parti più circoscritte di questi. E’ il caso di dire: nelle politiche di sicurezza il
“piccolo è virtuoso”. E’ difficile non convenire con questa raccomandazione,
per la evidente ragione che l’azione di sicurezza nel concreto riguarda problemi
specifici che si radicano in termini altrettanto specifici nel territorio. E le
variabili “territoriali” sono di nodale importanza. Così, a livello esemplificativo,
un’azione di contenimento del fenomeno dello spaccio in Piazza Verdi non può
certo essere riprodotta nei medesimi termini nei confronti dello stesso fenomeno
alla Barca. Fin troppo evidente per dovere ulteriormente insistere sul punto.
La questione si complica, invece, quando si passa dallo spazio urbano in cui
l’azione di sicurezza è agita, alla ideazione e progettazione dell’azione stessa. A
questo diverso livello, il piccolo è assai poco virtuoso. E lo è per ragioni in parte
altrettanto evidenti, come la scarsità di risorse, il forte condizionamento della
collettività e dell’opinione pubblica sulle agenzie politiche e amministrative
decentrate, il rischio sempre presente di agire in radicale distonia con quanto
altrove progettato nel medesimo comune su questioni analoghe, ecc. Fino a
quando, e nella migliore delle ipotesi ci vorrà comunque molto tempo, non si
sarà consolidata una cultura politico-amministrativa nel governo della sicurezza,
è prudente che qualsiasi iniziativa “decentrata” sul fronte della sicurezza venga
sempre e comunque “promossa” dal centro. Dal Quartiere può partire l’iniziativa; dallo stesso doverosamente deve venire l’informazione sulla
problematicità, ma la progettazione dell’azione deve trovare quantomeno un
avvallo a livello centrale. Per quanto sono venuto fin qui dicendo, il luogo della
progettazione “tecnica” non può che essere a Bologna il Settore per le politiche
di sicurezza; il consenso politico non può che venire dal Sindaco.
Dall’esperienza fatta in quest’anno di lavoro, ho dovuto più volte registrare
l’estrema pericolosità di iniziative “estemporanee” e comunque non
“coordinate” provenienti dai Quartieri.
Il Quartiere può invece giocare da protagonista nella fase ultima di
implementazione dell’azione e/o del progetto di sicurezza. Certo, nella sola
misura delle risorse disponibili. Per alcune azioni – non tanto le più semplici
quanto le più “economiche” o quelle più routinarie – la macchina
amministrativa del Quartiere può da sola governare l’implementazione
dell’azione; per le altre, può solo concorrervi. Comunque, anche quando agisce
in autonomia amministrativa, l’azione di sicurezza deve sempre essere seguita
dalla sguardo vigile del Settore per le politiche di sicurezza.
Un esempio virtuoso che posso trarre dalla mia esperienza è l’iter seguito,
sia pure non ancora concluso, a proposito dei problemi di sicurezza di Galleria 2
agosto e piazza XX settembre. Un’esperienza da assumere come modello
positivo: cittadini e operatori commerciali direttamente coinvolti da alcuni gravi
problemi di degrado e di insicurezza delle zone prospicienti la Stazione
ferroviaria si sono rivolti al Presidente del Quartiere di riferimento; questi ha
comunicato al Settore sicurezza l’intenzione di procedere allo studio di un
progetto complessivo per dare soluzione ai problemi denunciati; unitamente al
Settore sicurezza si è provveduto ad una prima fase “investigativa”, convocando
a più riprese tutti gli attori coinvolti nella situazione problematica; il Settore
sicurezza (nella mia persona) ha poi provveduto a stendere un’ipotesi
progettuale di massima; questa è stata riportata all’attenzione della collettività
interessata; il Presidente del Quartiere ha poi ulteriormente proceduto nel
“dettagliare” le diverse azioni che danno corpo al progetto; le diverse ipotesi di
azione sono state poi discusse con i servizi e le agenzie che si ritiene di attivare.
E per ora siamo a questo punto.
Un diverso esempio, sempre tratto dalla mia esperienza, che invece non si è
palesato virtuoso. Le problematicità riguardanti Piazza Santo Stefano, la più
bella Piazza di Bologna e una delle più belle d’Italia, come ama sovente
ricordarci il Sindaco. Il Quartiere di riferimento si è mosso confusamente e in
relativa autonomia su più fronti. E’ vero: ha parlato della problematicità della
Piazza in oggetto in più occasioni istituzionali; come è vero che in diverse
occasioni ha chiesto anche un confronto con il Settore sicurezza. Ma alla fine,
gli interventi messi in campo la passata estate per cercare di ridurre alcuni
fenomeni di degrado sono stati presi in assoluta autonomia, senza una
necessaria preliminare discussione e altrettanto preliminare studio progettuale.
Insomma: non si è seguito un metodo. Con ciò non voglio assolutamente
affermare che quanto autonomamente messo in campo dal Quartiere Santo
Stefano fosse “privo di senso”, “nocivo”, “inutile”. Probabilmente anche
seguendo un diverso metodo, alla fine non ne sarebbe uscito molto di meglio.
Ma certo agire come si è agito, ha dato l’immagine di un protagonismo politico
di alcuni, poco utile da un punto di vista pedagogico nel fare crescere una
cultura politico-amministrativa sui temi del governo cittadino della sicurezza.
6. – LA VALUTAZIONE DELLE
POLITICHE DI SICUREZZA
Parlo di qualche cosa che non c’è, ma dovrebbe esserci. Dovrebbe esserci,
ma poi regna una grande confusione su cosa si intenda per valutazione delle
politiche di sicurezza.
