Associazione Nuovamente    via dello Scalo 21/3    40131 Bologna    Tel. 051 6493767   Fax 051 6494167  
Intervista a don Luigi Ciotti

Il Laboratorio locale di comunicazione inserito nel progetto Equal Pegaso gestito dall’associazione Nuovamente di Bologna, ha intervistato don Luigi Ciotti su volontariato, cristianità e carcere nell’ambito di una conferenza dal titolo “Città, cittadinanza e comunità cristiana: il carcere  e le sue contraddizioni” organizzata dal gruppo Abele di Bologna. Il dibattito si è concentrato sul tema del cittadino che, nel suo essere cristiano facente parte di una comunità, si deve confrontare anche con le tematiche del mondo carcerario. Ma ha affrontato anche la questione delle diversità delle culture, religioni ed “appartenenze”, viste come un momento di crescita e non di scontro, e del volontariato cristiano anche in relazione ad  una rivisitazione della funzione della solidarietà.

Al termine  della conferenza, un ex detenuto, affidato ai servizi sociali di Bologna e che attualmente collabora con il Laboratorio di comunicazione inserito nel progetto Equal Pegaso gestito dall’associazione Nuovamente, ha realizzato la seguente intervista a don Ciotti.

Parlando di teoria e prassi: in quale modo si esplica l’intervento in carcere del volontariato di matrice cristiana?

 Io ho un sogno: quello che il volontariato sparisca, perché la solidarietà non può essere una virtù o l’eccezione di qualcuno ma dovrebbe essere la regola di tutti. Tu non sei un cittadino se non sei una persona volontaria, non sei un cristiano se non sei una persona solidale.
Il volontariato non deve essere confuso con l’impegno sociale in tutti i settori. Il  vero volontariato è il dono, la gratuità, la spontaneità, la passione, il mettersi in gioco. Dovrebbe essere l’impegno di tutti. Ed allora tutte le realtà coinvolte devono lavorare anche perché cresca questa coscienza, questa consapevolezza nella gente, perché è il rapporto con l’altro che ci dice chi siamo, dove siamo e dove stiamo andando. Tu scopri chi sei nella relazione con gli altri; noi stiamo perdendo quest’anima dentro i contesti in cui operiamo, stiamo perdendo proprio questo “faccia a faccia” con le persone. Stiamo perdendo la dimensione dell’ascolto delle emozioni, dei vissuti, dei sentimenti degli altri. Viviamo in una società molto individualista che si ripiega sempre più su sè stessa: ed allora non c’è un volontariato cristiano e laico, ci sono persone che, con continuità e  con gratuità, offrono queste opportunità, questo dono. Bisogna stare attenti ad evitare le scorciatoie. Cosa voglio dire?  Non basta essere buoni, è necessario essere giusti!

Alla luce del cambiamento radicale della popolazione detenuta, di cui circa il 48 % è composto da extracomunitari in prevalenza di fede musulmana, come si è modificato l’intervento del volontariato cristiano in carcere?

Noi in carcere non dobbiamo andare per convertire la gente. Ci dobbiamo andare per accompagnare un cammino di recupero della dignità, della libertà delle persone; per aiutare i detenuti a ritrovare un senso e a dare un significato alla loro vita. Che nessuno cali dall’alto la presunzione di voler convertire, di voler salvare!
 Gli amici musulmani hanno già i loro bei riferimenti e viaggiamo tutti nella stessa direzione; l’importante è che ci sia rispetto, ci sia attenzione, ci sia accoglienza. Dobbiamo offrire a tutti quelli che sono in carcere l’opportunità per guardarsi dentro e scoprire che è possibile anche voltare pagina.

Non emergono delle contraddizioni in questo tipo di rapporto?
 No, se c’è sincerità, trasparenza, chiarezza reciproca: assolutamente no.
Attenzione: bisogna sempre stare attenti agli estremi dell’una e dell’altra parte e soprattutto non bisogna dimenticare che l’altro, qualunque altro, non è mai una minaccia per la propria fede, il proprio credo, i propri principi; l’altro è  sempre una grande ricchezza che deve essere accettata, deve essere accolta. L’accoglienza del diverso è ciò che dà il senso e il sapore alla nostra vita. Noi abbiamo bisogno di alimentarci della ricchezza delle diversità, delle differenze.

Quello che lei propugna in fin dei conti è il vero messaggio di Cristo: ama il tuo prossimo come te stesso… Tradotto in pratica però?
Bisogna stare attenti agli estremismi da qualunque parte essi vengano, a certe forme di fanatismo, a certe forme di manipolazioni di Dio…

Parlando proprio di differenze tra le due confessioni, musulmana  e cattolica, esiste una forma di carità  nella religione islamica  e anche nelle altre fedi, al di là dei fondamentalismi?
Per me le differenze sono una ricchezza ed io ne sono felice: il gruppo in cui lavoro, il gruppo Abele, fa parte della mia storia, esiste da vent’anni ed è composto, oltre che da operatori e volontari, anche da detenuti.  Vi sono quindi impegnate in questa scelta, attività o servizio, persone con storie, radici e percorsi differenti. Con me lavorano musulmani, buddisti, ebrei: persone, come ho già avuto modo di dire, con profonde differenze ma legate dallo stesso fine: la solidarietà.