Da oltre dieci anni mi occupo di progettazione partecipata in campo urbanistico. Mi è riconosciuta a Roma, dove vivo e opero al servizio del Comune di Roma, una particolare ostinazione nel perseguimento di obiettivi di condivisione progettuale con i cittadini che, ricordiamolo, sono i veri committenti di un’opera pubblica o di un intervento urbanistico. Incontro tante difficoltà nello svolgimento del mio lavoro, che provengono anche da presunti sostenitori della partecipazione, ma ho avuto la soddisfazione di vedere come il messaggio della progettazione partecipata si sia molto esteso negli ultimi anni e che le sperimentazioni avviate anni fa si stanno consolidando in pratiche abbastanza diffuse.
Per capire bene il perché e il come della progettazione partecipata è utile partire dall’analisi di un modello di decisione prevalente che è stato sintetizzato da studiosi anglosassoni nell’acronimo DAD (Decidi, Annuncia, Difendi). Nella vita urbanistica di una città la decisione coincide con un progetto che viene deciso, annunciato e poi difeso. Chi ha fatto il progetto? Urbanisti, architetti, ingegneri che hanno raccolto gli input provenienti da decisori politici e investitori per realizzare nuovi insediamenti residenziali, nuovi palazzi per uffici, centri commerciali, nuove strade, nuovi parchi e cosi via.
Di solito il decisore politico è ben lieto di avere molti progetti da far vedere a riprova dell’efficienza operativa del suo mandato; gli investitori sono incoraggiati a presentare progetti per ovvie ragioni di valorizzazione fondiaria e immobiliare; i professionisti sono ben lieti di avere una committenza. Con questo meccanismo si sono ampliate le nostre città e si stanno ricomponendo nuovi tasselli delle città esistenti. Da un pò di anni a questa parte però il meccanismo funziona male, quando il progetto è annunciato spesso solleva critiche e opposizioni, si alzano tante voci di cittadini e rappresentanti locali che vogliono dire la loro e si assiste allo spettacolo, talora penoso, di Sindaci e Assessori costretti a difendere il progetto in infuocate assemblee dove vengono aggrediti da cittadini infuriati. Molto spesso ciò avviene anche quando il progetto ha superato la prova dell’opposizione in Consiglio Comunale ovvero è stato approvato a larga maggioranza. Se ciò avviene così frequentemente è a causa della cosiddetta sindrome NIMBY (Nothing in My Back Yard), niente sotto casa mia, che denuncia una diffidenza sostanziale dei cittadini per i cambiamenti, che, tranne rare eccezioni,considerano peggiorativi dello status quo. Ma dipende anche da una sequenza decisionale strutturalmente errata. Perché partire da un progetto già confezionato? O meglio, perché partire dal progetto? Perché non capire meglio il processo?
Stefano, un caro amico, antropologo italiano che vive in India e lì ha messo su famiglia, di passaggio da Roma, discutendo di un programma di cooperazione da proporre all’Unione Europea, è stato quasi folgorato da una mia affermazione: concentrati sul processo e non sul progetto. Sono stato sorpreso da tanta passione nell’apprezzamento di questa distinzione: ciò che per me appariva ovvio per lui costituiva una questione dirimente, una chiave di interpretazione decisiva, finalmente vedeva le cose che voleva fare in India sotto la giusta luce. Mi piace farmi ancora sorprendere e sono rimasto talmente sorpreso dalla sua entusiastica scoperta che ho ritenuto opportuno approfittare di questo mio contributo per capire meglio ciò che io dò per scontato e che forse è opportuno approfondire. Per il mio amico si trattava di un programma di sviluppo locale che lo aveva visto impegnato nella stesura del progetto ma non abbastanza attento al processo di costruzione del progetto stesso. Peraltro la stessa Unione Europea, cui il progetto era destinato, ritiene essenziali nella costruzione di un progetto di sviluppo i parametri della partecipazione e concertazione con gli attori locali. Perché il rischio è che il progetto resti nel cassetto, che nasca sterile e incapace di implementazione per l’inerzia delle amministrazioni locali, che non sia sostenibile, che gli attori economici e sociali non siano coinvolti, che le opposizioni siano prevalenti.