Cerco di fare un minimo di ordine. Procedo per punti:
.. Chi da tempo ha internazionalmente l’egemonia nella cultura della
sicurezza, come l’Inghilterra e la Francia, pone come elemento indispensabile
ad ogni politica di governo del bene pubblico della sicurezza il momento della
valutazione dell’efficacia dell’azione amministrativa volta appunto a produrre il
bene della sicurezza dei cittadini. Anzi ne fa il punto qualificante e di
distinzione tra politiche di sicurezza e politiche di ordine pubblico e politiche
penali.
.. Una consolidata tradizione criminologica, infatti, da tempo ci informa e
con dati difficilmente contestabili, che le politiche penali e di ordine pubblico si
palesano a volte come poco efficaci, altre volte assolutamente inefficaci nei
confronti degli scopi che le legittimano: ridurre la criminalità e contrastare la
recidiva. Come dire che, una volta che si è proceduto scientificamente alla
valutazione delle stesse, le politiche penali e di ordine pubblico si sono palesate
“fallimentari” nella tutela dei cittadini dalla criminalità. Ed è proprio la crisi di
legittimazione del sistema penale-poliziale che è conseguita a questo accertato fallimento, che ha favorito la ricerca inquieta di qualche cosa di diverso. E
questo “qualche cosa di diverso” sono appunto le politiche di sicurezza.
.. Ma affinché queste ultime possano a pieno legittimarsi, è necessario che
esse siano in grado di dimostrare di essere se non in assoluto e sempre efficaci,
certo più efficaci delle politiche penali-poliziali nella tutela dei consociati dalla
criminalità e da altre condotte sofferte come nocive. Ergo: le politiche di
sicurezza debbono sottostare esse pure ad un’attenta valutazione di efficacia. E
su questo profilo regna sovrano il consenso unanime.
.. Ma come si fa a valutare se una politica di governo del bene pubblico
della sicurezza sia “effettivamente” efficace? Questione sommamente
complessa. Infatti, se le politiche di sicurezza perseguissero il solo fine di
ridurre la criminalità, o certe forme di illegalità, astrattamente la questione
sarebbe di facile soluzione. Dico “astrattamente” perché in concreto comunque
si porrebbero non facili problemi nel metodo di rilevamento della criminalità ed
illegalità a livello locale. Ma comunque, a prescindere da queste difficoltà, si
può dire che ove riuscissimo a quantificare con precisione nello spazio e nel
tempo l’andamento dei fenomeni che vogliamo contrastare, potremmo
affermare almeno la possibilità di una valutazione dell’efficacia delle politiche
di sicurezza. Ma, come più volte chiarito, le politiche di sicurezza perseguono
anche finalità di “rassicurazione” dei cittadini. E noi sappiamo sia quanto sia
importante rassicurare le nostre collettività, sia quanto i sentimenti soggettivi di
sicurezza siano relativamente irrelati dalle condizione oggettive di sicurezza. In
conseguenza di tutto ciò, si può sostenere che una politica di sicurezza è
efficace anche se non produce effettivamente maggiore sicurezza dei cittadini,
ma solo li fa sentire più sicuri. Ma non solo. Un buon governo del bene
pubblico della sicurezza potrebbe perseguire lo scopo di “contenere” i rischi di
derive xenofobe, investendo molto nell’azione pedagogica volta a diffondere la
cultura della tolleranza e della solidarietà, senza con ciò ridurre l’illegalità degli
immigrati e forse neppure contenere il diffondersi della sindrome invasiva da
molti cittadini sofferta. Insomma: il bene pubblico della sicurezza è per sua
natura troppo “generico” – da un nucleo ristretto che si può individuare nella
produzione di maggior sicurezza oggettiva dalla criminalità a quello
incommensurabilmente ampio, che finisce per includere tutto quanto sia capace
di fare sentire “bene” la gente, di far sentire “amichevole” una città – per
poterlo alla fine “misurare”. Eppure bisognerà prima o poi venirne a capo: la
produzione del bene pubblico della sicurezza costa molto, impone grossi
sacrifici ai cittadini e quindi bisogna trovare il modo di rendere conto
all’opinione pubblica che alcune politiche di riduzione del danno (ad esempio:
centinaia di migliaia di euro all’anno per dare ospitalità a 40 punkabestia), o
politiche di prevenzione situazionale (ad esempio: più di tre milioni di euro
spesi per la viedeosorveglianza nel centro storico), o politiche di prevenzione
sociale (ad esempio: tutto quanto una Amministrazione comunale destina alle
politiche di uscita dalla tratta delle prostitute straniere, alla integrazione sociale dei minori stranieri non accompagnati, ecc.) sono stati ben spesi, perché
“effettivamente” sono serviti a produrre qualche cosa di “utile” e di
“apprezzato” dalla collettività e non solo a dare lavoro a qualche operatore
sociale in più o fare aumentare i profitti di una impresa multinazionale di
strumenti elettronici di sorveglianza.
Non ho competenze professionali in tema di valutazione delle politiche
pubbliche. Ma so che esistono queste competenze. Per quanto nello specifico
ignorante, sono in grado però di intendere se una ricerca di valutazione di una
politica pubblica sia o meno scientificamente “seria”, nel senso che sia o meno
in grado di produrre conoscenze “utili” alle politiche amministrative stesse.
Quindi, nonostante tutto, bisogna incamminarsi anche lungo questa strada:
impervia, costosa, ma alla fine necessaria.