Partecipazione, sviluppo sostenibile e valutazione ambientale sono tre termini che si coniugano frequentemente tra loro. La stessa direttiva 42/2001 dell’Unione Europea compie una rivoluzione copernicana con l’imposizione della Valutazione Ambientale Strategica (VAS) per ogni piano o programma, pena il non accesso ai fondi strutturali. E cos’è la VAS? Non è un piano strettamente tecnico bensì un processo di valutazione che rivoluziona il processo decisionale. In altri termini, prima della definizione di un piano o programma (ad es. Piano regolatore, Piano regionale sui rifiuti o sulla sanità ecc.) va costruito un processo che veda da un lato l’analisi di sostenibilità ambientale (compreso l’aspetto socioeconomico) e dall’altro il coinvolgimento dei principali attori del territorio. Da questo processo possono nascere diversi scenari e si opterà per il più sostenibile. Qualora da questo processo non si delineino scenari sostenibili non si darà luogo a nessun progetto. Oplà, il progetto non c’è più. La rivoluzione copernicana è stata realizzata: la valutazione di impatto ambientale si fa a valle del progetto, la VAS si fa a monte e può generare un progetto ma può anche stabilire che nessun progetto è sostenibile.
Limitandomi al campo urbanistico e architettonico, quanti sono i progettisti che accettano intimamente questa rivoluzione, che accettano un processo che può rendere inconsistenti le ragioni del progetto? Pochissimi, per i più è come togliergli l’aria che respirano, ti guardano con sospetto, come un nemico che non capisce nulla degli intimi meccanismi del progetto urbanistico e della creazione architettonica. Ma i loro progetti per chi sono? Troppo spesso hanno un valore autoreferenziale per la stretta cerchia degli addetti ai lavori. Ma se si tratta di spazi pubblici non è forse la comunità dei cittadini il vero committente? E se il committente è esigente ed ha le idee chiare è un bene o un male per il progetto? Ho frequentato poche volte, solo negli ultimi anni della sua vita, Mario Ridolfi, ormai celebrato come uno dei padri dell’architettura italiana. Era una persona di grande umanità con un’eccezionale capacità di comunicare quelli che riteneva i valori fondamentali dell’architettura. Lo considero un mio maestro e non mi stanco mai di ripetere una sua affermazione: ”un buon committente e un mediocre architetto fanno una buona architettura, un cattivo committente ed un bravo architetto fanno una mediocre architettura.”
Per buon committente intendeva una persona con le idee chiare, esigente, che ti dà anche filo da torcere, ma è un interlocutore valido. Per cattivo committente intendeva colui che non ha idee, che lascia mano libera e dice banalmente all’architetto: “mi faccia una casa bella, una piazza bella”. Questo committente lascia spazio ad una grande confusione tra libertà compositiva e arbitrio superficiale del progettista. Mentre quando il committente ha le idee chiare o esprime in modo chiaro le sue contraddizioni per l’architetto si apre lo spazio della sorpresa, della curiosità, dell’interpretazione creativa delle esigenze, della soluzione delle contraddizioni che possono sorgere in seno ad una famiglia che vuole una casa o in seno ad una comunità che vuole uno spazio pubblico.
Prima del progetto quindi, prima di qualunque segno sulla carta è straordinariamente utile un processo di consultazione, valutazione, soluzione dei conflitti, senza escludere una consapevole enfatizzazione del conflitto qualora ce ne siano fondate ragioni. Poi si può aspettare un pò, in attesa che il tutto si depositi sul foglio in una quasi automatica e spontanea aggregazione di elementi figurativi, emotivi, strutturali. E poi ci sono le prime verifiche con il committente che ci ricorda che c’eravamo dimenticati che la figlia vuole una finestra a tutta altezza, che gli anziani vogliono un campo di bocce nel parco, proprio lì sul bordo perché così è più facile l’accesso, e così via.
A New York c’è un’Associazione no profit che si chiama PPS (Project for Public Spaces) che opera in tutto il mondo e riscuote successo perché parte da una considerazione molto semplice: molti spazi pubblici, anche quelli disegnati da celebri architetti, sono privi di vita, desolati e di conseguenza si degradano in poco tempo. L’associazione, guidata da un antropologo e da una paesaggista, dà una risposta: perché i progettisti hanno pensato solo al valore morfologico dello spazio e non al suo reale uso. Perché un suk scalcinato fatto di baracche è più vivo e spesso più gradevole di un algido spazio pubblico progettato da un architetto? I nostri amici rispondono che l’architetto non ha approfondito i reali valori d’uso che i cittadini e gli utenti avrebbero potuto attribuire a quegli spazi. Dicono, Kathy Madden e Fred Kent, che ho avuto la fortuna di conoscere durante una loro visita a Roma, che in ogni angolo di uno spazio pubblico, piazza o parco che sia, devono essere individuate almeno dieci funzioni. Semplificando, in totale quaranta funzioni. Perché solo così si può essere certi che almeno la metà delle funzioni individuate si svolgano realmente e quindi la piazza si possa considerare un vero spazio pubblico, che contenga in sé reali valori d’uso. Indicano inoltre 11 preziosi principi per trasformare spazi pubblici in grandi luoghi comunitari (www. pps.org). Solo un processo di conoscenza approfondita delle abitudini e aspirazioni dei cittadini ci può dire quali funzioni. La partecipazione progettuale è un aspetto essenziale di questo processo di conoscenza che può far emergere il prezioso pensiero non esperto, può far appropriare i cittadini di quegli spazi, renderne più ricco l’utilizzo e più agevole e sicura la manutenzione. Forse i segni morfologici dovranno essere pochi ed essenziali, cioè l’opposto delle consuete aspirazioni dell’architetto che ritiene buone tutte le occasioni per lasciare segni forti e riconoscibili della sua firma.
Ma c’è un altro aspetto della partecipazione che si rivolge ad una sfera più generale, quella della comunità, del senso che si può attribuire a questo temine in una fase particolarmente complessa della nostra società molto frantumata, plasmata sul consumo e sulla competizione hobbesiana, stretta tra la pressione della globalizzazione e quella opposta del provincialismo localistico. Credo che sia necessario capire come si possono valorizzare tutte le autonome espressioni di volontà politica e culturale che si concretizzano nella formazione di numerose associazioni che si occupano di territorio, di solidarietà sociale, di animazione culturale. Capire come, e lo si capisce in parte andando nelle principali città europee, le numerose differenti etnie portate dalla globalizzazione dello scambio di merci, compresa la merce lavoro, possano dialogare con le realtà indigene, come i portatori di varie istanze ed interessi del territorio possano dialogare tra loro configurando una nuova comunità aperta, che si arricchisce e si nutre delle differenze, anziché rinchiudersi nell’omologa-zione. Ogni volta che in quartieri difficili ho attivato processi di progettazione partecipata ho percepito, forse con troppo ottimismo, che una comunità aperta è possibile. Credo che su questo assunto si possa fondare il nuovo Welfare, che dovrà nutrirsi di processi virtuosi da cui potranno nascere buoni progetti. Prima il processo e poi il progetto. E, nel corso del processo, lasciarsi sorprendere, ricordando tuttavia che ci vuole metodo. Così potremo ricostruire un dialogo tra società e politica, tra mondo reale e sistema astratto per dirla alla Giddens.
E così si potrà immaginare anche un parco a misura dei cittadini, che mi pare sia il tema guida di questo volume. Affidandosi a progettisti che accettino il complesso processo di consultazione, verifica, progettazione partecipata, che siano occupati a fare la cosa giusta più che preoccupati di disegnare la cosa bella, che facciano nascere il progetto dallo spirito del luogo e dall’anima di chi lo dovrà utilizzare. Ancora una volta è Ridolfi a venirmi a mente. Aveva praticamente espulso dal suo linguaggio la parola bello e classificava le architetture e gli spazi in due categorie: carino per le cose gradevoli, giusto per le cose che altri direbbero belle. Perché l’architettura giusta, che risponde a tutti i requisiti funzionali, che interpreta la natura e la storia del luogo, che soddisfa le aspirazioni del committente, che introduce innovazione senza essere invasiva, che dà il senso di essere la cosa giusta al posto giusto,che sembra che sia sempre stata lì, non può che essere bella. E non è vero l’opposto: quello che qualcuno ritiene bello non sempre è bello per altri e troppo spesso non è giusto.
Ho detto poco di quello che faccio, ma si può vedere nel sito (www.comune.roma.it/uspel), e ho parlato più che altro di amici, maestri e di cose generali, forse generiche, in cui credo. In realtà ho preso pretesto dal contributo che mi avete chiesto per cercare di capire meglio la sorpresa di Stefano, il mio amico antropologo, che ora è tornato in India con le sue nuove convinzioni.
Tratto da
Partecipazione progettazione gestione. Un’esperienza sulle aree verdi della città,
«I Quaderni di Nuovamente»